Abitavo in una casa di via Umberto 1° con la nonna, maestra elementare, e con gli zii. Sullo stesso piano vi era anche l’appartamento del severo federale fascista Nicola Carriero, al piano terra, da uno degli ingressi del medesimo portone, si accedeva negli ambienti privati della famiglia Salvatore, il cui papà era il “Titese”, che gestiva una trattoria con l’ingresso dalla stessa strada, lungo la quale una fila di case, attaccate tra loro, avevano come inquilini Marolda, maresciallo della Questura, gli Zingariello, impiegati, e, alcune famiglie contadine.
Sotto i nostri balconi, a piano terra, sulla curva che portava a Montereale, i magazzini dei fratelli Blasi, noti grossisti di alimentari, di Laurenzana, erano pieni di merci di primo consumo, farine, olio di oliva, vini, legumi ed altro. Proprio di fronte vi era il villino del prof. Federico Gavioli, una palazzina di colore rosso pompeiano, con il cancello del giardino e con due grossi portoni. Vi abitavano il dottor Federico Gavioli con i figli Orazio e Angela, miei amici. Il ponte di Montereale era stato appena costruito e si stava provvedendo, in quei giorni, a corredarlo di una folta e vasta piantagione di pini giovani, passata poi nelle indicazioni topografiche della città, come la “Pineta di Montereale”.
La trattoria del “Titese”, sprigionava dalla cucina e dal suo interno, voci di avventori e odori stimolanti di arrosti e di fritture, di sughi e di minestre.
Più avanti, in procinto di iniziare il percorso del ponte, le palazzine Incis, sorte per le famiglie degli impiegati statali, erano abitate dai Debiase, dai Giocoli, dai Cuscino, dai Costabile, dai Nisco, dagli Ajello, dai Poiero …
I motivi delle canzoni più in voga di quegli anni si canticchiavano dappertutto e si fischiettavano per strada e nei giardini pubblici; la radio le trasmetteva con intermittenza tanto che non v’era finestra, d’estate, da cui non arrivassero melodici motivi di canzoni conosciute.
Ai rioni giungevano motivi di arie campagnole. Era la sera dei fazzoletti che si accendevano nelle trecce contadine. I vicoli, di sera, vivevano di cento deboli luci, le porte e le finestre odoravano di cucinato e di fumo.
A scuola, dai finestroni aperti, si proiettava il sole sulle lavagne. I temperini scolpivano sui logori banchi inchiostrati i nostri nomi e le battaglie navali, e tra i grembiuli scuri con fiocco bianco o azzurro, le mosche nei calamai, gli odorosi tepori dei fioriti lillà. Lungo l’assolata campagna si alzavano alberi, siepi e pagliai. L’agro era in coltura e i traini traghettavano, per le rotabili silenziose gli esiti del
la faticosa giornata.
L’odore del fieno raggiungeva la città e, da Montereale, la fragranza dei pini sembrava permeare, sin dal crepuscolo, ogni anfratto della nostra guerra, quella degli scontri e delle avventure, di noi ragazzi, delle pattuglie in esplorazione tra sambuchi, ortiche e fossati.
Presi da uno strano patriottismo di contrada e di rione trovavamo il migliore dei nostri svaghi nella formazione di vere e proprie bande organizzate con capi e sottocapi, fanti e graduati, e nell’approntare capanne di rami e frasche, di presidii sui costoni delle scarpate cespugliate di rovi, di arbusti, ove si allestiva il comando e si custodiva il “tesoro”, il bottino e la refurtiva, le mazze, qualche simbolica pietra e qualche attrezzo.
Trafelati e mai stanchi di mazze, di scale e di ringhiere, di rivoli e sentieri, di strade e portoni, tra rosmarini e sassaiole, tra i cespugli e nei viottoli polverosi, fino al ghiaioso greto del fiume, di quei “botni” verdecupi, Dragoverde, Sassolino e Piscinone. Scuro di viso era Ventura Ragone, quasi olivastro. A lui si addiceva il ruolo di Geronimo, carattere duro e lineamenti tesi. Un pellerossa delle nostre parti. Biondo e muscoloso era Musciarone (Antonio Defelice), tedesco di qui e di iniziative temerarie.
