I HAVE A DREAM

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ida leoneSogno un mondo pacificato.
Un mondo governato soprattutto dalle donne, che forse saprebbero trovare una strada nuova per la convivenza fra popoli e nazioni; che, forse, custodendo dentro di sè il segreto della vita, riuscirebbero a non vedere i massacri come unica soluzione ai conflitti; che, forse, avendo sperimentato da sempre sulla propria pelle il peso della violenza e della sopraffazione, saprebbero trovare una via alla convivenza fra genti e nazioni che preservi la dignità e i diritti di tutti, che abolisca schiavitù, fame, arbitrio, e l’aberrante costume di mettere armi in mano ai bambini, e punti invece tutto sulla istruzione, sull’uso della tecnologia a fini di sviluppo e miglioramento della qualità della vita, sull’uso consapevole delle risorse naturali, a cominciare dalla coltivazione della terra.

Sogno una nazione, la mia, che punti tutto sul valore immenso e determinante della propria cultura e del proprio paesaggio.
Una nazione nella quale improvvisamente diventino mestieri ambitissimi e molto ben pagati la custodia dei musei, l’archeologia, l’insegnamento della storia e della storia dell’arte, il restauro, la ricerca socioantropologica, il turismo culturale e ambientale; nella quale l’ignoranza delle proprie radici diventi una colpa gravissima, un reato penale, sopratutto se dichiarati pubblicamente e anzi facendosene vanto; nella quale sia impedita ogni genere di carriera pubblica a chi non sa rispondere manco ai banalissimi quiz pilotati de L’Eredità.

Sogno una Basilicata compatta come un carrarmato.
Una regione nella quale si faccia un minutissimo censimento di quanto di prezioso c’è – ed è tanto – e se ne tragga una pubblicazione, che arrivi nelle case di tutto il mondo, invitando tutti a venirci a trovare; e nella quale, se non bastano gli alberghi, tutti ospitino dei viandanti a casa propria, offrendo un pasto caldo, un bicchiere di Aglianico, un letto, e poi si facciano raccontare dal’ospite chi è e da dove viene, come fece il re del Feaci con Ulisse. Senza badare al colore della pelle del viandante, a che scarpe porta, e quanta strada ha fatto per arrivare fin lì, e in che condizioni. Recuperare il sacro rito della ospitalità, della generosità, della condivisione del poco con tutti. Sogno una Basilicata che diventi il cuore pulsante del Mediterraneo, aperta a studenti norvegesi e greci, filosofi tedeschi, rifugiati eritrei, turisti spagnoli e tedeschi, suore polacche, professori americani e neozelandesi, camminanti di tutto il mondo. Un crocevia di strade, passaggi a Sud.

Sogno una città, la mia, bella e viva e pulsante come la notte di Capodanno 2017.
Una città senza più astio, invidie, divisioni; unita e solidale, ospitale, generosa con tutti, soprattutto con chi ha poco o niente; attenta alla cura del dettaglio, dei fiori, dei muri sbreccati da riparare, attenta alla pulizia del singolo angolo di strada; una città che vada tutta a piedi, o in bici, usando i mezzi pubblici finalmente efficienti, liberando per sempre il centro storico dall’assedio della lamiera (com’era accecante e meraviglioso, il centro, quando le misure di sicurezza del Capodanno hanno imposto un divieto assoluto di transito e parcheggio); una città che punti tutto sul valore della propria antichissima cultura, della propria millenaria storia, della propria affascinante sgraziata bellezza; una città pacificata e attrattiva.

E, ovviamente, governata dalle donne.

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Sull' Autore

Esperta di Fondo Sociale Europeo e delle politiche della formazione e del lavoro. Mi interesso anche di fenomeni di innovazione sociale e civic hacking: open data, wikicrazia, economia della condivisione, creazione ed animazione di community di cittadini. Sono membro del gruppo di lavoro che ha portato Matera a Capitale europea della cultura per il 2019. Sono orgogliosamente cittadina di Potenza e della Basilicata, e lavoro e scrivo per migliorare il pezzetto di mondo intorno a me.

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