“Vieni spesso a giocare a Villa Gordiani?”
“No, erano cinquant’anni, forse sessanta che non venivo”. “E come mai oggi? “Mi è venuta voglia, sai, nella situazione in cui mi trovo posso fare ormai quello che voglio. Oggi avevo voglia di pallone e di vedere come fosse cambiato questo posto.
“E come ti pare?”
“È come quando ci venivo io. Fatiscente lirico, disordinato”.
“Povero?
“Meno di allora”.
“Onesto?”
“Non conta”.
“Accattone?”
“Sempre”.
“Scritti su Pasolini” è tutto così. Un libro stupefacente, vero. Costruito da ciascun autore, con amore e rispetto, con dolore e senso di responsabilità. Un libro consapevole. Molto robusto anche lo scritto di Edoardo Angrisani, che coglie il senso anticonformista e destabilizzante di un film come “Uccellacci e uccellini”, e poi quello di Novella Capoluongo Pinto, che descrive con delicatezza un incontro giovanile con Pasolini e, non ultimo, il saggio più introspettivo di Stefano Zangheri.
Lo stesso concetto della Di Tolla viene sviluppato nella riflessione critica che di Pasolini fa il nostro Rocco Stella, il quale entra nel significato più intimo di un film come “La ricotta” che, quando fu distribuito, venne molto discusso. Anzi: “… Nell’attacco che lui fa al passato letterario ed artistico attraverso testi e linguaggi moderni però c’è alla fin fine la riproposizione dei valori etici della grande Civiltà Classica dell’Umanesimo nel suo insieme. Il film “La ricotta” al suo apparire venne censurato e sequestrato e il regista fu condannato per vilipendio della religione. Il pubblico ministero non riconobbe nella scena del pranzo della famiglia di Stracci e della sua morte “vera” sulla croce l’autentico significato del Vangelo, ma considerò scandaloso la rottura del presunto clima religioso nei 2 quadri viventi. Inoltre considerò sacrilego lo spogliarello iniziato dall’attrice che interpreta la Maddalena. Attraverso il candore simbolico della ricotta Pasolini riesce a fare delle riflessioni profonde che sono ancora attuali e valide sul cristianesimo e sulla spiritualità …”
Dicevamo del racconto, perché di questo si tratta, di Novella Capoluongo Pinto. La quale rammenta un incontro con Pasolini a Potenza. Lo descrive con cura e premura, con la perseveranza di un cronista. Non rinuncia a denunciare l’assenza delle autorità religiose e politiche di allora. Il perbenismo borghese di una città che in quegli anni viveva grosse contraddizioni, figlie di un falso, quanto ipocrita, moralismo. Ma la Capoluongo Pinto lo fa senza mai perdersi nel ricordo, con la raffinatezza di un poeta. Restituendoci una vera e propria novella (non a caso il suo nome di battesimo!). Incantevole! L’introspezione di Stefano Zangheri raggiunge vette di poesia, di pura letteratura che, ne siamo certi, segneranno in alto questo libro: “Quando stavo a Roma in estate andavo su quelle spiagge (Ostia, Fregene) a colorare il mio corpo acerbo, infantile. E sentivo gli ormoni che già salutavano chi mi accarezzava. Un gioco, un gioco di sintesi infiinta, come sentirsi colpire a un fianco senza dolore, senza alcun risultato. Ma capire la forza del colpo. Adesso ero il poeta che aveva giocato con gli ormoni, li aveva aperti e ne aveva estratto il nettare di una poesia malinconica, soggettivamente esausta. Ero eduto sulla rena intrisa dal sangue del poeta, demiurgica coscienza che aveva cercato il riscatto, la consapevolezza di sé nelle profondità di qualcosa che sfuggiva continuamente a una forma, a una descrizione. Che poeta poteva esserci nella violenza di una sera mistica che avevi comunque cercato da tempo, in quella fine dove la gloria appariva affrescata in una parete solo orizzontale e la vivacità della mente attendeva l’inevitabile per esplodere infine in una conoscenza tanto agognata quanto immediatamente dispersa”.
