TRA PARROCCHIE E BANDIERE ROSSE

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LUCIO TUFANO

 

 

Agli arcipreti spettavano gli atti legali di nascita, di matrimonio, di morte, dei registri di leva e degli uffici.

Intervenivano nei pubblici raduni di clero e parrocchie, a cura delle anime, curati e curatori di tutti noi e dei nostri dolori. Giravano per le cause della Pasqua, ragioni e dispense del Natale, inauguravano gaudi, regalavano carezze, barzellette e confidenze, severi alla luce abbagliante delle absidi e nelle processioni dei gigli, di canti e di ginestre. In essi la nostra gente ha sempre riposto speranza e fiducia e ad essi ha portato rispetto e venerazione. Ai seminaristi del seminario Pontificio, neri gabbiani di terra, frequentatori di prati e di viali, ossuti e con la testa grande, paffuti e corti, occhialuti e pallidi, competevano le veloci declinazioni, i paradigmi dei verbi e gli scioglilingua di quelli irregolari, il gioco della palla, il fastidio della veste e lo zuccotto, le sudate tonsure. Feste e santi facevano un cerchio attorno al nostro destino di miracolati, miracolosa storia dei salvati.

È qui, tra i reverendi padri che, pervaso dall’ideale del “popolarismo sturziano”, don D’Elia aveva contestato, in tutti gli anni del primo novecento, ai socialisti la pretesa di rappresentare le classi lavoratrici. Si era sempre associato alle celebrazioni del I maggio accampando il diritto di partecipare ed il coinvolgimento dei lavoratori cattolici, ad una festa che non doveva più essere una giornata di odio e di violenza tra le classi. Contro i socialisti de “La Squilla” aveva condotto una battaglia senza tregua in cui frequente e reciproco era stato l’uso degli epiteti più ingiuriosi e delle accuse più pesanti: dai Barbagianni de “La Squilla” agli Scarafaggi de “La Provincia”. I due giornali si fronteggiarono alacremente per diversi anni. Il suo antifascismo non fu determinato da una convinta scelta politica o dalla militanza ideologica. Egli fu antifascista come lo è chiunque si schieri decisamente e coraggiosamente contro lo strapotere. E don D’Elia fu sempre dalla parte dei deboli, dei poveri, dei giovani che fomentava in maniera pacata con feroci e sarcastiche battute contro il regime, con motti di saggezza e di spirito, con riflessioni critiche in una opera di radicale e paziente educazione civica.

mons.bertazzoni

Fu proprio nel periodo fascista che si esplicò la fattiva ed intensa opera pastorale dei vescovi come Bertazzoni, arcivescovo di Potenza, monsignor Delle Nocche, vescovo di Tricarico, di monsignor Pecci, di monsignor Petroni, che profusero energia ed impegno nella formazione dei giovani di Azione Cattolica presso le rispettive diocesi. Eppure quella foga d’idee, di contegni e tendenze ostili verso il clero o in direzione dell’intervento, diretto o indiretto, della chiesa nella politica e che caratterizzò quasi tutto il dibattito (e lo scontro) tra socialisti e cattolici, quell’acredine anticlericale di cui furono pervasi tantissime stagioni della storia nazionale e tanti primi di maggio, rappresentò in realtà anche il substrato intellettuale e romantico, i vari aspetti della laicità e della dialettica nella lotta politica. Don D’Elia rimase al suo posto, in quell’umido sottano di via del Popolo, con quella porta sempre aperta a chi non aveva pane, o nella sua parrocchia per il suo ruolo di umiltà, o nell’ufficio Eca dove riceveva i diseredati. Questo fu uno dei tanti nostri preti. Uomini che non hanno mai vacillato, operando per la democrazia e la libertà. Così cattolici e laici, sin dai primi decenni del ‘900, si sono battuti per l’emancipazione dei lavoratori e per il progresso. Certamente le vie sono state tortuose sia per i cattolici che hanno dovuto fare i conti con il loro integralismo e con lo stato di necessità dovuto allo spirito di conservazione e permanenza al potere (la Dc e la diga al comunismo), sia per i socialisti i quali hanno dovuto subire traumi, revisioni, scissioni per tirarsi fuori dall’equivoco massimalista e come seguaci del “partito guida” e delle idolatrie dello stato totalitario. In quel primo maggio del 1946, il mondo creato dal Fascismo era tramontato, il mondo dei gerarchi, dei “Cesari” e dei gregari che avevano fornito altro materiale e altre trame alla rappresentazione della storia. Il teatro della romana grandiosità, demolito dalla guerra e dalle distruzioni, era scomparso e subentrava il bisogno da parte di tutti, dei reduci, dei contadini, dei giovani di un ritorno alla tutela dei padri e dei simboli di cera e di tela. Una nuova idea si faceva avanti, nelle prediche e nelle omelie, nell’esaltazione del “bianco fiore”. Un popolo che aveva subito le più grandi sofferenze, si era rigenerato accanto ai suoi vescovi, ai suoi prelati. Se li trovò vicino nei momenti della disperazione e dell’abbandono e così li vide mobilitati ed intenti a ricostruire la città e i valori di una comunità, duramente provate dalla guerra e dalle ingiustizie.

