LA CASSETTA DI DALLA E LA MUSICA DEI NOSTRI FIGLI

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NINO CARELLA

Mio padre aveva in macchina una musicassetta. Un live di Lucio Dalla, registrato in America. DallAmeriCaruso, si chiamava, lo ricordo bene perché il titolo era assai singolare. Mi è tornato in mente, chissà come, l’altro giorno, e ho pensato che mi sarebbe tanto piaciuto riascoltare quelle sonorità di trenta anni fa.  Ma la musicassetta è finita chissà dove. Forse, cestinata; e se anche la ritrovassi, non ho più uno strumento per farla suonare.

Ehi, ma che sto dicendo? Siamo nel 2000!

Apro Spotify e mi metto alla ricerca, con poche speranze di trovare un titolo così vecchio. E invece eccolo. Scorro la playlist abbozzando un sorriso. Ma ricordo anche altri titoli, “l’ultima luna”, “grande figlio di puttana” – e ricordo vividamente la grande emozione di poter dire “puttana” a 8 anni, senza rischiare percosse –  che qui non ci sono. Ecco, ora ricordo: la musicassetta era doppia, e invece su Spotify ne hanno caricata una sola. Chiedo conferma a Google, mentre le note di “Cara” si diffondono dal B&O collegato in bluetooth con lo smartphone. E infatti. Il fido motore di ricerca mi rimanda a Ebay, dove per 5 euro e 37 centesimi vendono la cassetta A, che richiama evidentemente l’esistenza di una B. Perchè ricordo ste robe, quando non ricordo nemmeno il nome del tizio che ieri mi salutava così cordialmente? E cos’ho mangiato a mezzogiorno? Chi lo sa.

E mentre Dalla introduce “Tutta la vita” con parole che sorprendentemente posso ricalcare esattamente nell’espressione e nella tonalità, ricordo che con la cassetta nell’autoradio, di quelle che si asportavano completamente e si portavano sottobraccio o si nascondevano bene sotto il sedile per non farsele fregare, mi ritrovavo a pensare al luogo in cui il concerto era stato registrato. L’America, suggeriva il titolo, senza lasciare altro indizio. Immaginavo una grande arena, piena di gente venuta ad ascoltare il grande idolo italiano, come noi in quegli anni accorrevamo in massa ai concerti di Madonna. Ehi, ma quale immaginazione? Siamo nel 2000! Apro Wikipedia e chiedo lumi sul disco. “DallAmeriCaruso è un album dal vivo del cantautore bolognese Lucio Dalla registrato negli Stati Uniti, presso il Village Gate di New York il 23 marzo 1986” Eccolo, il posto. Sarà come me lo immaginavo? Un grande stadio, magari, dove 100.000 persone applaudivano il nostro piccolo grande musicista? Clicco sul link e la pagina del Village Gate in inglese mi racconta di un piccolo club in cui sono passati a suonare un sacco di nomi famosi della musica internazionale: Jimi Hendrix, Miles Davis, Patti Smith, Aretha Franklin. Beh, non certo lo stadio che immaginavo a 8 anni, ma nemmeno un postaccio, insomma. E siccome siamo sempre nel 2000, indirizzo alla mano apro Google Maps, e Street View mi proietta nel punto esatto in cui 31 anni fa Dalla era passato per portare la sua, la nostra musica agli americani: c’è ancora l’insegna di quel Club, ma al suo posto c’è una farmacia; invece, nel teatro in cui Dalla aveva suonato ora c’è un bar.

