“PICCOLA ASSISI”, LA CHIESA DI SAN DONATO A RIPACANDIDA

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ROSSELLA VILLANI

Sempre in area vulturina, a Ripacandida, denominata “piccola Assisi della Basilicata”, troviamo la chiesa di San Donato che, nel 2010, è stata riconosciuta, dall’Unesco, come “monumento di cultura di pace” per gli splendidi affreschi cinquecenteschi qui raffigurati, che testimoniano “i profondi valori spirituali che da secoli trasmette”. Tra i vari affreschi quelli dedicati a San Francesco d’Assisi e ai Santi dell’Ordine francescano hanno fatto sì che la chiesa fosse gemellata con la Basilica di S. Francesco ad Assisi la quale ha fatto dono, tra l’altro, della reliquia del corpo del Santo. La chiesa sorge su un preesistente edificio religioso, citato nella bolla indirizzata da papa Eugenio III al vescovo di Rapolla, Rogerio, nel 1152 e dedicata a San Donato, vescovo e martire di Arezzo vissuto nel IV secolo. Costituita da un’unica navata terminante in un coro quadrato, essa è divisa, mediante grandi pilastri a base quadrata, in tre campate coperte da elevate volte a crociera a sesto acuto. Le pareti della navata accolgono, in alto, delle piccole finestre da cui filtra la luce. All’esterno la facciata, allineata al convento, presenta un frontone triangolare, due finestre ovali e una porta alla quale si accede mediante gradini. Il campanile, arretrato rispetto alla facciata, si eleva con i suoi due ordini di monofore a tutto sesto e il tetto a guglia, all’altezza del coro. L’interno della chiesa è tutto ricoperto di affreschi e suggerisce l’idea di una Bibbia raccontata da illustrazioni. Nella prima campata trovano posto gli episodi della vita e della Passione di Gesù, le raffigurazioni dell’Inferno e del Paradiso e, nella parte inferiore delle vele, le Sibille e Virtù. Tali dipinti, eseguiti originariamente nel Cinquecento, subirono, tra il XVIII e il
XIX secolo, ridipinture e manomissioni da parte di un ignoto e mediocre frescante che, pur nel rispetto dell’impianto compositivo, compromise la resa formale degli stessi che risulta alquanto modesta. Sicuramente più interessanti ed originali gli affreschi della seconda e terza campata che recano scene del Vecchio Testamento a cui, si aggiungono, sulle pareti perimetrali, le storie frammentarie di Sant’Antonio Abate e di San Paolo Eremita, la raffigurazione di San Francesco che distribuisce la regola agli Ordini e una rovinatissima Pietà. Sui pilastri trovano posto, infine, Santi dell’Ordine francescano. Le scene del Vecchio Testamento sono suddivise in cicli: il ciclo della Creazione, il ciclo di Adamo ed Eva, il ciclo di Caino e Abele, il ciclo del Diluvio Universale. Seguono episodi tratti dalla Genesi relativi ad Abramo, Isacco, Giacobbe ed Esaù. Le figure e le scene dei cicli vetotestamentari sono rappresentate con una tecnica quasi miniaturistica per il distacco netto dei colori e per la totale assenza di prospettiva, caratterizzate in maniera precisa nella descrizione di uomini, animali, oggetti d’uso quotidiano, strumenti di lavoro manuale e collocate in una dimensione fiabesca che esalta la complicità emotiva che si instaura tra i personaggi del racconto, vestiti con abiti di foggia moderna e insolitamente differenziati nella proporzioni in ragione della loro importanza. Esse furono probabilmente eseguite da un pittore locale che risentì degli influssi pittorici e iconografici salentini giunti, grazie alla presenza francescana, dal complesso di Santa Caterina a Galatina, nel quale confluirono, nella prima metà del Quattrocento, stimoli napoletani, marchigiani, umbri e toscani. Tale pittore locale fu identificato, dal critico d’arte Sabino Iusco, come il maestro Nicola da Novasiri, data l’analogia dei cicli vetotestamentari presenti in S. Donato a Ripacandida con le opere del maestro. Secondo lo studioso, Nicola da Novasiri cominciò ad affrescare la chiesa partendo dalle scene del Vecchio Testamento, in una fase iniziale della sua carriera, forse intorno al 1506 ma, per una ignota ragione, non riuscì a portare a termine il lavoro e fu sostituito da un frescante più modesto che eseguì il ciclo cristologico. Sempre secondo lo studioso, Nicola riprese la decorazione della chiesa più tardi, intorno alla metà del Cinquecento, con la raffigurazione dei Santi, in cui si avverte una maturazione da parte dell’artista, unita a ulteriori influenze dalla capitale.

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Sull' Autore

Rossella Villani, termina il proprio percorso di studi nel 1995, laureandosi con lode in Lingue e letterature straniere presso l’Università degli Studi della Basilicata, con una tesi dal titolo: Presenze transalpine nella pittura del Duecento tra Puglia e Basilicata, relatore il prof. Francesco Aceto. Dopo aver conseguito la laurea continua l’attività di ricerca e di approfondimento sulle manifestazioni pittoriche lucane scrivendo articoli e pubblicazioni per l’Ufficio Stampa del Consiglio Regionale di Basilicata, successivamente divulgate anche sul sito istituzionale del Consiglio Regionale. Nel 2000, su iniziativa dell’Ufficio Stampa del Consiglio Regionale, l’autrice cura la pubblicazione del suo primo volume “Pittura murale in Basilicata” in cui sono presentante tutte le emergenze pittoriche ad affresco della regione, dal IX secolo al Cinquecento. Successivamente, nel 2006, vede la luce anche il secondo volume, dal titolo “La pittura in Basilicata dal Manierismo all’Età Moderna” i cui vengono analizzate le pitture murali e non dal Cinquecento in poi. Attualmente è docente di ruolo presso il Liceo Scientifico P. P. Pasolini di Potenza, dove insegna lingua e letteratura inglese continuando a coltivare la passione per l’arte e a divulgare la ricchezza, l’originalità e le peculiarità del patrimonio artistico lucano.

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