
Leonardo Pisani
Lucano verace e talento vero, di quelli senza fronzoli e densi di qualità. Quelle eccellenze che amano la discrezione, ma coinvolgono con il pathos. Angelo Parisi è è nato a Potenza e dove tuttora vive, dove opera con passione insegnando nelle scuola secondaria di secondo grado. Ha appena pubblicato con EditricErmes la raccolta di poesie Giardino caotico. Ha curato per L’Erudita Edizioni il volume Racconti lucani. Ha pubblicato la raccolta di racconti Le stanze dell’Altrove, con EditricErmes, presentato, tra gli altri luoghi, anche alla Fiera del libro di Roma, Più libri più liberi, alla Fiera del libro di Torino e alla Fiera dell’Editoria di Matera. Ha al suo attivo le raccolte poetiche: Serratura sommersa, Banana Spleen e Versipelle, pubblicate con la Giulio Perrone Editore, la raccolta di racconti Nero. 24 rintocchi a mezzanotte con il Gruppo Albatros Il Filo e numerose pubblicazioni di prosa e poesia su antologie nazionali. Tra l’altro, l’attività di scrittore o ha portato anche affrontare un latro campo della creazione letteraria, infatti è attivo anche come paroliere. Ha collaborato con diversi artisti. In particolare ricordiamo il connubio artistico con il cantautore Raffaele Tedesco. Ha scritto i testi di cinque dei sette inediti contenuti nel suo ultimo album, Che fortuna la musica!. Tra questi Basilicata terra di luce dedicato alla Lucania, uscito nel 2021. Ha scritto il testo di due brani del precedente album dell’artista di Moliterno, Che mondo sei: il singolo di lancio del disco, Cocci di dolore, che ha riscosso un notevole successo radiofonico, e Ti voglio accanto.

Angelo Parisi
Potrebbe sembrare una domanda banale, ma perché hai iniziato a scrivere. Soprattutto perché poi hai continuato.
Per un’urgenza interiore. Un bisogno di completamento, di espansione. Scrivere è un modo per andare oltre se stessi. Ho iniziato a ricamare parole su un foglio da bambino. Lo facevo per vincere la noia e per raccontarmi storie che avrei voluto ascoltare. Un surrogato dell’amico immaginario. Da adulto è rimasto quel desiderio di stupirmi con ciò che vorrei leggere e non trovo nelle pagine di altri.
La poesia, lo scrivere in generale può avere una funzione catartica. Prima lo si diceva sempre, spesso a sproposito. Ora, dopo due chiusure per il Covid, me lo chiedo e lo chiedo spesso a chi scrive, compone, fa arte.
Il rituale della parola narrata è una forma di esorcismo. La scrittura è il tentativo di addomesticare i nostri demoni interiori. Di mettere il collare alle angosce e alle paure che ci dilaniano. Scrivere non è un’attività innocua e confortevole. Ogni volta che impugniamo una penna o battiamo sui tasti di un computer per raccontare una storia o scrivere dei versi, precipitiamo nel nostro maelstrom personale. È qualcosa che ci cambia. Quando scriviamo, ci scriviamo. Ridisponiamo,ogni volta, le tessere del nostro mosaico. Ma la scrittura è anche una forma di sopravvivenza. Come per Shahrazād de Le mille e una notte, è un modo per sfuggire alla morte.
Racconti lucani, poesie lucane, autori lucani che raccontano la Basilicata fuori. Qualcuno afferma che è una Terra che dice poco, altri che hanno già scritto troppo.
Si può scrivere male, ma mai troppo. Non è questione di quantità. Ogni terra ha una sua storia da raccontare. Il racconto appartiene agli uomini e questi assorbono il proprio territorio. Si fanno cullare, crescere e straziare dalla propria terra. I paesaggi, la cultura, le tradizioni entrano a far parte della loro natura e questo accade indipendentemente dalla loro volontà. La Basilicata ha il fascino della contraddizione, come un’amante misteriosa. Amo la mia regione e me ne nutro da sempre. Le ho dedicato anche il testo di una canzone, Basilicata terra di luce, contenuta nell’ultimo album del cantautore Raffaele Tedesco. La prima poesia della mia nuova raccolta Giardino caotico si intitola Le case dei paesi. I nostri scrigni segreti. Pieni di ricordi, sapori, odori perduti nel tempo e recuperati dalla memoria.

