Il 2 settembre di cinquant’anni fa John Ronald Reuel Tolkien, moriva.
Con lui non è andata via però una parte della mia gioventù. Quella che gli debbo e che conservo geloso.
“Perché Tolkien non è semplicemente un ripetitore di cose già dette o di epopee epiche già narrate. Egli trae dall’armadio dell’epica e delle tradizioni europee elementi, motivi, personaggi su cui innesta intuizioni personalissime e una grandiosa capacità di rivisitazione di storie e significati. Non a caso, sin dall’uscita dell’opera, ciò che ha affascinato e interessato i lettori de Il Signore degli Anelli è l’operazione “umana, troppo umana”, ma basilare, della reductio ad unum. L’opera di Tolkien è anzitutto un autentico manuale di sopravvivenza tra gli errori e gli orrori della Modernità. Per scoprirlo, bisogna necessariamente ricorrere alla sana filosofia; vale a dire a quella filosofia per la quale la metafisica non costituisce un impedimento, ma la via privilegiata per accedere alla realtà. Tra i più deleteri errori ed orrori della Modernità, infatti, vi è sicuramente quello di aver negato il diritto di esistenza alla metafisica e di aver dichiarato guerra al mito e alla fiaba. Ciò assume particolare rilevanza per quel che concerne la costruzione di un immaginario nel quale i valori di una civiltà possano riflettersi ed incarnarsi.” [1]
Il Signore degli Anelli è fondamentalmente un’opera religiosa e cattolica scrive Tolkien nella lettera del 2 dicembre 1953 a padre Robert Murray: notizia per nulla sorprendente se si considera appunto la vita del suo autore, plasmata da una profonda fede ereditata dalla madre, convertita dalla religione protestante della sua famiglia d’origine al cattolicesimo, scelta che pagò con la vita, essendo stata ripudiata e abbandonata alla miseria con disprezzo dai suoi. Questa è la giusta lente con la quale osservare e comprendere tutta l’opera di JRR e il suo capolavoro in primis, come giustamente fanno notare sia Paolo Gulisano, nel bello studio Il mito e la grazia (Ancora), sia Andrea Monda e Saverio Simonelli nel loro interessante saggio Tolkien il signore della fantasia (Frassinelli).
I pregevoli testi di Gulisano e di Monda-Simonelli, per certi versi abbastanza simili, muovono saggiamente dalla biografia di Tolkien per notare come la sua opera completa, e non solo Il Signore degli anelli, sia un inno alla Grazia con rimandi continui alla Sacra Scrittura. Entrambi i testi si soffermano a lungo sull’intreccio tra biografia e bibliografia, ed entrambi illustrano chiaramente fin dall’inizio il pensiero fondamentale di Tolkien sul senso della vita e della scrittura: il famoso concetto della subcreazione, che vede l’uomo accanto a Dio nell’opera di formazione della realtà, evidentemente con dei distinguo: il subcreato dell’uomo è il mondo dei miti, delle vicende che rimandano a messaggi completi. Se Dio, “scrivendo” la Bibbia ha dato vita a quegli eventi che narrava – la Parola si è fatta carne! – l’uomo può solo “creare” mondi che rimangono prigionieri della scrittura. Questo è, secondo il nostro autore, il contributo che l’uomo può offrire al Dio nell’opera di creazione.
Se Monda e Simonelli paragonano Tolkien al nostro Manzoni, mettendone in evidenza i numerosi elementi in comune, penso che si possa accostare lo scrittore inglese a Dante: entrambi hanno inteso conferire il senso anagogico (l’aspetto spirituale) al loro lavoro: non simbolo, ma esperienza vera che rimanda ad altri significati o eventi. Non dunque una fiaba o un’opera simbolica è quella di Tolkien, né una parodia o ancora peggio una allegoria. Ma una creazione che rimanda ad altro, così come lo è la Divina Commedia nelle intenzioni di Dante: il fiorentino lo illustra chiaramente nella ben nota lettera a Cangrande della Scala.
Il 2 settembre è stato il cinquantesimo anniversario della morte di J.R.R. Tolkien (1892-1973) vate dell’umano, così intensamente umano, da toccare le corde più vere dell’uomo che si aprono all’Assoluto.
