1960 – Quando a Potenza arrivò… il RE !

0

severino lapolla

La piazza aveva un aspetto sobrio, con edifici che richiamavano lo stile neoclassico  prevalentemente in voga  a cavallo tra l’800 e il 900 . Si notava un tocco di modernismo  che si era voluto dare a seguito della ricostruzione post-terremoto del 1857 rispetto al reticolo medioevale che ancora sussisteva alle spalle  del Comune , intorno alla cattedrale e in altre aree del centro storico. Era l’edificio più appariscente (oltre a quello comunale in fondo alla piazza) ; era “l’Albergo Roma” che era considerato l’albergo migliore della città. Il proprietario , “Don “ Salvatore Nardi ,insieme alla moglie “Donna” Lucia ,con la sua voce chioccia, ne era estremamente orgoglioso specialmente dopo aver vinto una lotta più che trentennale con i due temibili rivali : l’albergo “Moderno” – sul tratto della via Pretoria – oltre piazza Sedile- e il “Lombardo”- dove attualmente sono i portici dell’ex UPIM – in piazza Prefettura-. La gestione era a carattere famigliare, con in cucina la cuoca –Ida-  un donnone (presumibilmente una nipote del titolare) che ispirava simpatia con le sue guance paffute e la sua voce sottile e che cucinava in maniera superba  (complici anche gli ingredienti sempre di primissima qualità che le venivano forniti dal  titolare) . La clientela , abbastanza selezionata era  composta prevalentemente  da direttori di banca e  funzionari statali che alloggiavano come pensionanti, oltre alla clientela di passaggio (che “Don” Salvatore selezionava accuratamente prima di accettarla). L’ingresso era abbastanza decoroso per l’epoca: dal portone si accedeva in una piccola reception e poi si proseguiva per la sala da pranzo , arredata con palme esotiche ed i tavoli allestiti sempre in maniera inappuntabile ,con tovaglie e tovaglioli di lino e soprattutto con posate in alpaca argentata  che erano il massimo orgoglio  di don Salvatore. Appena sulla sinistra  dell’ingresso,  la scala che portava ai piani superiori iniziava con quattro gradini e un pianerottolo nel quale era ricavata una nicchia, racchiusa da un  cancelletto, nella quale erano esposte- in cornice 50 x 70- le foto del re Vittorio Emanuele III e della regina Elena  con al disotto una coppa di olio nella quale galleggiava, sostenuto da piccole zattere di sughero, il miccino con la fiamma votiva. Sì,“don” Salvatore era un Monarchico sfegatato e, insieme ad altri  potentini (quali i salumieri Peppino Maddaloni e Nino Mastrangelo , i commercianti Mimì Calvi, il socio Benvignati ed altri ancora ) aveva “contribuito” alle finanze del dimissionario Re Umberto II , pronto per l’ esilio, ricevendone  in cambio l’onorificenza del “Ordine della Corona d’Italia” per poi essere annoverato, un po’ sarcasticamente, nel gruppo  de “I cavalieri di Maggio”. Nello stesso albergo, oltre a  “don” Salvatore e la moglie alloggiavano la figlia ed il genero ,Peppino Mazzeo , cancelliere del Tribunale -presso la chiesa di San Francesco- e i tre nipoti tra cui l’ultima, Mariolina aveva creato molti problemi alla mamma durante il parto tanto da lasciarle degli strascichi che si andavano trascinando da diverso tempo. Va sottolineato che all’epoca si partoriva esclusivamente in casa . Non esistevano i reparti di Ostetricia  e la preparazione dei medici era alquanto generica  e, ,mentre le metodiche diagnostiche e di laboratorio erano  ancora da venire,   per la diagnosi e le cure si andava ancora più che altro  ad intuito. 

Nel racconto ora  si inserisce un altro personaggio : La Signorina Maria  Buroni – Ostetrica – con abitazione al corso 18 Agosto -di fianco all’attuale Camera di Commercio- .

