VALERIO LOTTINO
Quando al giorno d’oggi si parla di emigrazione, si fa riferimento principalmente ai flussi migratori provenienti dall’Africa ed Asia e diretti verso l’Europa mediterranea. Le immagini delle decine di barconi che sbarcano sulle splendide coste del belpaese sono ormai familiari. Di carattere diverso, ma parimenti degno di nota, è sicuramente l’emigrazione interna: una delle regioni più colpite da questo fenomeno è sicuramente la Basilicata che dall’inizio del nuovo millennio è stata letteralmente depauperata di risorse umane.

Secondo i dati ufficiali Istat, la popolazione residente in Basilicata è passata dai 597.468 del 2001 ai 570.365 del 2016, con una variazione negativa di circa 28.000 unità (all’incirca il 4.6% della popolazione). Per comprendere ancor di più la tragicità del dato, è come se la nostra regione negli ultimi 15 anni avesse interamente perso due centri urbani delle dimensioni di Avigliano e Melfi: un’enormità. Se si considera poi che diverse migliaia di persone, come ad esempio gli studenti, sono ancora residenti in Basilicata ma domiciliati altrove, il dato diventa ancora più preoccupante. Come se non bastasse, anche il movimento naturale della popolazione (ossia la differenza tra nascite e decessi in una determinata regione) sta avendo una decrescita esponenziale. Se nel 2001 il saldo naturale era di – 51 unità, nel 2016 il saldo naturale è di ben -2186 unità: un altro paese di piccole dimensioni che viene fantasiosamente cancellato dalla nostra cartina geografica virtuale. Ma al di là dei dati ufficiali, l’emorragia che inesorabile ferisce la nostra terra è palese agli occhi di tutti. E ancora più oggettivo è il fatto che la fascia di popolazione maggiormente colpita da questo fenomeno è quella che va dai 18 ai 30 anni: il fiore di una popolazione. I primi infatti ad emigrare sono gli studenti appena diplomati: c’è chi va via per voglia di cambiare, e lì non si può far altro che rispettare la scelta, c’è invece chi va via per assenza di alternative, e lì invece si potrebbe intervenire. Tanti sono gli studenti universitari che farebbero a meno di emigrare e che, se ne avessero la possibilità, completerebbero gli studi nella propria terra natia. Da una criticità potrebbe perciò nascere un’opportunità: potenziare l’offerta formativa dell’Unibas. Non serve tanto per capire che puntare su questo creerebbe un indotto socio-economico importante per la regione: basti considerare ai suddetti studenti che frequenterebbero l’università in loco invece che altrove; alle risorse economiche delle famiglie, necessarie per il sostentamento dei figli emigrati, che verrebbero spesi qui invece che inviate in altre regioni; agli studenti che verrebbero dalle regioni limitrofe per frequentare l’università in una località meno cara e più sicura delle città del centro-nord Italia; alle attività commerciali che di conseguenza nascerebbero; ai diversi immobili al momento vuoti, affittati a studenti e a maggiori entrate fiscali per le casse comunali e regionali. Gli esempi di città delle dimensioni più o meno simili a Potenza, sede principale dell’Unibas, che sono riuscite a creare quanto descritto sopra sono diversi (Chieti ed Urbino su tutte).
Per rendere possibile quanto detto è necessario in primis et ante omnia reperire le risorse economiche, poi comprendere che si tratta di un investimento nel medio-lungo periodo ed infine avere l’appoggio di un alleato fondamentale: la politica. Gli attori principali della politica, che hanno il potere decisionale ed organizzativo della cosa pubblica, dovrebbero infatti decidere di ribaltare sull’istruzione un’ulteriore parte delle famose royalties delle compagnie petrolifere e convincersi che i frutti di questi investimento verrebbero raccolti solamente nel giro di qualche anno: si curerebbero così da questa miopia cronica che, con il passare degli anni, sta sempre più trasformandosi in grave cecità. L’emigrazione che annualmente colpisce la nostra piccola regione è un problema grave, e come tale va affrontato: se una volta erano le braccia a cercare fortuna altrove, creando un notevole problema nell’economia rurale del tempo, oggi ad andare via è la potenziale futura classe dirigente che, aggiungendosi a chi coraggiosamente decide di restare, sarebbe di notevole aiuto per lo sviluppo della Basilicata. Bloccare del tutto questa epistassi è sicuramente una romantica e dolce utopia, immaginare una regione sempre più deserta è invece una tetra e spaventosa distopia.