IDA LEONE
A Edimburgo, prima durante e dopo gli incontri previsti, per capire che aria tira nelle produzioni teatrali inglesi, sono andata a vederne alcune. Il Festival requisisce ogni spazio disponibile in cittá, e le cose che ho visto io, che entravano nel Fringe Festival (= produzioni off, da strada) sono state realizzate in chiese medievali sconsacrate, in piccoli spazi ricavati mettendo dei teli neri dentro spazi piú grandi, con la gente seduta sui cuscini a terra, in minuscoli teatri con palcoscenici della grandezza di una stanza. Una metodologia di grande interazione con il pubblico, poco pubblico, seduto intorno all’area dove si recita, di ispirazione elisabettiana e shakesperiana.
Jessica Thom, ad esempio, ha la la sindrome di Tourette, che comporta tic sia fisici che verbali incontrollabili. In piú, ha difficoltá ad usare le gambe, quindi siede su una sedia a rotelle. Non avrebbe mai immagjnato di salire su un palco, ma siccome ha una vitalitá prorompente e quasi distruttiva, un fuoco che se la mangia dentro e le esce dagli occhi, monta il progetto “Tourettehero”. Con un gruppo di folli collaboratori a risolverle i problemi tecnici, porta in scena la piéce “Not I”, una specie di slam poetry sul tema della identitá, della riconoscibilitá di sé stessi. Mentre lei recita, la sua dizione é intervallata dai tic, sia fisici che verbali (nel suo caso, si picchia ad intervalli regolari un pugno sul petto e pronuncia la parola “biscuits”). Accanto a lei, una eccezionale interprete nella lingua dei segni traduce il suo smozzicato discorso in gesti, compresi i moltissimi “biscuits”. alla fine, Jes scende dalla sua carrozzina e gira ginocchioni fra il pubblico, facendo domande, chiedendo se ci é piaciuto, dando risposte alle moltissime domande che abbiamo noi. E promuovendo la coscienza civile a favore della inclusione dei disabili, del libero accesso alle professioni creative, la raccolta fondi per la cura della sidrome di Tourette. Un ciclone, una donna meravigliosa.
Ho visto anche una performance che sarebbe piaciuta a Pino Oliva, a Silvio Giordano e agli altri amici cartoonist e visual artist che conosco. Sulla scena ci sono 5 persone, e danno tutti le spalle al pubblico: il regista dei suoni e delle immagini registrate, due musicisti che suonano dal vivo (violino, tastiere, percussioni, attrezzi per rumori vari), e due “animatori” che davanti ad una telecamera animano pupazzi e scene disegnate come fumetti, ritagliate nel cartone e sostenute da un bastoncino. L’immagine che ne risulta, che viene proiettata su uno schermo, é quindi un cartone tridimensionale animato a mano. La storia raccontata é la trucida saga di MacBeth, di William Shakespeare: la smodata passione per il potere sul trono di Scozia, gli intrighi, gli omicidi, i sensi di colpa e la nemesi vendicativa che pone fine alla tragedia.
Ve lo ricordate lo sketch televisivo con Macario sul gelato al pistacchio, ripreso negli anni 70 da Ric e Gian con lo sketch della brioche?
Il teatro del surreale e dell’assenza di senso, il cui massimo esponente é Samuel Beckett, usati alla tv italiana come in questo lavoro di teatro inglese per raccontare un improbabile spettacolo televisivo, nel quale un concorrente bendato deve indovinare telepaticamente cosa pensa una terza persona, incalzato da un presentatore. Il concorrente puó fare tre tentativi, e le tre risposte che da (“electricity”, “hole”, “money”) sono puntualmente sbagliate (il pubblico puó vedere quelle giuste esibite su tre pezzi di cartone – “caravan”, “sausage”, “algebra”). Alla terza risposta sbagliata si cambia, e i tre si invertono i ruoli. La scena si ripete decine e decine di volte, con stili ogni volta diversi, ogni volta con esiti peggiori, ogni volta con nuovi elementi, riuscendo a far molto ridere il pubblico, in una giostra continua e sfiancante di scambio di vestiti e di copione ripetuto sempre uguale, se pur con infinite variazioni. Nessuno dei “concorrenti” indovinerá nessuna delle parole messe in gioco, neppure quando gli verranno suggerite, o sventolate davanti, nella progressiva costernazione e abbattimento dei protagonisti.
E infine, Testosterone. Una storia toccante, perché vera. Il protagonista é Kit Redstone, un giovane attore inglese che ha portato a termine un percorso per cambiare sesso, e racconta questo suo percorso insieme a tre altri attori, che portano in scena tutte le contraddizioni della mascolinitá ma anche della femminilitá. Il tutto con grande leggerezza e anche molte risate, pur raccontando un percorso identitario difficile e umanamente toccante, con momenti il cui il silenzio della platea era cosí denso da potersi tagliare. Nella scena finale il protagonista, costretto a togliersi un accappatoio che gli copre il pube e svelando quindi anche al pubblico che il suo sesso é ancora da donna, mi ha, devo confessarlo, commosso. Ero seduta in prima fila, applaudivo in piedi, e lacrime forse si vedevano, perché il protagonista, nel ringraziare il pubblico, mi ha strizzato un occhio, commuovendosi a sua volta. Una bella emozione.
Forse davvero il senso del teatro, allora, é questo: portare in scena pezzi di sé, incollandoli sulla pelle degli spettatori, per far sí che sopra e sotto il palco, alla fine, non ci sia piú nessuna differenza. Strapparsi la pelle di dosso per consegnarla al pubblico, un dono sacrificale di sé in nome della scoperta, della estrazione a mani nude dalla terra di una emozione comune. Teatro. Magia.