“Ma s’io avessi previsto tutto questo/dati causa e pretesto, le attuali conclusioni/credete che per questi quattro soldi
questa gloria da stronzi, avrei scritto canzoni”e poi Una delle canzoni di Guccini più dissacratorie del cantautore emiliano
Dissacrare è un’arte. Più del consacrare. Diffido sempre degli artisti santi e perfetti. A rovistare nei cassetti oscuri e nelle soffitte stracolme di roba ci si sporca le mani, si rischia di ferirsi fino a sanguinare. Chi scrive canzoni, o si dedica ad altre forme di espressione artistica, per quanto possa guadagnarci in termini di fama e denaro, lo fa soprattutto per un’esigenza, una spinta interiore inarrestabile. Non può farne a meno. È una potente forma di dipendenza. Sono tanti, infatti, quelli che pur non raggiungendo il successo continuano con lo stesso entusiasmo a esprimersi artisticamente.
Sempre Guccini: “Voi critici, voi personaggi austeri, militanti severi, chiedo scusa a vossìa però non ho mai detto che a canzoni si fan rivoluzioni, si possa far poesia”. La querelle è a mio parere antica, da sempre si è verificato la musica, oppure da versi si sono tratti opere musicali. Mala questione rimane sempre quella sottolineata da Guccini: la canzone non può essere poesia e la poesia non è canzone. Che ne pensa?
Ho scritto sia poesie che canzoni e concordo con Guccini: una canzone può avere una connotazione poetica, ma non è una poesia. È una struttura complessa, composta da melodia, accordi, testo, un arrangiamento; inoltre è il risultato di un’esecuzione da parte di musicisti e di un cantante. È un sinolo che arriva nella sua interezza all’ascoltatore. Il testo non è il signore assoluto di un brano musicale, è una componente dell’insieme e spesso, preso da solo, non ha la forza di sostenersi.
Una poesia ha già in sé un suo ritmo e una sua musicalità, perché deve essere autonoma, produrre il suo effetto senza ulteriori supporti alla parola. Ha una compiutezza risolta che nessun testo di canzone ha. Nelle canzoni sono le parole a vestire le note, non il contrario.
La poesia e la musica anticamente sono state profondamente legate. Oggi hanno un percorso indipendente. Esistono poi eccezioni di grandissima qualità. Ma la questione è molto articolata e nel sintetizzare ulteriormente rischierei di essere impreciso e fuorviante.

Mi ricordo le mie estati del 1980, prima del terremoto con il giovane Edoardo Bennato con “Sono solo canzonette” e con buona pace di tutti mister Robert Allen Zimmerman alias Bob Dylan vince il Nobel per la Letteratura.
Non esiste una classifica che ponga un tipo di espressione artistica al di sopra di un altro. Un romanziere non è a prescindere migliore di un cantautore o di un poeta. Quello che conta è il valore proprio dell’opera in sé. Si può fare la storia anche con una sola canzone. Esistono anche le canzonette, fatte solo per deliziare l’udito con semplici trastulli melodici e di parola. Pensiamo ai tormentoni estivi. Non sono da demonizzare. Hanno la loro funzione. L’importante è non pensare che siano più di ciò che realmente sono. Bennato con “Sono solo canzonette” rivendica il suo ruolo. L’artista non dà risposte, al massimo pone le domande giuste.
Insegnamento, prosa, poesie, autore di testi e canzoni… Ma dal “Caos del Giardino di Angelo Parisi, ora cosa dobbiamo aspettarci?
È stato un anno intenso. A settembre è stata presentata la raccolta Racconti lucani (L’Erudita). Dieci racconti di altrettanti autori della Basilicata. È stato un modo per portare un’immagine non stereotipata della Lucania fuori regione, attraverso delle narrazioni che non hanno mai indugiato sull’effetto cartolina, ma hanno scavato nell’essenza del territorio. Oltre a curarne l’edizione ho contribuito all’opera anche con un mio racconto, Malombra. Ad aprile è uscito l’album Che fortuna la musica! di Raffaele Tedesco di cui ho scritto i testi di cinque dei sette inediti. Un lavoro di cui vado particolarmente fiero. A fine giugno ha visto la luce la mia ultima raccolta di poesie: Giardino caotico (Editricermes).Questo volume rappresenta per me un momento importante di un percorso di evoluzione e sperimentazione fonetico-semantica. Un consolidarsi della poetica dell’inconscio. Non mi piace vincolarmi. Mi lascio sempre la possibilità di spaziare, di trovare, di volta in volta, il modo migliore per esprimermi. Al momento avverto l’esigenza di tornare alla prosa. Il prossimo lavoro, credo, sarà una raccolta di racconti o un romanzo. Vedremo. Lascio l’orizzonte aperto. Cosa dovete aspettarvi? Se lo sapessi sfumerebbe parte del mistero e quindi del fascino legato alla scrittura. Mi aspetto l’inaspettato.