PALAZZO SAN GERVASIO, LA LINGUA E LA CULTURA

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LA LINGUA_

L’attuale nome di Palazzo San Gervasio risale ad un Regio Decreto del 1863, che affiancò al nome storico Palazzo, un secondo elemento, un agionimo, per l’appunto San Gervasio.

Notizie storiche sull’argomento si trovano negli scritti del Racioppi che cita un documento del 1267 col quale Carlo III d’Angiò ordinava a Nicolò da Venosa di custodire Palatium regium et defensas S. Gervasii. Sempre Racioppi riporta un’altro documento del 1280 in cui si menziona la Marescallia S. Gervasii. Lo storico conclude che i nomi menzionati rimandano ai luoghi in cui gli angioini allevavano le loro razze equine e che queste masserie e l’annesso palazzo hanno costituito il nucleo del centro abitato.

Il nome dialettale del paese, registrato durante le indagini del 2007 svolte per il primo volume dell’Atlante Linguistico della Basilicata (A.L.Ba.) è palàzzë [paˈlat:sə] e il nome degli abitanti palazzèisë [palaˈt:sɛ(i)sə]. Questi dati sono stati raccolti dalla viva voce degli informatori.

Alle attestazioni, relativamente recenti, riguardanti il toponimo, si affianca un dialetto con origini ben più antiche, che deriva, come la quasi totalità dei dialetti lucani, direttamente dal latino parlato.

Sarà interessante, a questo punto, mostrare con degli esempi questa derivazione diretta, mettendo in evidenza alcune caratteristiche fonetiche che il dialetto palazzese ha mantenuto rispetto alla lingua madre e, accanto a queste, presentarne altre che, al contrario, danno prova delle sue evoluzioni rispetto al latino.

Per quanto riguarda la vocali toniche, si nota subito come la A latina si sia conservata, come mostra il nome stesso del paese, che deriva dal latino PALATIU(M) > palàzzë [paˈlat:sə] ‘Palazzo’. Altri esempi di A conservata sono NASU(M) > nàsë [ˈnasə] ‘naso’, PANE(M) > pànë [ˈpanə] ‘pane’ e BRACHIU(M) > vràzzë [ˈvrat:sə] ‘braccio’.

Decisamente diversa è la situazione registrata per le vocali latine Ī e Ū, i cui timbri etimologici subiscono una evidente trasformazione dando degli esiti molto particolari, detti in linguaggio tecnico “vocoidi” o “frangimenti”, costituiti dall’unione di una prima vocale, piena, e di una seconda vocale, che, invece, non viene realizzata pienamente.

Per Ī si vedano gli esempi APRĪLE(M) > aprè(i)lë [aˈprɛ(i)lə] ‘aprile’ e MARĪTU(M) > marè(i)të [maˈrɛ(i)tə] ‘marito’, mentre per Ū si vedano gli esempi ŪNU(M) > ò(u)në [ˈɔ(u)nə] ‘uno’ e SŪDA(T) > sò(u)dë [ˈsɔ(u)də] ‘suda’.

Nell’ambito del consonantismo, invece, la maggior parte dei fenomeni registrati dalla parlata palazzese si ritrovano anche in molti altri dialetti meridionali, ad esempio la G latina seguita da vocale A produce come esito una (g) /ɣ/, che corrisponde, sostanzialmente, ad una pronuncia indebolita della consonante etimologica, come mostra ad esempio il termine (g)àmmë [ˈɣam:ə] < GAMBA ‘gamba’. Se, invece, la G latina è seguita da una vocale E oppure I l’esito che si produce è una š /ʃ/, come accade nella parola šënócchië [ʃəˈnok:jə] < GENUCULU(M) ‘ginocchio’ o in déštë [ˈdeʃtə] < DIGITU(M) ‘dito’.

Almeno in un caso, però, il palazzese mostra un esito decisamente poco frequente, condiviso con pochissime altre parlate del nord della Basilicata. Ci riferiamo agli esiti della doppia laterale latina LL che in palazzese ha come esito gghi /g:j/, si vedano ad esempio i termini capégghië [kaˈpeg:jə] < CAPILLI ‘capelli’ e cùgghië [ˈkug:jə] < COLLU(M) ‘collo’. Tuttavia alcuni termini, influenzati dall’italiano, non presentano questo particolare esito, ma fanno registrare la doppia laterale, come ad esempio bbèllë [ˈb:ɛl:ə] ‘bello’ e pèllë [ˈpɛl:ə] ‘pelle’.

Interessante è anche l’ambito lessicale.

