LUCIO TUFANO
Aveva una voce forte che tuonava di petto, capace di essere suadente e perentoria a seconda dei casi, come a rilevare una concomitante opportunità tra il testicolo e le corde vocali, queste che slacciavano o legavano quello, e perfino lo starnuto rintronava di grosso e di rauco a significare la presenza di una virilità dovuta alla circolazione sanguigna e alla salute.
Un villaggio con tantissime pecore, dove sempre capitava di cuocerne qualcuna “a u cutturiedd”, sia perché mai gravida di agnelli, sia perché colpita da gonfiore per aver brucato le spighe rimaste nei campi di ristoppie. Egli era un gran divoratore di carne di pecora e, per una strana regola del contrappasso, più pecore mangiava e più si rinvigoriva da lupo, quasi per una trasfusione di proteine o di ormoni utili al suo corroborante rigeneratore, mangiando voracemente la polpa e scartando con abilità ossa e cartilagini. Nella cantina di sera, oggetto di curiosità da parte dei paesani giovani, veniva circondato e interpellato sul comportarsi con le donne: “figli miei, la devi chiedere sempre e se la femmina nun te la rài, l’haia rispunne ca la tene solo pe piscia“.
Allora nelle campagne correva una sola vicenda, quella della fame e della fatica. In quella regione dell’Appennino si diceva: “borrella per un mese, casazza per un anno”, volendo indicare come tutto si misurasse sulla quantità del grano prodotto. La gregne di spighe di grano rappresentava una borrella, 300-400 gregne o 20 borrelle una casazza; una gregna equivaleva a 6 manipoli e ogni manipolo a 40 spighe. Tutto quindi ruotava attorno al grano, sobrietà e abbondanza, peccato e ingenuità, ricchezza e povertà, e “u Granàure” detto anche “u malevoi”, per la sua scarsa voglia di lavorare, era uno di quelli che si definivano “pirati della terra”, nel senso che per costoro un sacco di terra era come un sacco di soldi per cui la terra costituiva l’ossessione unica della loro esistenza economica.
La sua famiglia? Non sapeva chi fossero i genitori, né i suoi parenti; il suo era un arbusto genealogico di anonimi, un’anagrafe smarrita con le foglie dei ritornanti autunni. Con una pezza per bandiera, una dinastica rozzezza, egli navigava nella misera navicella della sua esistenza temeraria e a volte subdola, tentando sempre di afferrare tutto ciò che poteva per riempire le stive e la cambusa, non lasciando nulla di intentato e studiando ogni più piccolo dettaglio per impossessarsi di ciò che gli abbisognava. Andava perciò a rubare le mandorle sugli alberi, quando cominciava l’autunno, e a sbatacchiare le noci nel sentore acre dei camini accesi per la cena dei contadini. Omone contadino, possessore di un mulo, astuto e allegro, fustagnato nel panno dell’abito e dello stallatico, l’odore della sua vita di campagnolo.
Un’eccitazione perpetua e sensuale gli acuiva una certa libidine di pensiero e di epidermide. Nell’imbattersi con le donne del villaggio provava un insopprimibile friccicore e la voglia di stare loro accanto. Quando si raccoglievano attorno alla fontana per riempire i loro orci, egli afferrava subito il suo per riempirlo, per non perdere l’occasione di chiacchierare con esse e di tentare qualche “strusciatine” con le distratte, specie quando si curvavano per riempire i loro recipienti.
Sprigionava un’elettrica sensualità dalle sue mani, attraverso le dita o meglio i polpastrelli febbricitanti, lo sguardo languido e la mitezza, la mansuetudine di una sorta di schiavo in balia dei sensi. Eppure nell’atto conclusivo della sua assidua e meticolosa opera, non si denudava mai completamente, un po’ perché era per un ladro d’amore era insito essere lesto nell’abbandonare la preda in caso di pericolo e anche perché sentiva un’insopprimibile vergogna dei suoi terrosi e oscuri genitali.
Un culto grossolano e primigenio, un fondamentalismo personale, intimo, un fanatico convincimento del magnificare la vita e doverne godere i frutti, al punto di rubare qualcosa ogni giorno e non lasciare una sola giornata “scura”, cioè magra e senza bottino.
Era il passatore cortese e campagnolo, tutto egli tentava e poneva a fuoco per attentare alle donne: il sentimento, il denaro, le derrate, le paroline, il costante, quasi ossessivo suo modo di corteggiare.
Per aggirarsi indisturbato nelle vigne aveva egli diffuso la paura della “malombra”: “c’è un “malombra” a valle di notte che a incontrarla te face scatena lu core“, andava ripetendo. Intanto, i grappoli (li pennli) più pregiati di malvasia e moscato erano i suoi.
Infatti tutta quell’uva “magnevole”, quella che egli riservava per la cesta da regalare a qualche compiacente comare, era proprio lì, presso quei vigneti dei quali era il più assiduo e notturno frequentatore. Scendeva per i tratturi giù nel “vaddone”, anche se toccava di scavalcare il filo spinato, lungo il torrente o le siepi di fascine e rovi.
In una notte calda di ottobre lo sorprese il guardiano proprio per gli strappi prodotti dal filo spinato al lenzuolo che lo avvolgeva, munito di paniere e forbici per la sua personale vendemmia. Un colpo di moschetto lo intimidì: Nu m’accire! nu m’accire! supplicò con un filo di voce … “Mò t’avia fa da nu muzziche a la terra!” gridò il guardiano. “Come ti trouve inda la vigna di dati e nun inda la toia?”
U malevoi chiese perdono e promise di non andarci più. Lu sapemm cà vai arrubbann p’e fa lu gentile cu li ffemme!, continuò il guardiano accusandolo. Uagliò, statt attent cà prima o poi t’è fanno la festa (tra l’altro pare che proprio la moglie del guardiano fosse coinvolta).
Era così che u ranaure si procurava le indulgenze delle donne, rischiando e rubacchiando per loro.
Perfino le pezzotte di buon formaggio, in custodia della circospetta moglie, sottraeva alla dispensa di casa, i peperoni sottaceto, carnosi e rossi, le caraffe di olio di oliva, le olive conciate, le parti di maiale curate in salamoia, buoni pezzi di salsiccia e ogni ben di dio al solo fine di ottenere udienza da qualche sua interlocutrice.
Raccontava di aver incontrato lungo un tratturo di campagna una giovane donna e di averla convinta ad accettare un’intera pezza di formaggio, di aver attaccato il mulo al melo selvatico e di essere riuscito a portarla in mezzo ai giunchi. Questa che non conosceva la possanza del ranauro bensì solo quella un po’ meschina del marito, presa da paura e dolore nel sentirsi alle prese con un affare duro e pesante, lo supplicò di fermarsi. Ma u ranauro preso dalla foga e non sapendo come giustificare la sua irruenza le rispose: ma come, i maccaroni cu lu caso mio te li magni tutti quanti e mò nun ti vuò magna sta grazia r’ dio.
Un motivetto popolare andò in voga su di lui al momento del suo funerale: “Mò se ne vai a cure munne e tutte le puttane restano chiagnenn. Quiss era lu fess ca frecàia lu munne, se l’nanna passa meglio mò re tanne“.
le foto ritraggono opere di Angelo Siciliano, tratte dal saggio- L’EROTISMO NELLA CULTURA ORALE DELL’IRPINIA