E così, Dj Fabo é morto. Come prima di lui Piergiorgio Welby, ed Eluana Englaro. Accompagnati alla morte da mani pietose, che hanno raccolto le loro volontá, espresse con chiarezza prima della malattia, o durante. Espresse con il filo di voce lasciato dalle tracheotomie, o con la voce metallica sintetizzata da computer che leggono parole digitate a fatica su tasti di computer. Eppure, morire é proibito, in Italia. Provate per un attimo ad immaginarvi stesi su un letto, totalmente immobili, aiutati a respirare da una macchina, immersi nel buio piú totale perché l’incidente vi ha anche resi ciechi. Anche in queste devastanti condizioni, non potete chiedere di morire, nel nostro Paese. E chi dovesse aiutarvi a farlo, preso da umana pietà della vostra condizione di quasi vegetale, potrebbe passare un guaio grosso. É un reato penale, il suicidio assistito. Cosí, Dj Fabo se ne é andato in Svizzera, a morire.
Perché, ci chiediamo ogni volta? Perché non possiamo avere anche in Italia una norma che regoli il diritto di scegliere di morire? Perché alla fine é tutto lí: non decidere se sia etico o meno, scegliere di suicidarsi; non discutere della legittimitá di una scelta cosí personale, che io forse non farei; non discutere se la religione di Stato ce lo consenta o meno, se sia lecito o meno. Tutto questo non ci interessa. Interessa invece che una legge dello Stato ci dia la possibilitá di scegliere. Un diritto, quello di scelta, che non ne intacca nessun altro. Scegliere se continuare a vivere, o arrendersi e provare a cercare, in un altrove che forse esiste e forse no, una vita piú degna di essere vissuta.
In uno stato laico, non confessionale, poter scegliere come vivere e come morire, chi sposare, se avere o non avere figli dovrebbe essere la base minima di diritti indiscutibili. E invece un progetto di legge in tal senso giace in un qualche cassetto, bloccata da veti manco tanti silenziosi di ultraosservanti e apparati della Chiesa cattolica. Una Chiesa che ha elevato agli onori della santitá una suora che predicava la sofferenza derivante dalla malattia come un modo per avvicinarsi a Dio, e le cui istituzioni ospedaliere, dunque, non offrivano alcun conforto fisico a chi veniva ricoverato. Malati, lebbrosi, disabili, venivano semplicemente accompagnati con la preghiera (eh, certo) verso la morte naturale, senza provare in alcun modo a lenire sofferenze fisiche, per quanto atroci fossero e per quanto lunga sarebbe stata la distanza fra il ricovero e la morte: niente antidolorifici, niente bendaggi, niente cure di un qualche tipo, igiene e sepsi approssimative. Di cosa ci stupiamo, se ancora non abbiamo in Italia una legge sul fine vita? Dio vuole che soffriamo, e dobbiamo soffrire pure se in quel Dio non abbiamo mai creduto, o non crediamo piú. Negandoci, appunto, sempre, la libertá di scegliere.
Che il viaggio ti sia propizio, Dj Fabo. Da qualche parte, oltre che in Svizzera, esisterá un mondo meno ipocrita e piú giusto, meno condizionato dalla religione, qualunque essa sia. Speriamo che tu ci sia giá arrivato. Noi, qui, ancora stiamo aspettando.
