E’ innegabile quanto gli odiatori seriali del ventunesimo secolo si cibino dell’attuale giornalismo, trovandoci una sponda solida alla quale aggrapparsi, talvolta, riccamente concimata da generare un circuito perverso dove chi odia e chi è odiato si mescolano in un clima grottesco. I motivi, se ce ne fossero e ammesso che siano legittimi parlando di odio, vengono fagocitati dall’unica spinta percepibile: avversare, detestare, disprezzare, ma soprattutto manifestarlo con chiunque. Tra le maglie di una informazione sempre più di parte, una qualsiasi purché ci sia, il mestiere dei diffamatori, molestatori e bulli si nutre ogni giorno di nuovi profili, mentre il giornalismo, di frequente e nemmeno inconsapevolmente, ne sostiene le posizioni. E’ notizia recente che la stampa sia sempre più stretta nella sua libertà e quella italiana abbia perso ben quattro posizioni (77° posto, Fonte:Rsf 2020). Ma parliamo di ambiti precisi che terrorizzano da decenni anche le varie gestioni di governo, come criminalità organizzata e corruzione. Tutto il resto sembra che non impressioni più di tanto e abbia sdoganato qualsiasi opinione attraverso una rete sempre più vasta di tifoserie che, ahime’, funzionano in entrata ed in uscita, per cui l’innesco diventa bersaglio e viceversa, senza possibilità di controllo. A questo meccanismo non esiste antidoto tant’è che se ne rimane vittima nonostante l’impegno per farlo funzionare in modalità “one way”. Oggi, gli haters toccano una delle nostre giornaliste, inviata dall’altra parte del mondo, da Pechino dopo una permanenza negli States. Un curriculum di tutto rispetto anzi, probabilmente oltre quello. Inviata speciale, di guerra, sotto i bombardamenti e davanti i carri armati di qualsiasi conflitto degli ultimi trent’anni, Giovanna Botteri da mesi ci racconta di pandemia e Covid-19, dalla sua postazione orientale in condizioni orarie tali da massacrare anche la più irriducibile soldato Jane. Le dirette televisive e il lavoro di corrispondente si alternano alle poche ore di sonno, in affanno continuo. Gli ultimi mesi, ormai onnipresente al nostro fuso pranzo e con gli italiani costretti a casa, hanno scatenato gli odiatori/odiatrici mai in quarantena, stizziti da una maglietta ripetuta in serie ed una acconciatura intonata all’età e alla fretta dei collegamenti. Lei, indomita è presente a qualsiasi orario e in ogni collegamento possibile, con il medesimo piglio pacato che racconta di morti, infettati, lockdown e ritorni d’infezione. Una professionista, senza se e senza ma. Non basta, a quanto pare e non conta. E’ il look ad attirare, ancor prima di ringalluzzire i suoi connazionali con le uniche parole che scuotono come complotto o virus da laboratorio, anche perché, diciamocelo in tutta franchezza, gli italiani nonostante i paragoni con gli altri paesi europei o la stessa America, guardano con una attenzione diversa al dress-code. Almeno in linea generale e al netto di chi nel mondo è riuscito a fare intravedere il colore delle calze sotto i pantaloni più da marinaretto che da presidente del consiglio. Ma questa è un’altra storia. L’eleganza italiana e il successo nella moda è ammirato e invidiato ovunque e l’occhio si ferma anche su questo. E’ una nostra caratteristica che non ci rende necessariamente superficiali, è questione di costume di un popolo. Abbiamo vestito attrici, capi di Stato italiani ed esteri, cantanti e personalità di qualsiasi rango. Ma la Botteri non “scende” agli italiani e passa sotto lo scanner del disprezzo che, come accade sempre più spesso, sfocia nell’odio alla velocità social, quello dei migliori asteroidi. Dal Paese del Dragone il monito a combattere questo clima in cui rivendica la sostanza e non la forma, la qualità e non l’apparenza raccoglie solidarietà in ogni dove, a cominciare dall’USIGRai che scende in campo per la sua giornalista. Legittimo, nonché doveroso affiancarla per reclamare innanzitutto il rispetto che tocca ad una professionista in linea con l’etica del suo mestiere (nonostante gli attacchi alla sua cronaca politica distorta durante le passate elezioni americane e la “parzialità” verso i candidati alla presidenza). Una qualità non più così scontata. In fondo il “body shaming” è anche il risultato di un giornalismo che ha contribuito alla costruzione degli stereotipi più comuni, a quei modelli ispiratori di uomini e donne non meno livorose verso le altre, altrettanto severe e insinuanti sui look usati dalle vittime oltraggiate e violentate o verso colleghe dai vestiti troppo corti e invitanti allo stupro. Anche giornaliste, che non si sono spese in difesa di altre quando i colleghi ne parlavano come fatue e leggere o istigatrici di violenza o provocatrici seriali o ancora amanti dell’uno o dell’altro per giustificarne la scalata al successo. Mi piacerebbe che oltre alla difesa della professionalità, una giornalista cosi impegnata come la Botteri lanciasse un monito alla sua categoria per esortarla a riformulare un linguaggio che in molte occasioni ha creato questo sistema a danno delle donne, le ha processate ancor prima e mentre morivano sotto la mano del proprio aguzzino, per essere troppo appariscenti, troppo volitive o troppo avvenenti, senza alcun cenno a quello che erano o rappresentavano per questa società, per la loro famiglia o i loro figli. Sebbene le sia al suo fianco in questa battaglia contro un mondo sempre più caino.