
Marco Di Geronimo
Anche ieri (il 22 per chi legge) su Rai 2 è andata in onda una puntata di Voyager, programma dall’incerta natura condotto da Roberto Giacobbo. Mentre l’opinione pubblica si gode l’incredibile successo di Meraviglie di Alberto Angela, la tivvù di Stato persiste nel produrre anche quest’altro genere di trasmissione televisiva.
Da anni ormai imperversano polemiche sulla qualità dell’informazione di Voyager. L’ossessione che Roberto Giacobbo sembra nutrire per qualsiasi storia o dettaglio che metta in dubbio la razionalità e la scienza sono ben note al grande pubblico. Costui imperversa fin dai primissimi anni Duemila sulle reti del servizio statale e si è reso protagonista di scandali e critiche d’ogni genere.
Basterebbe ricordare la presentazione della bufala di John Titor (il viaggiatore nel tempo che prevedeva la Terza guerra mondiale nel 2015) come «una storia vera», la campagna informativa del 2012 su tutti i disastri che si sarebbero scatenati sulla Terra il 21 dicembre di quell’anno, e altri episodi di questo genere, per comprendere che non si tratta di un programma di divulgazione.
Ebbene, non è questo necessariamente un problema. La televisione è un media moderno, che si adatta ai gusti del pubblico e alle necessità del mercato. Tanto più che Mediaset pesca dallo stesso bacino di utenti abbastanza share da produrre Mistero. Programmi televisivi che puntano sul mondo dell’irrazionale, dell’assurdo, del magico e del fantastico hanno diritto a un ruolo in TV.
Non basta questo a giustificare l’opera di Roberto Giacobbo. Le puntate di Voyager sono realizzate in modo che viene da chiedersi se vi sia un complotto per renderle prive di qualsiasi credibilità giornalistica. Si dice che il programma sia «…sia scritto da Giacobbo, in collaborazione con» altri autori che non insulteremo citandone i nomi. Ma cosa c’è di scritto nei lunghissimi, arzigogolati e ridondanti discorsi di quest’uomo? È stata davvero preparata la battuta sul «piede in fallo» che potrebbe farlo capitombolare giù per una montagna americana? Cosa c’è di professionale nell’entrare nel Duomo di Firenze e stupirsi, in una stanza di servizio, della presenza di un armadio che «sarà profondo almeno un metro»?
Violando tutte le regole base del giornalismo (a cominciare dalle 5W: ieri lo spettatore ha atteso minuti interi prima di capire cosa fosse il dipinto perduto di cui Giacobbo parlava), l’intera trasmissione sembra puntare molto sull’improvvisazione volontaria, sulla comicità spicciola e sulla simpatia di espedienti disseminati di qua e di là.
Peccato che più che un avventuriero a caccia di conoscenza il signor Giacobbo assomigli a un turista che vaga senza meta, che le sue battute sembrino il prodotto di sue poco geniali intuizioni, e che i «salti nel tempo» orchestrati dalla regia siano meno credibili di Topolino che finge di aver sentito davvero la risposta dei bambini di due anni alle sue domande retoriche negli odierni cartoons Disney.
Tutto in Voyager sembra essere realizzato secondo i parametri di Boris («a noi la qualità c’ha rotto il cazzo!»), sembra diretto da René Ferretti. Il balzo compulsivo da un argomento all’altro senza alcun filo conduttore né filtri o mediazioni fa assomigliare la trasmissione a una miscellanea in cui i vari servizi potrebbero essere assemblati a caso senza che nulla cambi. L’onnipresenza di Giacobbo sullo schermo, rigorosamente mai tagliato (perché del sommo sono importanti anche silenzi ed esitazioni), sbarra il passo a contributi esterni, a servizi di approfondimento, a puntualizzazioni. Le finestre che qua e là si aprono servono a ridare coerenza ai discorsi del conduttore, che appaiono improvvisati. Ripeto, l’impressione è che il programma stesso punti sull’improvvisazione, che sia una scelta redazionale: non ci sarebbe nulla da obiettare, se il risultato non facesse dubitare in pratica di qualsiasi suono articolato da Giacobbo.
A completare il quadro d’insieme, il cumulo gigantesco di informazioni lanciate qua e là, solo accennate. Ieri il programma ha fatto riferimento a una presunta globalizzazione degli uomini primitivi, basata sull’estrema somiglianza delle pitture rupestri di luoghi molto distanti tra loro. Dopo aver agitato quest’idea per qualche minuto, è stata abbandonata senza spiegare su quali basi era stata avanzata, chi l’ha sostenuta nel panorama scientifico, né notizie per permettere allo spettatore di approfondire. Un brevissimo accenno c’è stato anche alla storia dei due radioamatori italiani che intercettarono alcuni fallimenti dell’industria aerospaziale italiana: fu un servizio realizzato da Voyager, ma ieri sera lo spettatore si è dovuto fidare di quattro parole di Giacobbo.
Viene dunque da chiedersi se è questo il modo corretto di concorrere nel mercato del fantastico e dell’irrazionale televisivo. Ammesso che la RAI debba investire su questo genere di programmi, quando forse potrebbe dirottare i finanziamenti su trasmissioni di seria divulgazione scientifica, non sarebbe il caso di garantire una qualità, una preparazione, un prodotto migliori al telespettatore?