
LUCIO TUFANO
Visceledda è il vecchio nome attribuito alle ragazze contadine delle nostre campagne.
Ecco che ritorna, in questa fresca poesia che rievoca il romantico passato della città.
Dai costoni delle vigne
venivano panieri di stagione, erbe nostrane e di
sapore amaro. Entravano i goffi contadini e le
giumente, i vinaspri abboccati di muscatiedda e
sorbe, i soprannomi ed i sarmenti, le fascine di
bosco, gli odori di basilico e di menta, gli annodati
maccaturi di sedano e formaggio. Entrava la cultura
della madia e delle foglie, l’aria silvana e le
amarene ad inghirlandare gli ispidi capelli ai fauni
delle ringhiere. Venivano così, le “Visceledde” a
frotte, ad intrecciare le ceste della festa, a preparare
i cinti e il grano giallo sugli altari.
Nei giochi di rione e “fuori porta”, sentiamo di
poter parlare col padre e con la madre, di
ritornare al cuore antico, ai ventricoli di sole e
ragnatele. Abbiamo ora bisogno di ridere sui fatti
rotti sotto il muraglione, di soffermarci ad
ascoltare il brontolio incessante del mulino che
macina gli anni di San Gerardo immobile. Ora
vorremmo di nuovo camminare sulle canzoni delle
fanciulle per via meridionale. Ora chiedeteci: chi
scola? Tutti i Santi!, risponderemo ancora: Nun sò sta
io, è sta la vecchia!, mentre s’accosta il buio alle
imperterrite voci della sera. Ora raccogliamo una
delle storie del teatro-città, della città microcosmo,
nei suoi spazi angusti, nei suoi gesti e nei suoni del
nostro più intimo comunicare, nel modo di
tramandare, tra porte e famiglie, il desiderio di
vivere e di voler vivere, il rammarico di dover
morire. Città dai fragili confini tra cinta urbana e
campagna. Ecco perché il discorso, penetrato da
Portasalza e da San Luca, ha dimorato nelle case,
ha operato nella piazzetta e nel vicinato
tessendo il trafelato sentimento del
nostro imbastito racconto.