La signorina che, contrariamente alle altre due o tre ostetriche che operavano sul posto, si era diplomata presso una Università prestigiosa come quella di Bologna ( dove c’era una delle rare cattedre di Ginecologia) ;  aveva un’esperienza professionale più che quarantennale e, in caso di estrema necessità , interveniva anche nel campo che era di espressa competenza del medico pertanto era una professionista altamente stimata da tutte le famiglie Bene della città nonostante godesse fama di personaggio abbastanza ostico. La si distingueva per le vie della città sempre con abiti eleganti e cappellini all’ultima moda (due volte l’anno si recava a Firenze per rinnovare il guardaroba) e camminava per strada con delle stole di volpe sulle spalle e sempre con due cani volpini bianchi al guinzaglio. C’era un’altra caratteristica che la contraddistingueva : era una delle due donne a Potenza che guidava l’auto (l’altra era la moglie del commerciante Lamorgese) e la gente (leggasi “comari”) questo lo considerava poco dignitoso per una donna  ma lo tollerava in quanto entrambe erano “dell’alt’Italia”. Abitava una casa abbastanza grande che, all’occorrenza, veniva adibita a reparto di Ostetricia ( con la supervisione del Dott. Catalano )   per le persone della Provincia. Va detto che si  era in un’epoca in cui le cure mediche e le medicine si pagavano tutte ma, nonostante questo,  ognuno benediceva per l’esistenza di un servizio ( anche se a pagamento ) che neanche l’ospedale era in grado di fornire adeguatamente.   Sempre vestita in maniera impeccabile , entrava nelle case  incutendo a tutti un certo timore riverenziale  e , mentre i mariti si defilavano in maniera discreta , dispensava consigli alle mogli che aveva  assistito in precedenza.  Nelle sue passeggiate non mancava mai di passare dall’albergo per commentare i fatti del giorno e  per chiedere dello stato di salute della figlia del titolare e poi si infilava in cucina dove Ida chiedeva immancabilmente consigli su ricette che qui da noi erano poco comuni e che poi , sottoposte  ai commensali , riscuotevano sempre apprezzamenti lusinghieri.                                              Nel corso dell’anno 1959 la città era percorsa da una sensazione  elettrizzante , come quando si sente l’arrivo della primavera dopo un lungo letargo invernale .L’ Italia era nel pieno del “Boom economico” e dappertutto  era un continuo bombardamento pubblicitario  per beni di consumo – soprattutto elettrodomestici e televisori – che le ditte (favorite dalle banche)  vendevano  a prezzi dilazionati (per dirla diversamente :con un bel mazzetto di cambiali !).  Tale metodo aveva soprattutto il vantaggio di rendere accessibili ai più  quei beni che prima non erano alla portata di tutti e anche a Potenza ,in via Pretoria le ditte Sardone e Pergola ,ubicate  ai due estremi del corso principale  ( con Braucci – in piazza Prefettura-) offrivano specialmente  televisori con prezzi sempre più abbordabili .   