Certo, un un po’ di delusione: un’immagine che portavo dentro da trent’anni, frantumata in pochi secondi dalla rete; ma almeno “Balla ballerino” suona esattamente come la ricordavo. Non sono mai stato un fan sfegatato di Lucio Dalla, a parte questa cassetta non l’ho poi più seguito, ma ricordo bene di averlo immaginato, mentre ascoltavo la musicassetta nell’autoradio, col microfono in mano alla Freddy Mercury, sputargli dentro i suoi fenomenali gorgheggi e inimitabili vocalizzi. “Scat” si chiamano, mi corregge severo Wikipedia. E Gesù, quanta precisione. Basta capirsi, su. Oppure, chissà se invece non fece tutto il concerto seduto, alla Giorgio Gaber, mentre gli Stadio gli suonavano dietro. Eh, ma si può immaginare: siamo nel 2000! e se il concerto è stato registrato, magari è stato anche ripreso, e se c’è una traccia video da qualche parte nel mondo, sarà stata possibilmentecaricata su Youtube. E infatti, così è. Addirittura scopro che fu registrato uno speciale dalla RAI (oh, Dalla in America: un evento) alternando immagini del concerto al racconto dello stesso Lucio delle sue sensazioni ed emozioni in terra americana. Spengo Spotify, e con Chromecast che mi rimanda il vecchio video pixellato in TV mi godo il video. La musica è la stessa, è proprio il video del concerto che avevo fino ad allora solo ascoltato tante e tante volte. E comunque niente, pure qui non ci avevo preso: Dalla era sì seduto, ma al pianoforte: un altro pezzo di infanzia spazzato via dalla cruda e piatta verità della tecnologia del XXI secolo. Volevo farmi cullare dalla tenerezza della nostalgia. e la bruta forza della realtà mi ha rovesciato per terra

Mi chiedo allora se tutta questa tecnologia, in grado di soddisfare qualunque richiesta e curiosità, di mettere a disposizione in qualunque momento tutta la conoscenza del mondo, non possa in qualche modo limitare le nuove generazioni. “Con milioni di canzoni in streaming, si torna ad ascoltare sempre quelle che si amavano da ragazzini” dice J-Ax in un recente successo radiofonico. Ed è così. Ma quale musica ascoltano i ragazzini di oggi? Cosa ascolta chi non ha una memoria dalla quale pescare per rivivere ricordi ed emozioni? Certo la tecnologia crea nuovi linguaggi, con cui bisogna fare i conti, e che però sfidano la capacità di evocare che la musica, la poesia, l’arte, indubbiamente devono possedere per esser definiti tali. Almeno, fino ad oggi. E al di là di questo, per secoli le nuove generazioni, prima di poter essere liberi (anche economicamente) di scegliere libri, musica, artisti preferiti, hanno dovuto scontrarsi con l’immaginario e il linguaggio della generazione precedente. Come me che con quella cassetta di Lucio Dalla infilata nell’autoradio, ho potuto – dovuto, in mancanza di altri stimoli accessibili – confrontarmi con una musica per me già “classica”.

Ma cosa succederà se il momento della “scelta”, ormai matura per quanto si è potuto raccogliere nel mondo intorno a sè negli anni dell’infanzia, avviene oggi direttamente nell’infanzia? Quali filtri si possono avere a nove anni, quali gusti si possono sviluppare prima ancora di avere una completa consapevolezza di sè e del mondo esterno? E i bimbi di tre anni, che nascono già col cellulare attaccato alle manine, perennemente iperconnessi, in grado già di smanettare e navigare tra playlist e video di improbabili e sboccati youtuber? Se il linguaggio si fa crudo, se il racconto si appiattisce, se lo sforzo di ascoltare, interpretare, capire, diventa inutile e faticoso, cresceremo generazioni di uomini cinici e insensibili? O, magari, solo più consapevoli e meno coi la testa per aria? Questi piccoli uomini, una volta grandi, avranno la capacità di sognare in grande, di vivere la vita alimentando la continua tensione all’infinito che ti tiene vivo, o si realizzeranno nella loro dimensione, quella che avranno, o quella che crederanno di avere?

Non ho risposte. Solo domande. Più o meno le stesse che riecheggiano nella stanza: “Tutta la vita / senza nemmeno un paragone / fin dalla prima discoteca  / lasciando a casa il cuore o sulle scale… siamo sicuri della musica?

 

 

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Sull' Autore

Ho impostato il navigatore in direzione aziendale ma, blaterando di democrazia e di sviluppo, ho svoltato a sinistra finendo dritto addosso a un blog: ed erano già passati quarant'anni.

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