Viene al mondo nel 1892 in Sudafrica da genitori inglesi: Arthur Reuel Tolkien e Mabel Suffield. Rientrato in patria con la madre, rimane orfano di padre all’età di 3 anni. Mabel si preoccupa della crescita e dell’educazione sua e del fratello Hilary, dall’aspetto scolastico e linguistico fino a quello religioso.
È così che, come racconta lo stesso Tolkien, una mattina li portò in una chiesa cattolica per la messa.
Non voglio ripercorrere l’intera vita dell’autore de “Il Signore degli Anelli”, la storia è conosciuta, il giovane crebbe, frequentò le scuole, si innamorò, si sposò con Edith Bratt e andò in guerra (la Prima). Fu marito, padre, professore, nonno e scrittore.
Tolkien non fu un conservatore nel senso moderno del termine, né un nostalgico. Disapprovò il nazismo e il socialismo, come tutte le ideologie totalitarie. Sicuramente non fu fascista, e criticò aspramente la democrazia liberale. La sua concezione della politica può essere considerata tomista. La sua visione dell’uomo è agostiniana. La sua filosofia è medievale, nel senso che non concepisce la separazione tra l’etica dello stato e l’etica personale. Tolkien è un cattolico. Tra i numerosissimi riferimenti alla Fede, nel romanzo sono presenti tre gigantesche figure, tre salvatori che – ognuno a suo modo – sconfiggono la morte e rappresentano in alcune forme Gesù Cristo. Il primo è Gandalf, che muore e risorge mentre guida la Compagnia. Il secondo è Aragorn: il “Re senza corona” si avventura nel regno dei morti, “discende agli inferi”, per offrire la possibilità di riscatto ai traditori, e torna in battaglia come condottiero. La terza figura è quella di Frodo. Lo hobbit riceve l’Anello a 33 anni, e il viaggio della Compagnia ha inizio con la sua partenza da Gran Burrone il 25 dicembre. Portando l’Anello, Frodo si fa in un certo senso agnello sacrificale dell’impresa, combattendo una battaglia spirituale per la salvezza di tutti. La sua morte non è fisica ma simbolica. Alla fine della storia, Frodo è costretto ad abbandonare la Terra di Mezzo; un addio che si risolve nella nuova vita ad ovest, con Bilbo, Elrond, Galadriel e Gandalf. Esiste però un quarto personaggio ancora più rappresentativo, l’umile tra gli umili, Samvise Gamgee. Apparentemente goffo e spaesato tra la “gente alta”, è in realtà l’unico personaggio che non viene mai tentato dal potere dell’anello. Il giardiniere di Casa Baggins sopporterà con il suo amico le fatiche di un’impresa apparentemente senza lieto fine, sostenendolo per tutta l’avventura, persino quando sarà lo stesso Frodo a ordinargli di abbandonarlo. Ma la scena centrale è un’altra, descritta nell’ultima parte del romanzo e perfettamente rappresentata nel film di Peter Jackson. Mentre la battaglia infuria sotto l’ombra del Cancello Nero, Frodo cede alla disperazione e alla stanchezza sulle pendici del Monte Fato. Nel cuore del male sembra non esserci speranza. Lo hobbit si accascia sulle sue ginocchia e perde i sensi. È il fedele Sam a salvarlo portandolo sulle sue spalle. “Coraggio, signor Frodo” gridò. “Non posso portare io l’Anello, ma posso trasportare voi ed esso insieme”. Se l’anello è il peccato, la croce da portare fino alla distruzione lungo la piana del Gorgoroth (o sulle pendici del Golgota), questa diventa la frase che dà il senso al libro. Da cattolico Tolkien sapeva bene che nell’ora della prova non è possibile farcela da soli. Ci si deve affidare al nostro “Sam”. È il Salvatore, che non può portare l’anello per noi. Ma che può portare noi.[2]
[1] Daniele Onori, Tolkien a cinquant’anni dalla morte (Centro Studi Livatino)
[2] Cfr. S. Flore Tolkien? Anarchico & tomista https://www.dissipatio.it/tolkien-politico/
[3] Martin Buber, Il cammino dell’uomo, Qiqajon, 1990, pp. 21-23
- Paolo Giulisano, Il mito e la grazia (Ancora)
- Andrea Monda e Saverio Simonelli, Tolkien, il Signore della fantasia (Frassinelli)