 E’ ora il momento di inserire  nel racconto ancora  un altro elemento                                                                                    

Per la maggior parte di noi giovani di quel periodo, sempre squattrinati, uno dei passatempi preferiti era la frequentazione  del Campo Sportivo Viviani dove ognuno si dedicava a qualche disciplina atletica , un po’ perché  era un passatempo che non comportava spese, un po’ per passione  ma, soprattutto , per intavolare un timido dialogo con l’altro sesso, cosa che al di fuori del campo rappresentava un’impresa quasi impossibile. Il campo era una zona franca dove era possibile  fare conoscenza con le ragazze che si allenavano con le insegnanti, cercando di  scambiare qualche battuta  nella ardente speranza di carpire una occhiata di interessamento che poteva preludere a qualcosa di più oltre a valutarne   in pieno” l’avvenenza “ osservandole in pantaloncini  e maglietta (cosa che solo lì era possibile fare !). Già era stata annunciata la proclamazione dell’Olimpiade a Roma per l’anno successivo ma apprendemmo che nel frattempo  era stato istituito il “Comitato per la Fiaccola Olimpica” che avrebbe stabilito il percorso del “Fuoco di Olimpia” e la selezione dei tedofori  e che questa cosa ci avrebbe coinvolto direttamente. Si dovevano selezionare atleti per portare la fiaccola su una distanza di 1500 metri  con un tempo di 5 minuti e 30 secondi –percorso che, in salita (come da noi) fu ridotto a 1000 metri. Furono selezionati quelli più validi (e invidiati) di noi. Tanto per ricordare: i fratelli Margiotta,  Raffaele Giacomini (valido fondista e,successivamente, ristoratore a Londra), Decio Zappella   (nella foto- scomparso molto prematuramente )  e diversi altri che furono portati, con camion dell’esercito, sui tratti di percorso selezionati per provare se riuscivano a realizzare i tempi loro assegnati. La tensione tra noi cresceva  sempre più  mentre tra i tedofori la domanda più ricorrente era su come comportarsi nell’eventualità  che” il vento dovesse spegnere la fiamma” (qualcuno del Comitato però , più “sgamato “,alla fine  tranquillizzò tutti mostrando un accendino)   ma questo non si verificò !  La televisione trasmise la cerimonia  di accensione della fiaccola tramite gli specchi nell’antico santuario di Olimpia;la fiamma, poi imbarcata sulla nave scuola “Amerigo Vespucci” fino al porto di Siracusa, proseguì il cammino toccando  tutte le città dell’antica Magna Grecia  lungo la costa ionica della Calabria, fino a Taranto . Da lì, dopo essere passata per Matera,arrivò a Potenza e, tra l’ emozione di noi tutti ,venne conservata per la notte in un tripode disposto nell’androne della Prefettura. La mattina dopo,  trasportata dai tantissimi  tedofori e , sempre tra ali di folla, riprese il tragitto verso lo Stadio  Olimpico di Roma dove, il già campione olimpico del disco Adolfo Consolini,accese il tripode  per dare inizio alla XVII Olimpiade – il 26 agosto 1960-.

Siamo arrivati ora al nocciolo del racconto      

 Agli inizi dello stesso mese ,in un’atmosfera che aveva rivoluzionato gli orari e le abitudini dei potentini di tutte le età , sempre alla ricerca di uno schermo  televisivo per  attingere le ultime novità sui giochi, all’Albergo Roma si presentarono  alcune persone con un accento dall’inflessione straniera che chiesero di pranzare. Don Salvatore , fiutando trattarsi di una clientela importante, nell’intento di non sfigurare  si prodigò nella ricerca di prodotti eccellenti e uno di queste persone ,dopo averlo fatto chiamare alla fine del pranzo, si presentò come il ciambella no del re Paolo di Grecia  chiedendo se “Sua Maestà” ,durante il viaggio di ritorno da Napoli verso Brindisi, poteva fermarsi lì per il  pranzo . A don Salvatore per poco non prese un colpo;“un Re nel mio albergo !”  Era come vincere centomila schedine del totocalcio e cominciò a profondersi in inchini però  subito cominciarono ad  emergere  le prime difficoltà quando si cominciò a discutere del menù . “Sua Maestà” gradiva un menù prevalentemente a base di pesce ma Ida , purtroppo ,di pietanze  a base di pesce non aveva nessuna esperienza. Don Salvatore accennò a questa situazione ma si riservò di dare conferma assicurando che avrebbe fatto di tutto per ovviare all’inconveniente. Re Paolo era allora  a Napoli per assistere alle regate di allenamento del figlio , Principe Costantino e  per valutarne il grado di forma (che ,credo, doveva essere eccellente perché in gara  vinse la medaglia d’oro nella per la classe “Dragone”insieme ad uno  dei due nocchieri dal nome mitico : Odysseus!).

