23 SETTEMBRE 1943: GLI ANGLOAMERICANI IN CITTA’

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di Lucio Tufano

Gli alleati provenienti dalle Calabrie attraverso la SS 92 dell’Appennino meridionale, da Castrovillari, puntarono su Potenza, avanzando indisturbati. Provenivano con i loro mezzi poderosi, marciando cautamente, con i carri armati e con i camions, da Terranova di Pollino, per Corleto e Laurenzana, fino alla curva alta di Rifreddo, denominata Poggio Cavallo, ove si fermarono e schierarono tutti i pezzi in direzione della Città, che da quel punto di osservazione appariva totalmente scoperta e, temendo che fosse ancora presidiata da forze tedesche, ritennero opportuno per diversi giorni cannoneggiarla. Le cannonate avevano un loro ritmo assordante lento ed ossessivo. Diversi edifici furono colpiti. Una cannonata aprì un buco in un muro tra il villino Gavioli e l’Incis, morì un ragazzo di 18 anni. La maggior parte delle cannonate finiva a Sant’Antonio La Macchia dove alcuni civili perdettero la vita. Le cannonate cessarono soltanto quando alcuni coraggiosi potentini raggiunsero le truppe anglo-americane per riferire che Potenza era stata abbandonata dai tedeschi e che la mitragliatrice che ancora sparava apparteneva a qualche pattuglia ancora in sosta con il preciso intento di ritardare la marcia dei liberatori.

Così mentre il 22 settembre la 5^ Armata americana attacca a sua volta intorno a Salerno le posizioni nemiche e nella Valle del Sele, quasi contemporaneamente, il 23 l’8^ Armata di Bernard Montgomery occupa Potenza con la divisione “canadesi” e riesce a stabilire una continuità del fronte con i colleghi americani del generale Clark, il 27 settembre l’8^ Armata avrebbe registrato uno dei maggiori successi dell’intero ciclo operativo, l’occupazione di Foggia.

Il 23 settembre, con la gente ancora raccolta nei ricoveri e disseminata in vari posti di campagna, e senza che quasi nessuno se ne accorgesse, entrarono i liberatori. C’erano stati degli scontri, scaramucce, uno dei quali si verificò sotto il Dispensario di via Vaccaro. Una pattuglia di mitraglieri si era appostata dietro i muri del fabbricato e sparò sui primi canadesi che arrivarono in motocicletta. Ne furono ammazzati quattro. Lo sapemmo quando trovammo le croci di legno infisse sui tumuli, sotto le acacie, proprio davanti al portone dell’attuale Istituto Magistrale, con gli elmetti caratteristici e qualche altro cimelio lasciato dai compagni, col nome ed il numero di matricola impresso a fuoco sul legno delle croci. Alcuni tedeschi in tuta mimetica furono visti tranquillamente partire, proprio quando gli alleati erano già in città.

 Entrarono i liberatori, finalmente, e la notizia si diffuse dovunque. Accorsero tutti ad accoglierli, a vederli.

I primi Scherman e i mezzi piccoli tentarono di attraversare via Pretoria ed essendo la parte di Portasalza ostruita da una grande quantità di macerie, furono impiegati i bulldozer per rimuoverle.

 L’operazione fu espletata anche con il contributo del sig. Odo Spadazzi, allora ispettore della Singer di Potenza che con un camion a gomme piene, un 18 BI, si adoperò al trasporto delle macerie. La signora Abruzzese fu la prima cittadina a colloquiare con gli alleati poiché parlava correttamente in lingua inglese. Si aprirono subito i primi locali. I caffè di don Peppino Laurita, di Giuliani e il Gran Caffè «Italia» ripresero la loro attività sin dal 24 settembre. Si riaffacciava la vita in una città semidistrutta, atterrita, isolata, ove gruppi di saccheggiatori avevano scorazzato assieme ai gatti, per le strade, per le case e per gli uffici.