Un astio, sorto
per finta che, senza tregua, diventava quasi perenne, da piazza XVIII agosto ai giardinetti, saliva fino ai marciapiedi delle palazzine INCIS, dilagava, sempre più aspro, sugli usci e tra i palazzi, nei portoni e nei vicoli a contenderci il territorio da autentici capi rivali, tra trincee di rovi e dirupi. Si improvvisavano ruoli spavaldi secondo i canoni impartiti dalle didattiche in voga e la lotte fisica e con mazze, il menar vanto dei propri muscoli, erano i segni della nostra capacità di aggredire, azzuffarsi e guerreggiare. Scimmiottavamo i personaggi dei fumetti come Cino e Franco, Fulmine, l’asso degli assi, di Mandrake, il mago sorprendente ed elegante, dell’Uomo Mascherato, di tutti quegli eroi, a noi molto familiari, riprodotti nei giornaletti dell’Editrice Nerbini di Firenze, degli eroi salgariani e di altri personaggi dei film di quegli anni. A Portasalza, nell’area prospiciente all’ingresso del villino Gavioli, dal portone del palazzo dove abitavano l’avvocato Sergio Depilato e il giornalista de “Il Giornale d’Italia” Giulio Salvatore, genero del noto Davide Messore, direttore de “Il Giornale di Lucania”, alla bottega di “Vini e caffè” della vedova Pupillo, al vicolo dove abitavano i due capi, si organizzavano le trame, si operava il reclutaggio per i duraturi scontri dell’estate. I “pizzaculi” erano adibiti in avanscoperta o facevano da vedetta e il “tesoro” doveva reperire il suo occulto recapito …
Gli scontri avvenivano tra cavalieri in arcione ai compagni, con entrambe le mani ben saldate a pugno contundente, con zuffe alla guisa dei tornei medievali. S’imperversava sui deboli e sugli avversari, su quelli che non avevano nessun contrassegno o appartenenza. Gli sconfitti venivano catturati e sottoposti a vessazioni. I lunghi e giovani rami di robinie, flessuosi e spogliati delle spine e delle foglie, diventavano spade affilate per la difesa del solco o del confine o per trafiggere, per gioco, il sudore dei petti ansanti.
Erano le mazze insomma a fare da fioretto, da arco per le frecce, da scimitarra o da moschetto. Le pistole erano di legno. Vi erano anche piccole fionde per gli uccelli e per gli spaventapasseri frequenti e facili bersagli.
Sulla strada asfaltata di via Umberto I, le carrozze costruite con tavole di legno e pezzotto mobile, scorrevano su tre cuscinetti, due grossi dietro e l’altro davanti sotto il pezzotto che faceva da sterzo, a manovra, a briglia o a fune. Erano cinque, sei, anche dieci carrozze in corsa e in discesa sempre più veloci secondo la pendenza del suolo, per un percorso che, per piazza XVIII agosto, si allungava per il Dispensario Provinciale Antitubercolare e per la curva di Castello, fino al Gallitello. Le montavano il pilota e qualche altro compagno. “Ntrovolatonza” non vi poteva montare, perché traditore o spia. Il bottino, se c’era, consisteva in tutto ciò che poteva essere confiscato ai vinti, anche qualche pezzo di pane, che, come “rancio”, i ragazzi portavano nelle tasche o in qualche zainetto.