Don Salvatore , a questo punto, ebbe un’idea : convocò la Signorina Buroni esponendo la difficoltà in cui si trovava e chiedendo  di suggerirgli un’ispirazione.Lei ci pensò un po’ e poi rispose:”forse qualcosa si può fare”  e ,dopo un breve intervallo , ritornò con sottobraccio un libro (che custodiva sempre gelosamente ) : il libro delle ricette di Pellegrino Artusi – il principe della cucina. Per telefono concordarono col Ciambellano la ricetta del piatto di pesce ; nell’occasione si trattava di un grosso dentice che doveva essere guarnito con  maionese ed aromi vari oltre a vari consommé e macedonia di frutta. Arrivarono uova freschissime e cominciarono le prove alternandosi più persone con la frusta a mano per impedire che la maionese potesse impazzire e, al secondo tentativo, fu un successo. Dopo qualche giorno, di mattina, arrivò il ciambellano con il pesce freschissimo sotto ghiaccio e Ida si mise subito all’opera mentre don Salvatore, impacciato, chiedeva timidamente al Ciambellano se all’arrivo di “Sua maestà”, avrebbe dovuto inginocchiarsi e fare il baciamano ma questi, con sorriso bonario, rispose che  bastava semplicemente un inchino. Giunse alfine il Re ad ora di pranzo e don Salvatore ,sull’uscio della sala da pranzo ,addobbata  per l’occasione con fiori e piante e svuotata di tutta la clientela, scrutava attento ogni gesto dei camerieri e le espressioni dei commensali. Alla fine del pranzo il Ciambellano gli fece sapere che “Sua Maestà” era rimasto molto soddisfatto  e che voleva conoscere la cuoca per farle i complimenti. Subito don Salvatore  chiamò Ida (vestita per l’occasione  con grembiule e  pettorina di un bianco immacolato e la crestina nei capelli ) e la presentò al Re. Era al settimo cielo e pregustava la conclusione di quello che doveva essere il giorno più bello della sua vita; il trionfo dei trionfi per uno che la Monarchia l’aveva nel sangue . Lui, povero albergatore, ricevere un riconoscimento da una testa coronata ; era come  avere un tesoro davanti che non aspettava altro che si allun gasse la mano per essere preso ed ecco….  Il Re  si rivolse ad Ida e le disse che era rimasto davvero sorpreso per la sua bravura  e  la poveretta, confusa ed emozionata, con un lieve inchino rispose :“Grazie…ECCELLENZA !!” …..e don Salvatore sbiancò come se gli fosse crollato l’albergo addosso. “ Eccellenza…bestia, MAESTA’ dovevi dire ,MAESTA’ !!..  e la riempì di urla ed  improperi tanto da scatenare nella poveretta un pianto a dirotto . “ Ma chi  ne sacc ie de sti cose!!” andava ripetendo mentre le offese continuavano a valanga  poi , avvicinatosi al Ciambellano chiese di porgere le più sentite scuse a “Sua Maestà” e questi , sempre sorridendo bonariamente, gli rispose che si trattava di una sciocchezza e che “Sua Maestà”non ci aveva fatto nemmeno caso. Il re se ne andò soddisfatto stringendo la mano a tutti  e, per ultimo a “donna” Lucia  e a un “don” Salvatore che, mentre  si sprofondava  in inchini profondi insieme a tutto il personale ,andava assumendo sempre più  l’aspetto di un uomo a cui era crollato il mondo addosso mentre stava per realizzare il sogno  più grande  ed insperato della  sua vita.                                                                                                                          

Siamo giunti all’epilogo   

I RE Paolo di Grecia   appena quattro anni dopo si spense a seguito di un cancro allo stomaco ; salì al trono il principe Costantino che divenne Re Costantino II  fino al 1967,quando scelse l’esilio dopo il golpe di  una giunta militare e lì è rimasto dopo  che in Grecia il popolo scelse la Repubblica. Obbedendo  alla legge del tempo,questi personaggi sono man mano scomparsi ma questa ha voluto essere una rievocazione per sottolineare che quegli edifici che oggi compaiono nelle foto sul Web ,muti, freddi ,come scenari del romanzo “Le notti bianche” di Dostoevskji  ; quelle mura un tempo sono stati testimoni di tragedie, momenti felici, lutti  e ricorrenze ;  tutte tessere di un mosaico che ,unite insieme , hanno rappresentato la vita delle persone che li abitavano e che hanno dato agli stessi edifici un’anima che ora non hanno più.

                                                                                                                               

 

Condividi

Sull' Autore

Avatar

Severino Lapolla

Rispondi