La poderosa e massiccia presenza di mezzi motorizzati, di artiglierie semoventi, di jeep, di camions, di autoblindate e la immediata sensazione di abbondanza provocava la gioia e la  istantanea consapevolezza che l’angustia dei giorni terribili, il panico e la paura erano definitivamente cessati, e subentrava un nuovo spirito negli uomini, nelle donne, nei fanciulli, quello della protezione da parte di queste truppe, alle quali ci abbandonammo fiduciosi. Subentrava, cioè, un nuovo stato d’animo, a quello del terrore e dello sgomento che si verificava in gente che si abitua all’irruente passaggio della storia, e si gridava ai liberatori, mentre dalle tolde dei carri e dei mezzi anfibi, i soldati in kaki lanciavano sigarette, cioccolate, gomme americane. La gente afferrava il primo dono degli alleati.

A Potenza subito si instaurò un nuovo linguaggio: «Hello! Give me cigarettes, give me chocolats, let’s go! Good-by, okei! …» Il buon odore del tabacco, dei sigari, delle pipe, delle Chesterfield, delle Camel, delle Navigod, delle Virginia, delle Lucky Strike, il profumo aristocratico proprio di un mondo concepito da noi come miracoloso e lontano, diventava una scoperta, una speranza, il messaggio, insomma, di una civiltà diversa, una  magica sensazione di ricchezza, rispetto allo spinnieddo, alla fraschetta di granturco, o al povero vecchio residuo di trinciato ravvolto nella carta velina o nel pezzettino di giornale per una idea della sigaretta.

Un profumo che annientava la nostalgica reminiscenza perfino delle sigarette nazionali, ancora fumate qualche tempo prima dei giorni tristi, le Giubek, le Macedonie, le Serraglio, le Tre Stelle, le Mentola, le Principe di Piemonte e le Milite. Gruppi di ragazzi si impegnarono nell’alacre raccolta delle cicche, le mezze sigarette che solitamente gettavano gli ufficiali e i soldati per una gigantesca incetta di tabacco, usando perfino le mazze a mo’ di bastoncino con lo spillo infisso alla punta, da distribuire e vendere ai contadini e a quelli che desideravano tuffarsi in questo nuovo tipo di Kalumet. Sigarette quindi che avevano l’odore della cioccolata e che erano contenute in scatole di metallo eleganti, quadrate, piatte o in tondi barattoli pure di rame con le scritte straniere, o in stecche con colori, carta e dicitura a stampa, racchiuse nel cellophane.

Il giallo tabacco fu il mezzo col quale si cominciò, si fece amicizia con i nuovi venuti. L’impatto con la nuova realtà avvenne anche mediante lo scatolame di wurstel, di corned-beef, di milk (latte) in polvere e condensato.

Sul piano dei comportamenti si notò subito l’instaurarsi nella maggior parte della popolazione di Potenza; di una nuova concezione della vita. Molta gente si diede da fare, i giovani più attivi trovarono lavoro presso le concentrazioni di truppe che si stabilirono a Potenza, molte donne del popolo, ragazze, legarono con i soldati canadesi e poi con tutti quelli che passarono, inglesi, scozzesi, neozelandesi, australiani, americani, indiani, bianchi e neri. La notte con il coprifuoco che rimaneva sempre in vigore, si udivano gli schiamazzi dei soldati ubriachi, che bussavano alle porte e che cantavano o che chiedevano da bere. Maculata continuò a fare quello che aveva fatto con gli italiani e con i tedeschi; subì anche quest’urto militare, e ricevette lunghe file di esponenti di qualsiasi razza, con la prodigiosa tenacia di una grande divoratrice, una specie di piovra che digeriva migliaia di amplessi. La sua attività avrebbe meritato un valido riconoscimento di fedeltà al lavoro; purtroppo quel tipo di piccola impresa, ubicata in certi vicoli o in qualche squallida stamberga della periferia, non ha mai avuto una normativa che la caratterizzasse giuridicamente, ed altre, quelle che lavoravano più al centro e che non accoglievano più di due o tre soldati per volta e che quando se ne presentavano numerosi, uscivano con le scope per mandarli via.