La svolta necessaria per ricomporre le pietre delle case, dell’ospedale, d’interi rioni, del palazzo vescovile e delle chiese colpite dalle bombe, lo spirito di carità, che pervase animi e pareti, dei santi vegliardi dal passo morbido e ovattato, la voce tremula e suadente, le frasi in latino, alimentarono il filo liturgico degli inni e delle litanie, i pezzi da salmodiare, ma anche la fiducia della gente che ha visto nella loro saggezza mai reciso il filo della speranza.

Intanto le elezioni erano vicinissime con la “terribile incognita” del partito comunista. Il ragioniere Audisio aveva parlato nella basilica di Massenzio a Roma. Gli elementi fattivi di una società erano pochi: gli aiuti americani e le necessità governative di spendere le amlire, la crescente importanza delle organizzazioni ecclesiastiche come la Fuci, l’Azione Cattolica e la Pontificia opera assistenza. Man mano al concetto fascista dello Stato onnipotente si andava sovrapponendo sempre più il concetto di Stato finanziatore. Nuove regole di vita e di azione politica erano in vigore, il sistema di vivere alla giornata, l’UNRA e la borsa nera. Cinque miliardi di dollari americani ci avrebbero conquistati gradualmente alla civiltà del capogiro e dell’automobile. Un primo maggio di quell’anno già arringava le folle, arroventava la piazza per un imminente avvento del “falso profeta” e la minaccia di “adda venì baffone” correva nei cantieri della ricostruzione e per le cantine. La camera del lavoro di Potenza aveva iniziato la sua attività di reclutamento con il suo segretario Antonio Padovani e con gli operai e i contadini. Nella sagrestia, stanza riposta, luogo annesso, pertinenza che custodisce arredi e paramenti, si avvicendavano i predicatori, si alimentava la visione dei miracoli, le lacrime e le pulsazioni della vena giugulare delle Madonne. Il Michelearcangelo schiacciava la testa della “bestia blasfema”. Di là si sprigionava la nebbia degli incensi e della “scomunica” impartita da papa Pacelli. E la sagrestia custodiva i vasi sacri, i libri, i registi anagrafici, le tonache e gli abiti delle cerimonie, il diaconico ed il rapporto quotidiano e funzionale con gli uffici religiosi. Il giovane ventiseienne che più di altri, di quanti frequentavano gli ambienti, era in grado di interpretare i tempi, di reggere la difficile simbiosi tra cattolicesimo e politica, che aveva frequentato il liceo Orazio Flacco della città e che si era laureato a Roma nel 1941 con una tesi sul diritto patrimoniale ecclesiastico, che aveva nel 1935 fondato la prima associazione di Azione Cattolica in qualità di instancabile organizzatore culturale e religioso, che, presidente diocesano sin dal 1937 era stato chiamato nel Consiglio nazionale della Gioventù italiana di Ac, era proprio Emilio Colombo. Egli aveva, da segretario generale della Ac giovanile, rappresentato nel 1945 tutte le formazioni cattoliche italiane al congresso mondiale della gioventù a Londra e a quello internazionale universitario di Praga. Non poteva quindi non venire indicato, nel nuovo clima ed in quel maggio del 1946 come il naturale candidato all’Assemblea Costituente[1]. Intanto l’atmosfera di una tradizionale religiosità suffragava lo scudo crociato di valanghe di voti, il comparto che affondava le radici nella psicologia del popolo, nella tradizione millenaria della fede, nell’abituale convivenza con i nostri preti, con quel potere totalizzante che assiste ed allevia i problemi della vita terrena, rasserena sulla continuità della esistenza ed assicura il rilancio di quella ultraterrena. Vi furono benedizioni di vanghe e bidenti, di aratri e di spighe in covoni.

I coltivatori portarono i tomoli per il miracolo, la moltiplicazione del pane e degli stai di grano, la riforma delle proprietà fondiarie secondo il vecchio, usato ed abusato slogan della “terra ai contadini”. Braccianti e carabinieri erano ancora nei campi per l’occupazione delle terre e le bandiere rosse presidiavano le braccia, il sudore della fatica, i trattori e gli attrezzi. Gli altoparlanti tuonavano comizi e messaggi, echeggiavano gli inni dei lavoratori. I poderi nuovi sarebbero stati assegnati e benedetti nel nome dei santi.

 

[1] Tufano Lucio La tirannide dei gelsomini – AA. VV., Quando credevamo di poter rifare il mondo. Calice editori, a cura di A. Labella  e Lavorano. 2007.

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Sull' Autore

Quotidiano Online Iscrizione al Tribunale di Potenza N. 7/2011 dir.resp.: Rocco Rosa
Online dal 22 Gennaio 2016
Con alcuni miei amici, tutti rigorosamente distanti dall’agone politico, ho deciso di far rivivere il giornale on line ” talenti lucani”, una iniziativa che a me sta a molto a cuore perchè ha tre scopi : rafforzare il peso dell’opinione pubblica, dare una vetrina ai giovani lucani che non riescono a veicolare la propria creatività e , terzo,fare un laboratorio di giornalismo on line.


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