Gianfranco Blasi
di Gianfranco BLASI
Il termine mondialismo indica il pensiero che considera i fenomeni politici, economici, culturali, sociali come espressione di equilibri e relazioni tra i diversi stati, e non come manifestazione di singole componenti continentali o nazionali. In particolare questo termine è utilizzato per descrivere quei fenomeni che sono (o chi vi tende vorrebbe fossero) governati internazionalmente. Il mondialismo si rappresenta come il prodotto del doppio effetto della globalizzazione economica e dell’internazionalismo. Oggi molti osservatori individuano nel Papa Bergoglio uno dei leader del mondialismo, per la sua difficoltà a riconoscere il modello liberale europeo e anglosassone, per l’insofferenza mostrata verso la politica estera americana, per la distanza da Israele. Eppure i doni di Dio non sono revocabili, Israele sarà sempre il popolo eletto. Bergoglio tenderebbe a sbrigare la sua teologia in confini modani. Dunque più in una prassi. L’ambiente, le periferie del modo, gli immigrati, la pace a prescindere, sono i simboli privilegiati dei suoi interventi. La repulsione per la ricchezza, che Egli individua come uno dei mali del mondo, è un altro degli elementi caratterizzanti la costanza della sua riflessione che appare più politica (e dunque criticabile) che pastorale. Il suo anticapitalismo è radicato nella formazione giovanile, intrisa di un vecchio teorema della chiesa sud americana. La così detta “teoria del popolo”.
Una delle critiche che gli viene rivolta di più è la difficoltà che mostra ad esplorare la via paolina alla fede. Il poco afflato con la cristianità europea. Quasi che i gentili di san Paolo non formino la maggioranza qualificata della chiesa che egli guida spiritualmente. Che la chiesa di san Paolo non sia la madre della coscienza cattolica nella storia. Ma è proprio questo il gap immateriale che Bergoglio si rifiuta di colmare, restando con i piedi ben saldi nel presente. E’ questa precarietà temporale che crea dubbi nella sua didattica, questa appena sufficiente elaborazione metafisica ed anche la limitata densità nella profezia escatologica. Persino nelle sue parole più ricorrenti che lasciano filtrare l’allontanamento dal mistero del perdono e una certa tendenza al giudizio morale e politico. Il discrimine è su chi possa aderire al progetto divino di salvezza. Tutti gli uomini? Solo una parte di essi? Viene in mente il pauperismo, quel particolare ideale di povertà professato da alcune comunità cristiane, come gli Ordini mendicanti (con riferimento soprattutto al basso medioevo), e l’effettivo stato di povertà in cui esse, per libera scelta, vivevano. Sappiamo invece che per san Paolo la fede è un atto con cui l’uomo (tutto il popolo dei credenti) si rimette a Dio come all’unica fonte della salvezza. Non si tratta di pura adesione intellettuale, ma di fiducia e di obbedienza a Dio che si rivela. Anzi, è fiducia e obbedienza nel “nostro grande Dio e salvatore Gesù Cristo” (Tt 2,13). D’altronde la salvatio, porta con se la liberazione da condizioni indesiderabili. In campo religioso e teologico, il termine si riferisce non a condizioni puramente terrene ma più convintamente alla liberazione dell’anima dal peccato e dalle sue conseguenze.
Per capire il pensiero di Bergoglio un buon punto di partenza è rappresentato, come anticipato, dalla “teologia del popolo”, versione argentina della sudamericana “teologia della liberazione”. “In quella regione del mondo latino-americano, scrive Gabriele Papini, area marcata da forti disuguaglianze economiche e sociali, il seme piantato dal Concilio sembra spuntare in anticipo rispetto all’Europa, e con qualche frutto acerbo (le derive marxiste). La “teologia del popolo” è dunque una sorta di riscatto sociale e di ripensamento del popolo come “soggetto storico autonomo”. La forza che arriverebbe dalla “teologia del popolo” è il fatto che lo Spirito feconda le culture dei popoli con la forza del Vangelo: il Vangelo, dunque, non come via personale alla conversione del cuore ma come motore plurale che trasforma le culture”.
