Un lavoro di Michele Pinto

LUCIO TUFANO

Di quale viaggio si tratta? È forse un viaggio per mare, incontro ai ghiacciai, o alle afose e calde coste dei tropici? Quel mare immenso, quello dei secoli, dove gli anni e i giorni, gli uomini, le specie, le ere, le guerre e le catastrofi fanno parte dei flutti, degli uragani e delle bonacce, e dove solo le risacche rappresentano momenti di serena memoria per quegli imperterriti naviganti, Ulissidi dagli impensabili percorsi alla riscoperta di arcipelaghi di fasi e civiltà diverse?

Si sa come gli storici siano i compilatori di racconti biblici, storie di un popolo che attraversa le sue glaciazioni fisiologiche e generazionali, di sottomissione e di egemonia, i suoi fervori di rivolta e di liberazione, le sue stagioni della sobrietà e della parsimonia, le fasi della pace e della guerra, gli esodi di massa e le penurie.

Compilano, con certosina pazienza, un grande calendario degli eventi, delle date, un almanacco di sconfitte e di vittorie, perfino di battaglie granarie e di vendemmie nella vicenda agraria di una terra.

È insomma la bibbia di un popolo che nasce e muore, esoda ed opera. Un popolo nel suo lungo

divenire.

Così Pinto ha rivisitato gli avelli, ha reincontrato i grandi maestri della storia, da allievo disciplinato intento a tracciare segnali da aggiungere ad un grande mosaico, a rievocare eventi, a celebrare i miti, le saghe, le tragedie di una comunità che ha popolato di volta in volta le pendici del Vulture, raccogliendo pezzi diversi e analoghi dal Cartulario, dalla storia della Valle di Vitalba, forse anche dalle Statistiche Murattiane, dalla Relazione Gaudioso, dai viaggiatori come Malpica e Lear. Egli perciò viaggia con la Gussani guida, come Dante con Virgilio, di vettori come G. Fortunato, Raffaele Ciasca, Di Benedetto, in una comoda diligenza che corre nel tempo e nei luoghi. Finto lo fa in onore delle celebrazioni del 2011, del 150° dell’Unità Nazionale, del Bicentenario di Rionero, comune autonomo.

È il suo viaggio nella storia di Rivo Nigro, quell’oscuro casale, già descritto da padre Tannoia.

Paese di frontiera, per la vivacità e l’intraprendenza dei suoi abitanti, che – come scrive Nino Calice – si muove “senza la stanchezza del passato” e “non senza ottimismo e generosità, contribuendo alla storia del Mezzogiorno”.

Insomma, una bibbia, quella di Michele che tratta vicende del vecchio e nuovo testamento.

Un titolo degno di Celine per quel suo, “Viaggio al termine della Notte”: un viaggio nelle “epoche”, l’acquisizione della capacità e del potere di un medium, quelle doti degli storici di rango cui è consentito di penetrare come un bruco nelle carte, nelle pergamene, nei documenti, siglati e vergati dagli antesignani, visitando i santuari del sapere, le biblioteche e gli archivi …

Si tratta, anche adesso, di un viaggio compiuto – da alieno – nel pianeta dei regimi feudali: dai Longobardi, ai Normanni, agli Svevi, fino agli Angioini. Le questioni e gli usi dei valvassori e valvassini, i rapporti di soggezione, di dipendenza, di servaggio, di jus primae noctis, di vitae ac necis, di giustizierati.

Vincoli, ipoteche, rapporti di enfiteusi e di subordinazione secolari, da Rivo Nigro a Arenigro; e poi dal 1500 al 1700, rivoluzione partenopea e municipalità repubblicana, restaurazione borbonica, decennio francese, evoluzione a comune autonomo e lotta per la terra.

Così si dipana una storia che va dai viaggiatori e studiosi dell’800, al sisma del 1851 e all’accordo con Atella per la divisione del territorio; ai liberali e reazionari in Basilicata, e a Rionero durante l’unificazione nazionale.

