NINO CARELLA
E’ finita la crisi al Comune di Matera e come nelle migliori commedie all’italiana, non si è potuto né voluto rinunciare al lieto fine.
Il deludente finale molto poco a sorpresa ha quindi rivelato le intenzioni originali di tutti i protagonisti: dalle finte constestazioni dei “dissidenti” al trappolone del sindaco al PD. Che sebbene sia stato fiutato, ha comunque prodotto sconquassi all’interno.
La grande novità non è infatti che De Ruggieri regge (non c’erano dubbi); e nemmeno che i finti dissidenti rientrino (non c’erano dubbi); ma neanche che il PD si divida (che dubbi possono mai esserci?!) sul voto al bilancio, tra quanti sono usciti e quanti sono rimasti in aula pur astenendosi: Tralli, Antezza, De Mola e Scarola. Che il Partito Democratico sia fortemente diviso è infatti noto da tempo. E a pensarci bene, è proprio sulla sua profonda frattura interna che ha poggiato la sconfitta elettorale di Salvatore Adduce. Frattura palesatasi però solo ieri, dopo mesi e mesi di tentativi di conciliazione, mediazioni, francescana sopportazione reciproca, ma soprattutto da parte della segreteria cittadina, che in nome dell’unità del partito (!) ha sempre rincorso e mediato, anche se troppo spesso al ribasso. E che dovrebbe forse a questo punto prendere atto del fallimento del suo pur nobile e appassionato tentativo.
Nel Partito Democratico, infatti, dovrebbe essere finalmente arrivata, alla vigilia del Congresso (che da qualche anno coincide con frettolose e grossolane primarie), l’ora della verità. Perchè continuare a restare tanto ipocritamente sotto lo stesso tetto, logora soprattutto chi il tetto lo regge, mentre chi vi si ripara momentaneamente è libero di andare, tornare, scegliersi un rifugio diverso quando gli pare, a seconda di come e soprattutto da che parte tira il vento. E quando c’e da resistere e prendersi la pioggia in faccia, rimangono sempre gli stessi.
La vera novità, si diceva, è che di fronte alla dichiarata intenzione della componente “renziana” di disobbedire alle determinazioni della Direzione cittadina, rimanendo in aula invece di uscire, stavolta il capogruppo Adduce non ci abbia voluto mettere una pezza a colori: Il PD avrebbe potuto infatti decidere di restare in aula (dato che comunque il numero legale era assicurato dalla maggioranza): si sarebbe così mostrato ancora, e facilmente, apparentemente compatto. Uscendo, si è invece resa evidente la frattura. Che non è certo nata ieri, né è stata provocata da De Ruggieri, come in tanti si sono affrettati a commentare. De Ruggieri che però ha saputo, da vecchia volpe che mastica politica da 60 anni, insinuarsi tra contraddizioni e ambizioni, per portare a casa il doppio risultato di una maggioranza ricompattata e di un bilancio approvato. Staccando praticamente il biglietto per il 2020, considerando che il prossimo anno, alla vigilia del 2019, a nessuno verrà in mente di buttarlo a terra, non avendolo fatto finora.
Che i quattro “dissidenti” (questi sì reali) del PD entreranno a far parte della maggioranza, è poi cosa che appassionerà – forse – i malati di cronaca politica. I giochini di palazzo sono roba assai noiosa, per la gente comune.
Il dato politico più evidente è che il PD materano deve ora pensare alle prossime elezioni. Costruire e legittimare una classe dirigente nuova, impegnare già da ora un pugno di persone capaci e credibili, fare chiarezza su obiettivi e strategie, cominciare a costruire il necessario consenso politico e popolare intorno a questa proposta realmente nuova.
L’alternativa, infatti, è che in una sfiancante e continua conta di consensi a pacchetto, assai povera di contenuti, si finisca per consegnare definitivamente la città al clientelismo e all’opportunismo.
Decimando anche le ultime residue possibilità di invertire quel che in effetti pare un’inarrestabile tendenza.
Ma noi sognatori non ci arrendiamo mai. A noi basta chiudere gli occhi, e immaginare un mondo migliore. A occhi aperti, bisogna solo decidersi di cominciare a costruirlo.
