Il leit motiv che il Governatore Pittella suona ogni volta che si confronta col livello centrale è quello di “più Stato al Sud”. Dovrebbe essere una contraddizione rispetto al fatto che tutti, compreso lui, parlano del Patto con il Sud come di un fatto storico, sia nel metodo che nel merito. Ma non lo è per gli economisti e i pochi meridionalisti rimasti ( come gente che studia le dinamiche specifiche del Sud, non come attivisti ideologici di cui pure c’è bisogno) i quali cifre alla mano dicono che nel giro di 6 anni la spesa ordinaria in conto capitale ( vedi investimenti) “scesa dagli 11 miliardi e 7 del 2009 ai 5 miliardi e 1 del 2015. Nello stesso periodo i fondi di coesione sono scesi daL 4,2 miliardi all’1,3 del 2015″*. Non solo, ma i fondi europei sono stati usati attraverso la rendicontazione come spesa sostitutiva dei trasferimenti ordinari e non come spesa aggiuntiva. Più Stato al Sud quindi dovrebbe essere prima di tutto una spesa ordinaria che risponda al principio di “tante teste, tanti sold”, con qualche correttivo a favore di quelle realtà in cui a fronte di una popolazione del tutto esigua ( val d’Aosta, Molise e Basilicata) per le quali la spesa deve essere almeno in grado di tenere i servizi al minimo. Che cosa significa la spesa ordinaria portata dal 23 al 34 per cento, come pure il Governo si è impegnato a fare dal prossimo anno? Significa più soldi alla sanità, più soldi alle scuole, più soldi per la manutenzione delle strade, più soldi per il welfare. E poi significa una diversa organizzazione dello Stato in maniera da coniugare l’efficienza con la presenza: più carabinieri, più sicurezza, più Magistratura, più Polizia. E così ,andando andando, significa che le grandi Aziende di servizi italiane, dalle Ferrovie dello Stato all’Anas, debbono riorganizzarsi non facendo capo a Milano o Rpoma, ma articolando le loro strutture a livello di risposte territoriali, per macroaree ( il Sud, il centro e il Nord) e per presenze regionali. Cioè , se lo Stato è passato alle Regioni e ha lasciato parte del personale, perché le grandi aziende sbaraccano invece dal Sud, portando i loro interessi e le loro relazioni al centro Nord? Quindi rivedere lo Stato al Sud affinchè sia più presente, significa mettere allo stesso piano le tre macroaree italiane e, all’interno di queste, trovare regole di riorganizzazione delle presenze. Ma, la domanda che è indotta dal ragionamento finora fatto è: perché le regioni meridionali non parlano di questo, TUTTI INSIEME IN SEDE UFFICIALE? Perché lo si lascia come questione culturale o al più questione politica? Perché il Sud , nella cultura, nella concezione, nell’agire comune, è stato posto in posizione retrostante rispetto alla Regioni. E mentre il Nord ha sempre privilegiato lo stare insieme, con accordi e patti notarili, al Sud si danno la mano da galantuomini perché è volgare mettere su carta, ma poi tutti si scordano di essersela data. Ecco la vera sfida per un Sud migliore passa per Governatori che capiscano la esigenze di sostituire all’individualismo la forza del collettivo. Se ci crede ,il Governatore Pittella, porti la sfida alle altre Regioni e ne faccia una questione nazionale, di regole e di meccanismi decisionali anche sovraregionali. Emiliano aveva preso la bandiera del Sud in occasione della sfida interna di partito. Poi s’è scordata dove l’ha riposta e neanche si preoccupa di cercarla. Il pensiero e l’iniziativa politica non sono correlate, come l’economia, alla densità della popolazione ma alla densità del cervello delle persone. QUindi quando uno ci crede, che sia un Golia o che sia un Davide, è la stessa cosa. r.r.
*Fabrizio Patti: Sud, ultima chiamata”