GIAMPIERO D’ECCLESIIS

 

Mi ricordo l’ultima volta che l’ho vista, sarà stato febbraio, aveva un cappottino striminzito, di un rosso slavato e un cappello di lana fucsia con le stelle ricamate, camminava a stento poggiandosi al braccio della sorella.

Cazzo se era magra, il suo viso erano solo occhi, enormi occhi verdi che lampeggiavano da un incarnato giallastro e da zigomi troppo sporgenti.

Era così bella tre anni fa, mi corse incontro alla stazione di Portici, una nuvola di capelli rossi e due labbra carnose che si stamparono sul mio viso, mi godetti la sensazione di calore e gli sguardi invidiosi dei molti maschi in attesa sulla pensilina.

Cinzia è un fantasma, poche ossa malamente ricoperte da un ricordo di muscoli e pelle avvizzita, la sua bocca è un taglio amaro e le sue mani sembrano artigli.

Anoressia.

Ha cercato confusamente di spiegarmi come tutto è iniziato, balbetta spesso e ha dei vuoti di memoria, la sorella la veglia, la protegge, la custodisce come una madonnina in una teca.

Era a Parigi, il suo primo contratto importante, è stato poco dopo quell’estate a Scario, bellissima e piena di baci, ma Lei era troppo bella e troppo lanciata nella sua carriera di modella per essere amore, finì l’estate e finì anche la nostra storia, non ci provammo neanche, rimanemmo molto amici. A Parigi dicevo, il suo primo contratto internazionale e quell’occhiata un po’ strana dal suo nuovo manager, –Amore sei bellissima, ma lo sai si che il tipo Monica Bellucci non è adatta alle passerelle vero?-. Cominciò così, specchi ossessivi, yogurt a pranzo e poi a colazione, e poi sempre meno, sempre meno e quegli specchi deformi che le raccontavano sempre di cosce un po’ troppo burrose, di fianchi non più da bambina, dopo un anno di quella vita era già pienamente in difficoltà.

Il fotografo di moda la guardò con una piega di irrisione sulla bocca –Ancora ‘ste ragazze del sud che non hanno capito niente. Questa è moda, non ci vogliono donne, ci vuole solo la buona, cara, carne secca da passerella! Senti a me bambina, non perdere tempo, tornatene a casuccia tua, senza sacrifici non si va avanti! Torna da Mammà!– e rise, rise molto, anima dannata.

I sacrifici: Viaggi, specchi e dita in gola, unghia fragili, carie e clisteri, pelle secca, debolezza e voglia di scomparire, debolezza, collasso, anfetamine, poco sorriso, poca carne, poca salute e, infine, poco lavoro.

Mi guarda con occhi lucidi, febbrili, cercando il mio sorriso che stenta ad affiorare mentre la guardo ridotta ad uno scheletrino pelle ed ossa, mi sforzo di pensare a com’era quell’estate di tre anni fa, chiudo gli occhi e, lentamente, il sorriso che lei cerca sul mio viso riappare. Mi chiama e mi tocca con quelle sue mani gelide, quando riapro gli occhi e mi ricompare davanti, il sorriso si gela nello sforzo di non farlo sfiorire.

Penso a Lei questa mattina di primavera inoltrata, con il caldo del primo sole quasi estivo che mi scalda il collo ed ho una gran voglia di partire per andare a vederla.

Al suo cellulare mi risponde una segreteria gelida come la voce di Marta, sua sorella, che al telefono mi dice che non c’è più, si bevuta l’ultimo sorso di vita accompagnandolo con tanti sonniferi ed è andata a dormire. Per sempre.

Faccio un respiro profondo per ricacciare indietro le lacrime e mi arriva un sentore di gelsomino, come l’ultima nota del suo profumo, lo respiro a fondo e mi lascio annegare in un mare di onde di capelli rossi.

D’un tratto il sole non è più caldo come prima.