Il sangue del poeta torna spesso nel libro, sotto forma di metafora, di poesia, di nuda realtà. Ci induce a fare i conti con la forza, la violenza della storia, con il tormento del peccato. Per questo il film sul Vangelo di Matteo ci coinvolge anche per i significati più indiretti, per esempio per le riletture storiche del cristianesimo … Sapevamo, poi, che sarebbe stato intrigante leggere di Pasolini dalla penna “americana” di Yvette Marie Marchand. Una donna del mondo, intellettuale a tutto campo, che viene dal Novecento americano e si proietta prima nelle atmosfere magiche e spirituali dell’Umbria antica e poi nel cuore più intimo della Lucania Occidentale, quella che spiove fra Potenza e Salerno, fra il Melandro e il Vallo di Diano, con lo sguardo perso a metà fra Cilento e Val d’Agri. Ascoltiamola in un frammento del suo racconto e del suo “appuntamento” con Pasolini: “Il mio primo “incontro” con Pier Paolo Pasolini risale, si può dire, ad una giovane età e accade in una città, New York City, molto lontana dalla Basilicata dove, per il suo paesaggio in alcuni luoghi “primordiale”, è stato girato gran parte de “Il Vangelo Secondo Matteo” e dove gli eventi della mia vita ora mi portano a trascorrere lunghi periodi dell’anno. È, quindi, con molta partecipazione emotiva e particolare piacere che vorrei raccontare com’è che sono venuta a conoscere uno dei personaggi, secondo me, più versatili della storia della cultura italiana. … Ho letto molto presto Omero e anche Thomas Mann, Tolstoj e anche un po’ di Dante, Pirandello e Boccaccio, capendo spesso in modo alquanto imperfetto le situazioni che descrivevano, ma poco importava perché quello che volevo fare era ciò che faceva mia sorella più grande. Questa imitazione è stata fondamentale nel mio sviluppo educativo e ha grandemente contribuito a farmi diventare una giovanissima “drogata” della letteratura e di tutto ciò che ne deriva, come il teatro e il cinema. Nel programma di lettura che seguiva mia sorella in una scuola “speciale” per ragazzi particolarmente meritevoli (che più tardi avrei frequentato anch’io) c’era anche un semestre in cui si leggeva e analizzava la Bibbia nella versione eminentemente letteraria di Re Giacomo d’Inghilterra, che risaliva all’inizio del ‘600, un testo più poetico che liturgico, che mi ha entusiasmata e che ha certamente influenzato la mia scelta, molti anni dopo all’università, di occuparmi di letteratura inglese, di teatro e di cinema. Così, quando “Il Vangelo di Matteo”, qualche anno dopo la sua uscita è stato riproposto in un cinema d’essai a New York, nella zona di Harlem, dove assistevo assiduamente alle presentazioni di film stranieri, non è strano che io l’abbia visto e apprezzato. Non sapevo allora molto del suo autore e regista, ma avendo sentito cose molto controverse a proposito del film (ricordavo che aveva ricevuto ben tre nomination agli Oscar), ero molto curiosa di vederlo. Forse il commento più impressionante che ho poi letto su questo film di Pasolini è quello che fece un suo grande ammiratore, il regista americano Martin Scorsese, in un’intervista di pochi anni fa: “Il miglior film su Cristo, per me, è il Vangelo secondo Matteo, di Pasolini.
L’effetto che Pasolini ha fatto su Martin Scorsese e sulla nostra (oggi) Yvette Marie Marchand deve darci il senso della universalità di Pier Paolo Pasolini. Questo sangue di cui Lei parla, sangue che gronda dai personaggi come una profonda ferita, queste stimmate, queste piaghe sul corpo degli uomini di un’umanità sofferente avvicinano Pasolini al Cristo, incuriosiscono l’intellettuale, stimolano il poeta, provocano la sua reazione. Non è un caso che Alberto Barra abbia colto il senso della curiosità di Yvette Marie Marchand e l’abbia voluta condurre per mano, ancora più a fondo, nell’abisso pasoliniano. Sapendo che esiste un punto di luce da poter trovare. Un punto di luce che “Scritti su Pasolini” offre ai propri lettori. Alberto Barra è anche il pittore, che dopo l’imponente lavoro fatto con successo di critica e di pubblico su Dante Alighieri e nel volume, sempre a cura della Universum, “Cred’io ch’ei credette ch’io credesse”, si è oggi cimentato nella illustrazione degli scritti su Pasolini. Ma, in questo caso crediamo, pensiamo, siamo assolutamente certi che Barra si sia trovato non solo più a suo agio, ma persino più interrogato e stimolato nell’intimo sviluppo sia dell’arte letteraria che di quella pittorica. Per Alberto Barra, Pasolini è un pezzo della sua stessa anima, una traiettoria che sente propria, una scia che gli pare di aver conosciuto. Ero certo che il pittore – poeta di Satriano di Lucania avrebbe disegnato e scritto cose mirabili, come questa, per esempio: “Nei suoi molteplici e multiformi tormenti rivedevo alcuni aspetti della mia vita e, per questa ragione, continuo a pensare che la sua breve esistenza sia