Come ricorda Dante Monda, Bergoglio “pensa il pueblo in termini originali, o meglio originari. Ritorna ossessivamente alle fonti evangeliche e propriamente antropologiche del mito del popolo. Ritorna alle basi, ai fondamenti del vivere insieme, rifiutando qualsiasi costruzione ‘preconfezionata’, compreso il clericalismo. Da qui deriva la pretesa esclusiva, nel risalire agli elementi fondamentali della comunità umana, e all’elemento fondamentale per Lui: la carità che spinge alla prossimità e dunque all’unità nelle differenze”. Ma la stessa Chiesa è anche fisiologicamente una realizzazione clericale, che si richiama al senso di appartenenza, agli elementi costitutivi ed evolutivi del suo essere. Per altro edificare società è una delle prerogative dei cristiani. Il contrario di un egualitarismo mondialista che non distingue culture, luoghi, sentimenti, religioni … Non è sufficiente il solo primato della carità, se volete del sociale, rispetto alla preghiera, o, ancora, sulla forma, sulla ritualità e sulla verità dei segni e dei simboli della fede, sulla comunione e sui ministeri. Paolo VI nella Evangelii nuntiandi al n. 78 ha scritto, su questo, parole esemplari: “Il predicatore del vangelo sarà dunque colui che, anche a prezzo della rinuncia personale e della sofferenza, ricerca sempre la verità che deve trasmettere agli altri. Egli non tradisce né dissimula mai la verità per piacere agli uomini, per stupire o sbalordire, né per originalità o per desiderio di mettersi in mostra. Egli non rifiuta la verità, non offusca la verità rivelata per pigrizia nel cercarla, per comodità o per paura”. La Verità ci guida e guida tutte le donne e gli uomini alla Salvezza.
Le buone intenzioni ideali e politiche di Bergoglio, non teologiche, si sovrappongono al bisogno della chiesa di Roma di parlare alla cristianità in maniera interclassista e interdisciplinare, di considerare anche i borghesi, i ricchi, i capitalisti, i proprietari di beni e ricchezze, i politici, i militari, soprattutto quelli che combattono per una giusta causa, la stessa storia delle nazioni e dei territori, la cultura occidentale, le famiglie normali, il potere democratico, le donne nella pienezza del loro essere, come elementi costitutivi della comunità.
Lucetta Scaraffia
La storica cattolica Lucetta Scaraffia ad Huffpost critica il Pontefice per la “autoreferenzialità”, per la “ambiguità”, il “pacifismo di maniera” davanti alle guerre e all’antisemitismo, per l’ “odio anti-occidentale”, per i silenzi sulle donne iraniane, sugli armeni, sugli abusi dei preti, per i fallimenti della diplomazia vaticana: “La Chiesa non conta più niente, il Papa è come un influencer”.
Lucetta Scaraffia, lo ricordo, è storica e giornalista. Ha insegnato Storia contemporanea presso l’Università La Sapienza di Roma. Ha curato Donne Chiesa Mondo, l’inserto mensile de L’Osservatore Romano, il quotidiano della Santa Sede, dal 2012 al 2019. Huffpost l’ha raggiunta per commentare le polemiche che sono sorte dopo gli incontri del Papa con le famiglie degli ostaggi israeliani e con i parenti dei palestinesi. I Rabbini d’Italia lo hanno criticato per aver mostrato una “gelida equidistanza”; i palestinesi lo hanno accusato di essersi rimangiato la parola “genocidio” in riferimento a Gaza.
Professoressa Scaraffia, cosa c’è dietro questa confusione?
“C’è sempre la solita ambiguità, che viene preferita rispetto a una presa di posizione morale e spirituale che un Papa dovrebbe prendere. Gesù aveva detto “sia il vostro parlare sì sì, no no”, non “sia fifty fifty”. Sappiamo perché il Papa agisce così, lo dice continuamente: spera in questo modo di poter svolgere un ruolo di mediatore. Si tratta però di un ruolo un po’ strano: i mediatori, innanzitutto, devono avere la possibilità di mediare, laddove per mediare bisogna avere di solito qualcosa da dare e qualcosa da minacciare. E poi i mediatori devono essere richiesti dalle parti: uno si può offrire come aspirante mediatore, ma per diventarlo bisogna essere accettati da entrambe le parti, altrimenti non si può assolutamente mediare. È un fatto che il Papa non vuole accettare”.
Perché non vuole accettarlo?