I ragazzi, per qualche pacchetto di sigarette, facevano da guida. Il loro modo di ingaggiare era quello di domandare se fosse gradita la senorita. Più tardi avrebbero intrapreso attività più lucrose, con la vendita delle sigarette sotto l’arco dello Stabile, o organizzandosi in bande, come quella «dei giardinetti» con l’assalto ai camions ed alle jeep per appropriarsi delle merci in questi trasportate, o trafugando gomme dai mezzi o acquistando materiale dagli stessi alleati e rivendendolo al mercato  nero. C’è mancato poco che non smontassero un carro armato o che facessero sparire una Liberty, come sarebbe accaduto a Napoli. I piccoli eroi Bambolo, Seguccio, Tatuccio, la Seccia e Scuetta, il banconista, che si improvvisava, di tanto in tanto, cieco per ottenere considerazione dalle autorità, Minguccio, arricchivano di storielle il periodo.

 Tutto un articolato sistema di guadagno ebbe i suoi protagonisti, addirittura rifornendosi dagli improvvisati campi di aviazione di Spinazzola, Lavello e Venosa. Zucchero, margarina, farina, sigarette, riempirono il contrabbando, compresa la famosa farina di piselli, piccante di pepe e droghe e di bianchissimi filoni di pane americano, cose magnifiche per quei giorni. Anche a Potenza si giunse da parte dei ragazzi più intraprendenti ed audaci a barattare qualche black (nero) e a lasciare in mutande qualche canadese ubriaco, d’onde il detto che ancora si usa scherzosamente: t’ù vuò accattà.

In alcuni posti, trasformati frettolosamente in ritrovi, le orchestre facevano musica per il ballo degli ufficiali S. U. Army e per le truppe. Si suonava Star Dust, Stormy Weda, il Yazz, si ballava l’irrequieto Booge-booge, le nuove cose importate dall’Atlantico. Sui tavoli della grande sala al primo piano dell’edificio delle Poste si servivano le minestrine di carote, il beef vegetale (conchily) il prosciutto cotto, i wusterl, il formaggio (chees) la zuppa di piselli, lo spezzatino di manzo in iscatola, e si serviva la birra canadese a lire 10 la mezza libra, spillandola dai fusti e la coca-cola.

Con Ciccio Cantore e Totonn Sparviero, violini, Pinuccio Adriuoli, piano, Nino Fierro, batterista e Bacio Terracini, sax, si istituì il primo club per gli alleati.

Gli indiani invece assistevano alle lunghe proiezioni (6 ore) dei loro film allo Stabile, accompagnati dalle ambulanze che sostavano in Piazza Prefettura, forniti di teiere e toast.

All’albergo Roma vi era il ristorante per gli ufficiali americani, Rocco ù mericano faceva da interprete. Dalla carta annonaria, dai bollini, si era passati alle am-lire. Un litro di olio già costava 10 lire. Potenza si riempì di luci, di automobili militari, di musiche, di gente. Alfonsina Quacqualà, la manicurista bionda tornò da noi, per l’albergo diurno del teatro, con tutta la sua eccentricità di slava di adozione.

L’AMGOT requisì i locali del caffè De Carlo, il locale del fabbricato De Luca, sovrastanti l’ambulatorio della C. R. Militare, che furono adibiti a comando della Militar Police (inglese), dai cappelli rigidi con falde rosse e pistole a tamburo. Furono requisite la Scuola di Avviamento Industriale per le truppe indiane, l’ex colonia elioterapica di S. Maria, ubicata sotto il Principe di Piemonte per la residenza delle truppe indiane e l’Istituto delle Suore Canossiane, nel cui giardino i soldati indiani allevavano le pecore.

L’Istituto Principe di Piemonte fu adibito ad Ospedale militare. Anche il Tracomatosario, ospedale per gli ammalati di tracoma, a Verderuolo, che era stato adibito sin dal 40-43 ad accogliere i reparti del 45^ Reggimento Fanteria del R. E., sbandati l’8 settembre, fu requisito come ospedale militare solo per le truppe di colore.