una vera pietra di paragone da tener sempre presente nella strada da intraprendere. La mia riflessione in occasione della morte dello scrittore, riguardo al mondo che voleva cambiare e, nel contempo, riguardo alle mie scelte individuali di coscienza, era sempre la stessa: da quale parte stare, cosa fosse in fondo il senso della parola martirio dal punto di vista etimologico e quale fosse, se vi fosse, la possibilità di creare una nuova realtà. L’adolescenza per strada, la ribellione alle voci del mio quartiere, ormai disincantate a tutto e avvezza alla sopportazione di ogni tipo di reato, alle meschinità più atroci ad opera di taluni nuovi messia, maratoneti e saltimbanchi di strada, abituati al compromesso per, in qualche maniera, affermarsi nel mondo, iniziava a disgustarmi.” Alberto Barra per suo vissuto, e come pochi, coglie il senso mistico dell’esperienza umana di Pasolini. Il suo martirio. La morte come catarsi, come rifugio, ma anche la morte per non morire, per continuare ad esserci con maggiore forza e credibilità. La morte che diventa sconfitta dei suoi nemici. La vittoria delle sue idee. Eccola la luce! Trovo questa pagina di Alberto Barra non solo commovente, poetica, ma profetica. Ascoltiamolo ancora: “La menzogna delle ideologie era l’unica musica ormai suonata per strada e nei vicoli. Tutto sommato, io ero figlio del supplizio, delle assenze, del vuoto e rivedevo nelle varie correnti ideologiche e mistiche il ripiegarsi in sé stessi invece di mostrare il proprio capo, il proprio reale sguardo alto sul mondo. Nessuna bicicletta pesava sulle mie spalle così tanto come quella che mio padre mi regalò in terza elementare. Era bianco latte, di marca sconosciuta e mi ha portato molto lontano fino a quel bivio ove o c’è la morte fisica e morale o la risurrezione di ogni quesito che tormenta l’anima.” Lo stesso sentimento che rivive nella poesia di Maria Rosaria Macchia: “Ti incontro nella rosa / e nella croce / nel pane spezzato / che riappacificò il Cielo / nei ragazzacci con le mani troppo nere / per cogliere una rosa. / Nel teatro della vita / il mondo non è una culla …” La rosa e la croce, il cielo e le mani troppo nere. Questo contrasto fra la morte e la vita, sul filo del travaglio esistenziale, ma anche sulla linea marcata di una straordinaria energia vitale. La morte di Pasolini è la morte per Pasolini. Quasi la stessa cosa.
A questo proposito, Leonardo Pisani ha un ricordo netto, quasi traumatico dell’ultimo giorno del regista – poeta. Provò a scherzarne, prese un ceffone dalla madre. Lui, ci racconta, era all’epoca un bambino, ma non ha mai dimenticato la gradazione, l’intensità di quella punizione. L’importanza di quello schiaffo, in rapporto al personaggio. Fino a suggellarne la conoscenza sentimentale, da adulto, attraverso una ballata di De André e Bubola. Più ho letto gli autori dei nostri “Scritti su Pasolini” più vi ho riscontrato elementi di novità, chiavi di lettura molto stimolanti. Per esempio in Andrea Galgano, poeta colto e intenso, ma anche critico letterario raffinato. Vi propongo un cameo della sua riflessione, che si sviluppa anche attraverso quel poderoso lavoro pasoliniano che sono gli “Scritti Corsari”: “In tal senso, risulta di particolare utilità creare occasioni di incontro tra la produzione artistica di Pasolini e le nuove generazioni, non soltanto per l’oggettivo contributo alla pratica sperimentalista in chiave anti ermetica, né per la costante ricerca di forme espressive nuove intrise di un marxismo che strizza l’occhio all’impegno civile e convive con il senso di colpa della morale cattolica, ma perché una figura tanto carismatica, quanto nel contempo controversa, riesce come pochi ad offrire interessanti ed audaci prospettive di indagine sulla realtà sociale, politica e culturale dell’Italia della prima Repubblica, come parametro decadente per leggere criticamente il presente. Senza dubbio l’inafferrabilità è una costante che attraversa ogni evoluzione della sua produzione poetica, narrativa e cinematografica, tanto per la dimensione umana, quanto per quella intellettuale.” Galgano invoca un nuovo incontro di Pasolini e della sua opera, soprattutto della poesia, con i giovani di oggi, ma conferma, come qui hanno fatto più di altri: Barra, Macchia, D’Andrea e Zangheri, l’incrocio inevitabile con l’orizzonte della morte e con il dualismo morte/non morte. Ascoltiamolo, ancora: “La Negritudine, dico, che sarà ragione”. In certo modo – come lucidamente hanno osservato Calvino e Barthes per l’utopia di Fourier – il profetismo pasoliniano si sbilancia oltre la rasserenata compiutezza delle ideologie: supera ogni finalismo della storia prevedendo la fine della storia, e intanto della propria. Nessun altro poeta come Pasolini ha messo in scena, costantemente provandola e riprovandola in parole come sarà nei fatti, la propria morte”.