In tale foga di eroismi, con una tale ed entusiastica milizia, nella più entusiasmante dedizione alla microgeografia, i labirinti tra case e campagna, la guerra diventava gioco e racconto … con un particolare spirito di abnegazione, il far da guardia al confine, tra occupazione e liberazione di angoli e postazioni. Tra i compagni delle elementari, tutti alunni dell’insegnante Gina Molinari, vi erano (tra quelli che ricordo) Michele Leone, capoclasse ed Eustachio Garofalo (primo della classe), Massimo Antonucci, Bruno Tolve, Gino Trambarulo, Giuseppe Pesarini, Franco Villani e Pasquale Dolce, Gigino Ragone, Tonino Amati, Rocco Labriola, Leonardo Santoro, un gran bravo compagno, piccolo di statura, tanto che lo si denominava “Cuccioletto”, il più piccolo dei sette nani di Biancaneve, e tantissimi altri come Logiudice, Lacentra, Milano …
Una monetina, impressa nella nostra memoria, era la nikel (quattro soldi o venti centesimi), degna della nostra esigua possibilità di spesa, che ci dischiudeva il piacere di assistere alle proiezioni dei films che allora si proiettavano al Teatro Stabile. Difatti, sotto l’arco del teatro, don Peppe Giugliano, raccoglieva nelle sue mani l’obolo che, ansiosi di salire per quella terribile scala a chiocciola, ci consentiva di raggiungere la piccionaia. Da quella altissima schiera di palchi ci gustavamo Il fornaretto di Venezia, con Roberto Villa, I Promessi Sposi, con Gino Cervi, La cena delle beffe con Amedeo Nazzari, tutti i film di quegli anni, con Osvaldo Valenti e Luisa Ferìda, con De Curtis San Giovanni decollato, con Fosco Giacchetti, Carlo Ninchi, Un garibaldino al convento, con Leonardo Cortese, Noi vivi e Addio Chira, con Alida Valli …
Cadeva la voce dagli altoparlanti, le proiezioni dei film “Luce”, il volume sconcertante dell’attualità, la pubblicità dell’Oltremare e della Croce Rossa, quella dei prodotti nazionali ed autarchici, gli ordini impartiti dalle maestre della nostra scuola “Rosa Maltoni” di via Roma. L’EIAR, tra un cinguettio e l’altro, inframmezzava la fiaba disneyana di “Biancaneve e i sette nani” al Trio Lescano, le notizie di governo, quelle del Littorio e della guerra dell’Asse, alle canzoni di Alberto Rabagliati e Natalino Otto.
Vi era aria di mobilitazione generale e la vita quotidiana scorreva più frenetica del solito, per gli impiegati che in ufficio e fuori si chiedevano come sarebbe andata a finire, per i traini e i carretti che circolavano tra il mercato e, da questo, alla stazione, per gli autobus e per le carrozzelle che trasportavano ufficiali in servizio o in licenza, per le automobili e i mezzi militari.
I contadini, sempre in compagnia dei loro quadrupedi, sostavano dinanzi alle soglie dei fabbri-maniscalchi, i Cichidd di Portasalsa che orchestravano i colpi dei martelli intermittenti sul ferro rovente e sull’incudine. Intanto ancora piovevano cartoline di richiamo alle armi e al distretto v’era ogni giorno una ressa di arruolati.
Via Pretoria era affollata di gente in grigioverde, mentre partivano i reparti e gli scaglioni delle classi richiamate con le musiche delle fanfare e con lo schieramento di fanti, di carabinieri e di altri corpi, compresi gli allievi ufficiali della Scuola di Artiglieria della città.
Il pane, il solco e l’aratro erano i temi che andavano illustrati nei nostri compiti. Su di essi venivano indirizzate anche le nostre letture: “perché il grano spunti e la spiga brilli devo impastare di buona lena tanta ma tanta farina per la fame del balilla … e tu balilla – continuavano i versi della poetessa Gina Vay Pedotti – pel buon pane che t’ho impastato di farina saporita, cresci, cresci, fatti soldato della Patria e della vita”. E sulla zappa tornava Papini: “Un pezzo di legno infilato in un pezzo di ferro, una semplice stanga di legno forte, di legno onesto …”.
Anche la maestra recitava i versi del Pascoli: “Visser nei campi i forti antichi popoli, l’aratro il solco eterno disegnò di Roma.”
La spesa degli impiegati e degli operai si faceva presso la Cooperativa situata sul lato sinistro del Palazzo della Prefettura. Vi si trovava di tutto, cartocci di maccheroni, ziti, zitoni e mezzi ziti, avvolti in carta “da zucchero”, filoni enormi da due chilogrammi che con la guerra e la carta annonaria si ridussero a qualche decina di grammi, in pezzetti non più grossi di tre dita. D’inverno, quei rigidi inverni della nostra città, con il gelo che attanaglia case, strade e persone, si faceva la coda dinanzi alla latteria di Pietro Verrastro, tremando con le mani e sbattendo i denti, battendo i piedi sul suolo gelato, con la bottiglia in mano, si aspettava il proprio turno, per farla riempire, quando poi non si affacciava il lattaio per dichiarare rammaricato che il latte quella mattina era già finito.
