di MICHELE STRAZZA

Nel 1819, in Basilicata, salì sul monte Vulture per compiere indagini geologiche Giovanni Battista Brocchi (Bassano del Grappa 1772-Khartoum 1826), conte di Bassano e padre della Malacologia fossile italiana.
Egli aveva già percorso negli anni precedenti l’Appennino alla ricerca di conchiglie fossili per documentarne la stratificazione geologica. Nel novembre del 1811, infatti, era stato a Napoli, a dicembre, sul Vesuvio e poi nelle Puglie, nel Lazio, nelle Marche ed in Romagna. Nell’estate del 1813 era ripartito per un secondo viaggio che l’aveva portato in Piemonte ed in Liguria, ritornando dal quale aveva dato alle stampe la sua opera principale “Conchiologia fossile subappennina”.
La sua multiforme produzione scientifica spaziò dalla mineralogia alla paleontologia, dalla zoologia alla botanica, dall’archeologia alla letteratura e alla storia.
Nonostante fosse stato destinato dalla famiglia agli studi giuridici egli aveva, infatti, sempre nutrito passioni scientifiche. Frequentò l’Università di Padova, da dove, nel 1792, poco prima della laurea, intraprese un viaggio a Roma dove maturò il suo amore per l’antichità che, nella seconda fase della sua vita, lo avrebbe portato in Egitto, in Siria, in Palestina ed in Nubia.
Proprio durante il suo viaggio nella zona del Vulture conobbe il celebre Ferdinando Tortorella che lo accompagnò nelle peregrinazioni sul monte. Lo scambio di dati e di pareri sulla composizione litologica dei luoghi lo misero nella condizione di riconoscere una varietà di lazialite trovata in una lava della montagna ma, mentre il Brocchi prometteva “una piena descrizione del Vulture stesso”, la morte lo colse durante la sua permanenza in Africa.
Il conte di Bassano suppose che il vulcano del Vulture avesse cessato l’attività “quando l’Adriatico, che tutta la Daunia bagnava ne’ tempi remotissimi, ritirandosi da questa regione s’ingolfò nel mare di Taranto”.
Particolarmente simpatico fu un episodio che caratterizzò, non senza qualche paura, la sua ascesa sul Vulture raccontato successivamente da un altro grande studioso, Charles Daubeney.
Brocchi saliva sulla montagna “portando con sé solo un martello, un barometro e altri strumenti scientifici” per le sue ricerche. I contadini del posto, non riuscendo a capire la natura dei suoi strumenti e delle sue operazioni, lo presero per un mago e non sapendo se poteva portare loro bene o male, si limitarono a sorvegliarlo attentamente a debita distanza.
Sfortunatamente, nel bel mezzo delle sue ricerche, il cielo si annuvolò, il vento preannunciò una imminente tempesta e la pioggia cominciò a cadere: “i paesani considerarono tutto ciò come il risultato dei suoi incantesimi e ne attesero impauriti e silenziosi i risultati, ma quando videro una furiosa tempesta rovinare i loro raccolti e le loro speranze di una buona vendemmia e osservarono lo scienziato ispezionare con maggiore attenzione gli strumenti magici di cui essi avevano sempre sospettato, abbandonarono ogni timore e in massa corsero contro il misterioso autore di tale misfatto”.
Fortunatamente per Brocchi, egli aveva con sé tre o quattro gendarmi di scorta, e questi con moschetti e baionette tennero a bada i contadini disarmati dando il tempo al geologo di fuggire, altrimenti, il suo zelo nell’esplorare i segreti del Vulcano avrebbe potuto essergli fatale.