Proprio ad Andrea Galgan0, in vista dell’uscita del libro, sussurravo sul senso greco, discendente dal teatro greco, che Pasolini ha saputo dare alla parola “catarsi”. Quella sensazione di liberazione, di sprigionamento delle proprie energie, emozioni, stati d’animo magari repressi. Un momento che nella vita bene o male ognuno di noi ha provato almeno una volta. Può essere intesa come la liberazione da una situazione o persona danneggiante per il proprio essere oppure, come riteneva Aristotele, dalle passioni che inducono al male. Nel film del 1967 “Edipo re”, con Franco Citti, Ninetto Davoli e poi, niente meno che Maria Callas, nella parte di Medea di Euripide, nel film Medea del 1969, Pasolini è riuscito a rendere plastica l’idea di Aristotile, cioè del bene come esperienza di unione. Il regista ha trasportato la tragedia greca nel cinema, ha creato una simbiosi vera e propria tra attori e spettatori. Ecco quello che Alberto Barra e Stefano Zangheri sentono e percepiscono come unione con Pasolini. Davanti ad un suo film – come rispetto alla sua vita – la proposta che ci viene fatta è un’esperienza unica, che provoca il cosiddetto fenomeno della “catarsi”, da intendersi come una sorta di purificazione dell’anima. In fondo, quella di Pasolini è contemporaneamente una storia tragica e catartica, attraverso la quale si finisce per morire o “sopravvivere” con sensi di colpa, rimorsi, angosce, conseguenze di scelte irrazionali. Ma questa offerta dona allo spettatore, a ciascuno di noi, la possibilità di lasciarsi coinvolgere dagli stessi “peccati”, di immedesimarsi e perciò di non viverli nella realtà quotidiana. Non a caso, Annamaria Molinari usa il teatro greco per ricordare come Pasolini in “Scritti Luterani” chieda al coro democratico di rilanciare l’eco di una confessione: “Le colpe dei padri ricadono sui figli”. La Molinari ci spinge ad una riflessione su come portare il messaggio pasoliniano ai nostri ragazzi, anche nelle scuole. Loro, più di tutti, hanno bisogno di un messaggio di verità, di un bagno nella realtà, se pure cruda e non di rado crudele. Senza questa presa definitiva di coscienza lo scivolamento valoriale diventa irrefrenabile. Dobbiamo capire che proteggere i figli non significa dire loro bugie o nascondere aspetti del mondo costruiti sul male, sull’inganno, sulla violenza e sulla guerra. Recuperando anche quella dolcezza poetica che Pasolini riserva alla sua impareggiabile creatività artistica. Su questo tema rilancia Donato Loscalzo che, fra critica sociale e letteraria, insiste, come la Molinari, sul rapporto fra purezza e gioventù universale: “Per questa ragione (Pasolini) fu nostalgico di un mondo remoto, sedimentato nel fondo delle coscienze che però la civiltà, la storia e il progresso civile in particolare, hanno relegato ai margini e hanno messo troppo spesso a tacere. La civiltà ai suoi occhi non ha completamente rimosso il mondo aurorale, ma lo emarginato tra i poveri, nelle borgate di Roma, tra gli ignoranti, ultimi custodi di una cultura antica, per certi versi pura”. Il volto di Pier Paolo Pasolini, ancora una volta, somiglia a quello di una maschera greca. Fondamentale mezzo di riconoscimento del personaggio stesso in quanto costituita da caratteri distintivi, lacrime per la tragedia e sorriso per la commedia, oltre che un mezzo di amplificazione della voce vista la distanza tra attore e pubblico. Pasolini, la maschera. Pasolini, il regista. Pasolini, scrittore e poeta. Pasolini, la metafora dell’irrazionalità e del trasposto, della passione che oscura e domina quello che realmente si è: una bellezza fanciullesca e pura. Qualche anno fa, scrissi di Pasolini nel mio libro “La tua vera eredità”. Lo feci perché San Paolo era il protagonista di quel volume. Lo feci per ricordare che Pasolini stava preparando un film su Paolo di Tarso. Prima di quella sua sventurata morte. Di quel suo addio così carico di lirica e dramma, di destino e realismo, da apparirci, oggi, paradossalmente, irrinunciabile. Per Pasolini, Paolo era un giovane prete moderno alla ricerca della verità. Quella verità che non ha bisogno di orpelli, di sovrastrutture, di decorazioni artefatte, di stucchi e barocche costruzioni. Sulla verità Pasolini ha scritto: “Nel tempo dell’inganno universale, dire la verità è un atto rivoluzionario!” Perché la verità non è solo ricerca ma è anche scopo, ragione di vita, semplificazione dell’esistenza. Nello scontro fra il bene e il male, l’idea di Pasolini è che le due categorie esistano per una ragione naturale e che l’umanità non può pensare di schierarsi semplicemente da una parte. Nessuno costruisce solo il male, in pochissimi perseguono solo il bene. Eccola l’attrazione verso le due utopie pasoliniane, la rivoluzione e la fede.
