NINO CARELLA
C’è una cosa che unisce chiunque, lontano, stanco o critico nei confronti della politica, ripeterà quasi d’istinto leggendo un articolo di giornale, la notizia di un provvedimento governativo, l’inizio di un dibattito su un tema qualunque : “pfui, chiacchiere”.
Già. Mentre nel resto del mondo civilizzato gli impegni e le parole della politica hanno un peso nella società, orientano le persone, spostano gli investimenti, plasmano direttamente il futuro, in Italia siamo abbastanza scafati da sapere ormai che con le chiacchiere di ieri ci si incarterà il pesce pescato domani.
Al Sud questa dimensione raggiunge poi livelli sublimi, fino a farsi addirittura letteratura, quando non proprio epica e leggenda.
Di cosa allora il Sud, e Matera che della parte migliore di quel Sud si è fatta suo malgrado simbolo protempore, hanno meno bisogno? Di altre chiacchiere, appunto.
C’è da capirci, noi italiani. Ammorbati dalle chiacchiere inconcludenti dei vari D’Alema e Berlusconi che dovevano disegnare una nuova seconda repubblica (e hanno solo cristallizato la prima), e dei legittimi figli dei due che tentano di venderci la terza (che conserva intatti vizi e problemi della seconda). E allora tutto nella politica perde di significato: le bicamerali hanno conservato solo il loro tecnico significato immobiliare, le Riforme sono sbiadite lenzuolate sbattute al vento dalle quali cadono solo briciole sui tavoli della meritocrazia, le leggi sono il prodotto sempre più scadente di un politica che non deve aver capito bene dove andare, e dove portarci. O magari l’ha capito benissimo, e allora riempire di chiacchiere il viaggio dovrà servire solo per stordirci, ed impedirci di ribellarci. E i populisti avanzano, e uno si chiede anche perchè.
Incuranti e dolenti, ecco servirci quella che rischia di essere solo un’altra passerella di parole, stesa lungo la strada verso il 2019. Che, come brillantemente faceva notare qualcuno, dev’essere solo una data intermedia di una città già in cammino prima, e che vuole continuare a correre a lungo anche dopo. Non un incubo, dunque, ma nemmeno l’ultima delle speranze.
Mi chiedo, leggendo il programma del convegno voluto dal Governo a Matera (che a quanto pare la città e la Basilicata si sono limitati ad ospitare e non già ad organizzare) cos’altro ci sia da dire sul Sud. Cos’altro ci sia da raccontare, da spiegare. Cos’altro ci sia da capire, a cent’anni dai Salvemini, dai Cristi di Eboli, dalle scorribande culturali dei De Ruggieri (ops… beh dai, ci sta).
Perchè Matera si avvia immobile, verso questo 2019. Che si farà, e sarà bellissimo. Ma non un’autostrada, non una nuova ferrovia, non un porto o un aeroporto, non un solo nuovo ponte verrà realizzato e inaugurato per quella occasione, vetrina del Sud e dell’Italia (lo avete detto fino alla nausea). Solo qualche bus verde della Flixbus – paradossalmente proprio quelli che a Roma tentano in ogni modo di bloccare -, un paio di sudatissimi Freccialink, e qualche corsa diretta a scartamento ridotto se ci va di culo, connetteranno meglio la Capitale Europea della Cultura al network globale.
E forse aveva ragione chi, qualche anno fa, suggeriva di non sbatterci troppo la testa su questo nodo delle infrastrutture, e provare a fare comunque quel che si può con quel che c’è. Che non è poco quel che si può, e non é tutto male quello che c’è.
E’ il momento di investire al Sud, ha concluso Gentiloni. E noi che al Sud ci abbiamo già investito: soldi, tempo, vite e speranze, non possiamo che essere d’accordo con lui. Specie quando ricorda che Matera ha vinto la sua scommessa con il destino che la voleva provincia regretta e dimenticata, grazie al lavoro fatto negli ultimi anni guardando al futuro e non al passato. A quello che poteva essere, e non a quello che in tanti si erano rassegnati che fosse.
E allora proprio dal Sud, ieri, partiva un messaggio insieme politico e culturale: le chiacchiere, le parole, le passerelle, i simposi e i convegni, se non strettamente utili a inquadrare, comprendere e studiare il problema, la politica se le riservi alla fine; quando gli interventi auspicati saranno già stati realizzati, e si potranno magari cominciare a contarne i risultati.
Fino ad allora, si lavori ogni giorno a testa bassa, ed in silenzio. Nella direzione che la politica, se ne è capace – e deve esserlo – vorrà indicare.
Lo chiede la nostra storia, la nostra cultura e non ultima, la stanchezza di un popolo troppe volte illuso, e ancor più spesso abbandonato a sé stesso e dimenticato.