Vengono citati la Torre civica 1888 al Rione Costa con l’orologio di mast’Francesco Di Lonardo padre di Raffaele socialista, l’armiere Gerardo Tribuzio e il figlio Catiello, la evoluzione tra produzione e commercio delle acque minerali, l’Associazione Operaia di Mutuo Soccorso, il Casino Sociale e la Biblioteca Circolante (1875). C’è la storia delle Ferrovie Ofantine patrocinate da Giustino Fortunato, “fattore di civiltà e di italianità” e c’è il discorso di Fortunato a Potenza con “la sconfitta dell’atavico isolamento” (Opera tardiva per colpa dei Borboni, un paese che rinasce con 12mila abitanti nella seconda metà dell’800 e per tutto il ‘900 fino agli anni ’60), le attività artigiane e commerciali lungo la Nazionale 93, mentre verso Barile si installano i carrai con le loro botteghe, vere e proprie fabbriche a due ruote (2 metri di diametro), abili costruttori di “traini”, di mobili, botti e portali, i calzolai, i sarti, i fabbri …

L’impulso all’economia e al commercio viene dalle colture intensive, vigneti ed oliveti che accrescono il reddito dei contadini. Le produzioni indispensabili a soddisfare la domanda dei mercati zonali e della provincia, alimentano la creazione di Società cooperative, la Banca di Soccorso, grazie al sindaco Francesco Pallottino, all’impiegato Pierri e al negoziante Gaetano Padula (fino al luglio del 1891).

Per la pubblica Istruzione, i giovani acquisiscono la “patente” di maestro per insegnare le tecniche del leggere, scrivere e fare di conto.

La Banda Musicale e il Teatro Lirico (1878-1882) sorgono per opera di Rosario Corona, “II San Carlino“, dove dirige il violinista Capoccetti, fino al 1892 quando viene a mancare il sostegno della banca Cooperativa.

Un paese vivacissimo, lo afferma Cesare Malpica “dove la classe agiata è numerosa”. Nel libro si parla della Tipografìa di Torquato Ercolani, e vi è riportato l’elenco di tutte le pubblicazioni (Bozza, V. Lichinchi, poesie di Vincenzo Granata, Michele Lacava, commedie di Luigi Mininni (L’istrione), di Francesco Pallottino, i discorsi di Vincenzo Solimena e Pasquale Cerone, a lettera di Nicola Mennella (1881) per la venuta dei Sovrani all’inaugurazione del Teatro Comunale Stabile di Potenza.

Degni di nota il Circolo Artigiano: capi d’arte e lavoranti di bottega – 1883 – fondatore Giovanni Plastino e la “Cassa di Risparmio” con soci onorari, i deputati G. Fortunato, Giuseppe Plastino e l’allora Prefetto di Potenza.

Qui si parla anche dell’epopea di un noto agronomo, alla stregua di Eugenio Azimonti, Rocco Buccico, ritrovato nelle pagine di Michele Pinto, dopo averlo incontrato in quelle di “Terra Lucana” della Cattedra Ambulante di Agricoltura. Direttore-amministratore dell’Azienda Forestale di Monticchio, la cui influenza sui fratelli Lanari (marchigiani) giovò a tutto il comprensorio. 40 anni di operosa presenza, debellò il brigantaggio che infestava la foresta di Monticchio, trasformò il territorio in azienda agro-industriale. A lui andarono numerosi riconoscimenti: medaglia d’oro all’Esposizione internazionale di Milano 1906, medaglia d’oro ai Lanari per l’acqua “Gaudianello”.

Siamo agli albori del ‘900. Rionero ha 11.384 abitanti. Le condizioni d’isolamento della Basilicata sono oggetto dell’inquisitoria Fortunatiana. Il 17 settembre 1902 Zanardelli arriva per visitare la nostra regione, in 12 giorni. A Rionero, patrocinato dal Fortunato, incontro con le autorità religiose, civili e militari. Il 29 settembre a Potenza incontra i parlamentari lucani, Lacava, Torraca, Pavoncelli, Grippo, Gianturco, Fortunato. Il 1904 viene emanata la legge.

Inaugurata la nuova rete d’illuminazione il 24 aprile 1910, su sollecitazione di G. Fortunato nasce l’Università popolare al fine di elevare la cultura dei ceti popolari. È il centenario di Rionero, comune autonomo, quando il giovane Ciasca pronuncia il suo lungo discorso storico. Di esso si avvale Michele Pinto per notizie e riflessioni, una rassegna di fatti e cronache che va dalla sommossa dei contadini per le rivendicazioni della terra, alla radice sociale del brigantaggio, alle piaghe del nostro Mezzogiorno (1815-1860): la feudalità, il latifondo, l’inasprimento dei processi politici da parte dei governi, il perseguimento degli “attendibili”, tranne che per Rionero, grazie alla famiglia Fortunato, al Giustino Fortunato senior, che non tollerò alcuna prevalenza dei gendarmi in Rionero.

