
di GERARDO ACIERNO
Chissà perché fallisce una banca nella lontanissima americana Silicon Valley e, di conseguenza, va in crisi la Cassa di Risparmio di un qualunque paese, qui, sui monti della Basilicata. Chissà perché con la carenza dei semiconduttori (elementi principali dell’elettronica) la “forgia” di Melfi, di conseguenza, si svuota, si spopola, si ferma, si blocca, licenzia maestranze e impiegati ma continua a produrre (altrove) auto che poi vende a noi a prezzi sempre più alti. Chissà perché la plastica ‘usa e getta’, quella delle nostre mense aziendali e delle nostre gite fuori porta, la si lascia nel bidone adatto e poi la si ritrova nelle discariche turche.
Dicono che tutto questo ha un nome: “globalizzazione” ma io non riesco a capacitarmi del perché l’economia debba avere un peso così sovrastante e spesso così devastante nelle vite dell’umanità. Discorsi difficili, questi, per uno come me, appassionato di Storia e di storie, narratore di vicende comuni, minime, semplici ma sempre intrise di cristiana pietas. Per cui mi domando ancora, chissà perché fatichiamo tanto per salvare la gente in difficoltà nel mare e quella che per sentieri e montagne scappa da guerre e miserie e approda da noi sperando di trovare aiuto e accoglienza ma ottiene un cinico invito a “starsene a casa propria”. Qualcuno ha scritto che gli uomini “hanno piedi e non radici” per cui si muovono ed emigrano da sempre. Soprattutto fuggono da regimi dittatoriali e sanguinari. Impedire loro la fuga è un dono enorme fatto ai loro feroci governanti.
Confondono la mia mente questi pochi e arruffati interrogativi ora che la primavera avanza inesorabile nelle cortecce degli alberi e il ciliegio nel giardino presenta i suoi primi abbozzati germogli; ora che il mio paese, di domenica, si svuota per andare a riempire i Centri Commerciali in altre periferie; ora che le buche sulle strade e nei vicoli del nostro centro storico sono state rattoppate per il passaggio del Vescovo, venuto qui a celebrare i funerali del Parroco emerito; ora che le grandi manovre (si fa per dire!) elettorali, qui e in qualche altra decina di paesi lucani, per l’elezione del nuovo Sindaco a maggio, sono già in fase avanzata; ora che le scorribande dei cinghiali e dei ladri (!) si spingono fin dentro le nostre masserie, le nostre case, le nostre piazze, le nostre chiese.
Intanto, come disse un generale, “… la guerra continua …”. Il popolo ucraino soffre e resiste. Le mamme russe, disperate, scrivono allo zar di turno reclamando per le vite distrutte dei loro giovani figli. Le fabbriche di armi americane (e non solo!) s’ingrassano a dismisura; le foreste bruciano; il clima muta; l’acqua scarseggia; i ghiacciai scompaiono; i fiumi seccano; le riviere arretrano; pochissime persone posseggono ricchezze superiori a quelle possedute da un terzo dell’intera popolazione mondiale. Chissà perché.
Vivo questi accadimenti con sempre più crescente imbarazzo e preoccupazione; imputo ad essi colpe gigantesche; so bene di poter essere accusato di facile qualunquismo, addirittura becero, ma non so trovare e tanto meno dare risposte a questi interrogativi per cui chiudo il pezzo intitolandolo ‘domande inevase’ e come estrema consolazione ricorro a quattro versi che cosi recitano:“Nel deserto del presente/diventa doloroso attraversare il tempo/setacciare l’esistenza./Più miglio che frumento/custodisce la credenza./Si ha voglia di pregare. Nient’altro.