Gli alleati avevano il loro comando alla Prefettura con i balconi – a sinistra, guardando, la bandiera americana con fasce e stelle (48) – e a destra quella inglese, e sotto la balconata principale, sull’arcata del portone d’ingresso, vi era rimasto lo scudo sabaudo con la scritta «Regia Prefettura di Potenza». Su di esso la bandiera italiana.

Chi prese effettivo possesso della Prefettura, istit uendovi il primo Comando di Occupazione fu il generale Arold George Alexander (dopo il ’45 – Maresciallo di Gran Bretagna), ratificato subito dopo dai Generali a 5 Stellette, l’americano Ike Aisnover e l’inglese Bernard L. Montgomery (visconte di Al Alamein, in seguito al riconoscimento, da parte del governo del suo paese, di vincitore sul fronte egiziano, delle truppe italo-tedesche del maggio 1942).

Gli americani avevano requisito parte degli appartamenti dell’Ina, dove abitavano i La Capra. Vi fu il primo matrimonio di certa notorietà tra la figliola del commendator La Capra, ispettore generale delle assicurazioni INA per la provincia di Potenza, con il maggiore dell’Aria americano.

Gli alleati avevano anche requisito due vani dell’abitazione del segretario amministrativo del Fascio potentino sig. Domenico Montesano (don Mimì) che abitava al piano superiore.

Furono anche ripristinati alcuni locali, compreso il salone del Palazzo nuovo delle Poste, nel rione Addone, proprio di fronte all’attuale caserma dei Carabinieri e che furono destinati a centro ricreativo delle truppe provenienti dal Fronte di Cassino. Nel salone si ballava, ed inglesi, polacchi, australiani, neozelandesi, per tutto il 1944, si ritrovarono per trattenimenti e musiche.

L’albergo “Roma”, di proprietà di Salvatore Nardo, fu invece requisito dal Comando alleato per le truppe dell’aviazione americana, che venivano per riposo dal campo di aviazione di Pantanella (Canosa). Sull’ingresso principale era stato apposto un pannello di legno dove vi era riportato lo stemma degli Stati Uniti d’America, con la scritta «Restaurant of American’s Military».

 

FOTO TRATTE DA POTENZA’D’EPOCA, PAGINA FACEBOOK DEDICATA ALLA STORIA DELLA CITTA’ PER IMMAGINI . 

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Sull' Autore

LUCIO TUFANO: BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE “Per il centenario di Potenza capoluogo (1806-2006)” – Edizioni Spartaco 2008. S. Maria C. V. (Ce). Lucio Tufano, “Dal regale teatro di campagna”. Edit. Baratto Libri. Roma 1987. Lucio Tufano, “Le dissolute ragnatele del sapore”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “Carnevale, Carnevalone e Carnevalicchio”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “I segnalatori. I poteri della paura”. AA. VV., Calice Editore; “La forza della tradizione”, art. da “La Nuova Basilicata” del 27.5.199; “A spasso per il tempo”, art. da “La Nuova Basilicata” del 29.5.1999; “Speciale sfilata dei Turchi (a cura di), art. da “Città domani” del 27.5.1990; “Potenza come un bazar” art. da “La Nuova Basilicata” del 26.5.2000; “Ai turchi serve marketing” art. da “La Nuova Basilicata” del 1.6.2000; “Gli spots ricchi e quelli poveri della civiltà artigiana”, art. da “Controsenso” del 10 giugno 2008; “I brevettari”, art. da Il Quotidiano di Basilicata; “Sarachedda e l’epopea degli stracci”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 20.2.1996; “La ribalta dei vicoli e dei sottani”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Lucio Tufano, "Il Kanapone" – Calice editore, Rionero in Vulture. Lucio Tufano "Lo Sconfittoriale" – Calice editore, Rionero in Vulture.

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