Si racconta della prima guerra d’indipendenza, dopo Coito e Pastrengo, quando Carlo Alberto si trovò solo a guerreggiare contro l’Austria, di Ferdinando II, che ordinò di reprimere la sommossa popolare, sciolse il Parlamento, costituì un nuovo governo con Giustino Fortunato (senior), abrogò la costituzione e avviò una dura repressione contro i liberali. Furono allora addebitati dagli antiborbonici e dai liberali al Fortunato, primo presidente del Ministero della Reazione, a Napoli, nel 1849, tutte le responsabilità della repressione posta in essere nel Regno.

La famiglia fu coinvolta con accuse, epiteti e offese. Tutto fu evidenziato dal Ciasca nel suo discorso del 1911, e come le famiglie Fortunato e Catena, quando Crocco operò l’assalto al paese, si adoperassero nel proteggerlo, senza subire la vergogna di accogliere, festeggiare ed ospitare le orde, come in effetti avvenne in tutto il Melfese e anche come si evolvesse Rionero, dalla presa di coscienza della nazione, allo Stato Unitario, alla “questione meridionale” e al merito della nuova generazione di uomini politici in Parlamento, dal 1880, al 1890, con il merito di don Giustino junior.

Vi si appura come il giovane Ciasca, sulle orme del suo insigne maestro, fosse uomo politico, realizzando la nascita della Scuola Media, l’Istituto Magistrale G. Fortunato, le scuole Magistrali del grado preparatorio, il Liceo Ginnasio e l’Istituto d’Arte.

Confluiscono in questo lavoro la passione di moto, quella di sorvolare tempi, comunità, spazi, come se alla maestà immota delle sette vette del Vulture, delle Chiese, delle case, delle contrade, delle piazze contrasti l’instancabile attività del ricercatore. La lente dello storico percorre epoche e fasi, leggi date e stagioni. E proprio qui la polarizzazione di atteggiamenti diversi, ma necessari per commemorare, rilevare, annotare cose, vicende ed aspetti di una storia con ineffabile nostalgia del lontano, del vicino, del remoto e del presente; tutto da chiudere in un solo e lungo percorso.

Michele Pinto è così affetto da quel mal sottile degli storici, quei viandanti che crearono le modalità, a loro volta ereditate dagli ascendenti, esploratori, storiografi, che hanno scrutato il mistero dei secoli, il destino di massa con la medesima affinità elettiva, capaci di animare tale mistero e tale destino fino a tradurli in eletto insegnamento.

Ecco come l’arte può serrare il prodigio di questi esuberanti, inesausti spiriti, i precursori che prima di Michele Pinto hanno perlustrato il territorio, i suoi anfratti, le sue crepe da provetti geologi.

Perciò tutte le riflessioni, i racconti, i documenti si riducono a giornali di bordo, a taccuini di trincea, elencazioni tachigrafiche, la cui valutazione dipende dalla preparazione e dall’intelligenza di chi legge, di chi interpreta le esplorazioni dei tempi lunghi, degli usi, delle tradizioni, delle avventure degli uomini e delle loro organizzazioni generazionali.

E così che attraverso la redazione di appunti a volte aridi, a volte succulenti, di note e dichiarazioni registrate, scritte o parlate, si rivela la modestia, direi l’umiltà, di accettare e rielaborare tutto quello che altri prima hanno scoperto.

Le soste del viaggio, alla ricerca, al recupero e per il restauro della storia, non sono che stazioni di cambio lungo il processo della migliore conoscenza di sé, del proprio popolo, della propria origine e della propria terra, come raccordo tra passato e avvenire, nella utopia dell’umanità, l’infanzia e l’adolescenza, la maturità di essa; processo condotto con quella intellettualità curiosa, geografica, sociologica, antropologica, economica e politica propria di chi ha confidenza con gli archivi, con le biblioteche, ed è svezzato dalle meticolose letture, senza assurgere a “mito” come è accaduto a qualcuno.