Attraverso il vecchio vico Orazio Flacco, spesso per l’acquisto di mezzo litro di vino dai Somma che avevano la cantina-trattoria lì dove sarebbe sorta negli anni cinquanta la “Taverna Oraziana”, vi abitavano i Chiriaco, i Coretti, i Garramone, i Villani, i Barrotta, l’arciprete Marino con le nipoti zitelle, una bottega di carbonaia, Cascavedd e Bancanderra, e nel portone, agli inizi del vicolo, i Micele.
A Potenza, la media e la piccola folla di borghesi ed impiegati fa ressa presso il nuovo Gran Caffè Italia, sotto i porticati del Palazzo INA, sia per sorbire il solito caffè o per bere un cappuccino, prima di andare al lavoro negli uffici della Prefettura, della Provincia o dei Tribunali, sia per ascoltare le notizie sulla guerra-lampo (la blizgrieg) dei tedeschi. Un’orchestrina di tre o quattro componenti esegue musiche e canzoni. Una cantante bionda, del nord, canta “Ma l’amore no!”, dal film di Alida Valli; non mancano “Vivere”, e “Mamma”, cantate dal noto Beniamino Gigli, “Non ti scordar di me”, da Alberto Rabagliati e la notissima “Mille lire al mese”.
Nel giugno del 1940 i tedeschi avevano già invaso la Francia, dirigendosi su Parigi e nel pomeriggio del 10 giugno, dal Palazzo Venezia, Mussolini aveva annunciato l’entrata in guerra dell’Italia.
Ma già l’11 novembre del 1940, un fulmineo e massiccio attacco degli inglesi alla nostra più importante base navale nell’Adriatico, nel porto di Taranto, ci fa capire la gravità della nostra inadeguatezza ad affrontare una guerra moderna. La Eiar nel suo bollettino del giorno comunica «… una incursi
one di aerei nemici su Brindisi, Taranto, Bari. Solo in quest’ultima città sono state gettate bombe che hanno provocato danni materiali irrilevanti e tre feriti» (dal “Bollettino di guerra”, n. 159 del 13 nov. 1940).
«Aerei nemici hanno effettuato incursioni su Crotone, dove le bombe sono cadute in mare, e su Taranto, causando un morto e tre feriti nella popolazione civile, due morti e nove feriti tra i militari e alcuni danni ad abitazioni civili. Due velivoli nemici sono stati probabilmente abbattuti» (dal “Bollettino di guerra”, n. 160 del 14 nov. 1940).
Appare chiaro come il Regime attenuasse di molto la gravità dei fatti, perché lo stato d’animo degli italiani fosse pronto ad affrontare, tutta intera, la catastrofe.
Si era voluta l’istruzione rurale. Le scuole rurali, sempre con il Regio Decreto del 14 ottobre 1938, diventano scuola di Stato ad indirizzo rurale. La scuola elementare di campagna – secondo il podestà di Potenza – nell’essenza ed in ogni sua manifestazione, doveva essere appropriata ed intonata all’ambiente, sì, che coloro che nell’ambiente vivevano, venissero convinti della necessità e della indispensabilità di restarvi, ma siano sempre più innamorati della terra e dei suoi valori … È un soffio innovatore portato dal Fascismo che, come più volte ha ammonito il Duce, è un fenomeno tipicamente rurale. Quindi la Scuola che il comune ha chiesto al Superiore Ministero, fosse di avviamento professionale a tipo agrario … Potenza, osservata nel suo aspetto interiore, va considerata un centro rurale importante con la cospicua estensione del suo territorio (oltre i 17mila ettari) e con il sistema di colonizzazione in atto, il nostro capoluogo conserva il suo carattere di ruralità che gli è conferito dai suoi 150 abitanti per chilometro quadrato!
Al sistema di colonizzazione sarebbe riservato un perfezionato sviluppo, se ai giovani contadini si affinassero le abitudini, si allargassero le conoscenze tecniche e si rinvigorissero con una sperimentazione pratica da svolgere nell’esistente podere dell’ex cattedra di Agricoltura.
la foto di copertina è tratta dalla pagina fb 11 leoni