“Perché questo Papa tende a essere un po’ autoreferenziale. Continua ad agire in questo modo perché pensa che giovi alla sua immagine di buono. Questo vale per le due guerre: quella in Ucraina e quella di Israele. Per quanto riguarda l’Ucraina, la sua impotenza totale è evidente dalla faccenda dei bambini rapiti. L’obiettivo, qui, non era raggiungere una pace, ma attenuare una violenza terribile che è stata fatta agli ucraini. Bene, in tutto questo tempo, il Papa non è riuscito a far restituire neanche un bambino. E c’è da sottolineare che aveva evitato di parlare di bambini rubati, come effettivamente è stato, definendoli invece “bambini ucraini che vogliono tornare alle loro famiglie”. Esprimendosi così, credeva di facilitare le cose: oggi possiamo dire che non è servito a nulla. Il suo tentativo di mediazione è stato un fallimento”.
Il cardinale Matteo Zuppi
Pensa che questo fallimento sia stato determinato anche da errori pratici, oltre che di principio?
“Assolutamente sì. Il cardinale Matteo Zuppi fa parte della Comunità di Sant’Egidio che è legata da tantissimi anni all’ortodossia russa. È stata una scelta sbagliata in partenza. Inoltre, c’è la diplomazia vaticana che sa fare il suo mestiere: questo fatto che si mette lui a fare il diplomatico, che invia lui le persone (tra l’altro sbagliate) è qualcosa che non sta né in cielo né in terra e non funziona. Zuppi avrà forse fatto la pace in Mozambico, anche se molti ne dubitano, ma una pace in Africa, in un conflitto interno, è completamente diversa da una pace tra due Paesi europei di quel livello. Anche lasciando da parte i legami decennali di Sant’Egidio con il patriarcato russo, non è che Zuppi avesse un pedigree di diplomatico così invidiabile. Se ci spostiamo alla guerra di Israele, il problema diventa ancora più grave”.
Perché qui c’è in ballo l’antisemitismo?
“La guerra di Israele ha rialzato il pozzo profondo dell’antisemitismo. Il pogrom di Hamas del 7 ottobre è stato condotto al grido “ammazziamo gli ebrei”, lo abbiamo visto tutti. Questo ha riaperto il problema dell’antisemitismo in tutta Europa e in tutto il mondo. È un problema che tocca la Chiesa molto da vicino. La Chiesa ha avuto molti guai durante la Seconda guerra mondiale per non aver difeso con abbastanza vigore la situazione ebraica. Poi ha fatto ammenda, rivedendo completamente con il Concilio Vaticano II la teologia degli ebrei nella sua stessa storia. Soprattutto, ha rimosso quell’idea completamente sbagliata che i cristiani fossero il nuovo Israele, il nuovo popolo eletto. Prima con la Nostra aetate, poi con Ratzinger con molta chiarezza, è stato detto che no, i doni di Dio non sono revocabili, gli ebrei rimangono il popolo eletto. È un aspetto importantissimo perché stronca ogni possibile antisemitismo e ci unifica agli ebrei: la nostra religione discende dal popolo ebraico che è il popolo eletto. Questo aspetto fondamentale della teologia è stato completamente dimenticato da Papa Francesco, il quale sull’antisemitismo si è limitato a frasi generiche, rifiutandosi di schierare la Chiesa cattolica in maniera inequivocabile contro l’antisemitismo in tutte le forme in cui si sta presentando. Questo avrebbe dovuto fare Papa Francesco, e non l’ha fatto. A tal proposito, mi è stata segnalata una vignetta che ho trovato illuminante, pubblicata su un giornale tedesco. Se vuole gliela descrivo”.
Prego.
“Si vedono un grande campanile con sopra un vescovo e un minareto con sopra un imam che si sporgono per darsi la mano. In mezzo, a fare da ostacolo a questa unione, c’è un ebreo piccolo e nero, come fosse una pietra d’inciampo. È un po’ quello che sembra pensare il Papa, diciamo la verità. Gli ebrei sono pochi, sono sempre stati lo scarico di tutte le pulsioni negative. Anche questa volta, stanno diventando un capro espiatorio. Perché Papa Francesco ha fatto molto per conciliarsi con l’islam. Per tendere la sua mano. Mentre in molte parti del mondo i mussulmani uccidono e sterminano i cristiani. A mio giudizio dei passi, questi di Bergoglio, anche un po’ azzardati”.