I primi studi sui dialetti della Basilicata si realizzarono a partire dall’inizio del Novecento, prima di questo periodo possediamo pochissime testimonianze scritte dei nostri dialetti. Il fatto che il dialetto sia stato, e sia ancora oggi, una lingua essenzialmente parlata, lo rende molto più sensibile alle dinamiche della storia, con la conseguenza che il cambiamento dei tempi produce evidenti cambiamenti nella lingua, e, tra i vari settori, proprio quello lessicale rischia di subire le perdite maggiori.

Certo le parole non scompaiono all’improvviso, ma ci sono dei motivi che portano a conservare alcuni termini e a perderne altri.

Per esempio le parole che si conservano di più sono quelle più comuni, cioè quelle che vengono usate con maggiore frequenza, oppure le parole che indicano oggetti ancora utilizzati che, indicando cose ancora presenti nella vita quotidiana, sono usate e quindi si conservano.

Anche tra le parole comuni, tuttavia, si possono registrare delle perdite, pensiamo ad esempio ai nomi di parentela: prima si diceva tàttë [ˈtat:ə] oggi si dice papà.

Un altro esempio di parole che tendono a perdersi è offerto dai nomi del ‘vaso da notte’. La forma pëššatò(u)rë [pəʃ:aˈtɔ(u)rə] indica un vaso da notte di piccole dimensioni, che poteva essere fatto di creta o di latta. Questo oggetto per un processo di tabuizzazione, veniva chiamato anche rënàlë [rəˈnalə]. Un secondo tipo di vaso da notte, più alto e fatto di creta veniva chiamato, invece, përè(i)së [pəˈrɛ(i)sə] o prè(i)së [pˈrɛ(i)sə].

Con il prossimo esempio, invece, si vuole mostrare la straordinaria ricchezza terminologica del dialetto palazzese, dove per l’aggettivo ‘magro’ si sono registrati ben otto termini diversi.

I primi quattro derivano tutti dal latino SICCU(M) e sono sịcchë [ˈsɪk:ə], sëccàtë [səˈk:atə], sëccatịgnë [sək:aˈtɪɲ:ə] e assëccàtë [as:əˈk:atə]. Oltre a questi, si sono registrati con lo stesso significato anche i termini fè(i)në [ˈfɛ(i)nə], màzzë [ˈmat:sə], dëlëcàtë [dələˈkatə] e mà(g)rë [ˈmaɣrə], quest’ultimo evidente prestito dell’italiano.

Con questi esempi d’ambito fonetico e lessicale si è cercato di mostrare la varietà e la ricchezza del dialetto palazzese. L’insieme dei fenomeni e dei termini caratteristici di una certa lingua, la rendono un patrimonio culturale unico, perché espressione viva dell’identità di un popolo, che, alla stregua di uno scrigno, ne conserva tutta la storia.

UNO SGUARDO ALL’A.L.BA._carta 38 volume II sezione 2: dicembre

Se è vero che la lingua contribuisce alla ricostruzione della storia di un popolo, ciò è particolarmente evidente per i dialetti della Basilicata. Anche i nomi dialettali che designano alcuni mesi dell’anno, infatti, ci forniscono preziose informazioni sul popolo lucano. Le indagini condotte per il Progetto A.L.Ba. hanno registrato le seguenti forme:

urtulànë [urtuꞌlanə] ‘maggio’

cërasàlë [ʧəraꞌsalə] ‘giugno’

mëtëtórë [mətəꞌtorə] ‘luglio’

pësatùrë [pəsaꞌturə] ‘agosto’

Sàndë Lùchë [ꞌsandə ꞌlukə] / Sagnëràrdë [saɲːəꞌrardə] ‘ottobre’

Sàndu Martìnë [ꞌsandu marꞌtinə] ‘novembre’

Natàlë [naꞌtalə] ‘dicembre’

La forma urtulànë (e varianti) è stata registrata a Rapone (p.d.r. 15) e Castelgrande (p.d.r.22); le forme cërasàlë e mëtëtórë (con le rispettive varianti formali)  sono state registrate lungo il confine campano fino a Paterno (p.d.r. 78); pësatùrë è stato registrato a Brienza (p.d.r. 67);  Sàndë Lùchë (e varianti) a Grassano (p.d.r. 39), Oliveto Lucano (p.d.r. 57), Salandra (p.d.r. 58), Pomarico (p.d.r. 61), Ferrandina (p.d.r 63), Corleto Perticara (p.d.r 76), Guardia Perticara (p.d.r. 80), Armento (p.d.r. 83); Sagnëràrdë (e varianti) a Vaglio di Basilicata (p.d.r. 35), Anzi (p.d.r. 59) e Abriola (p.d.r. 62); Sàndu Martìnë e Natàlë (con le rispettive varianti formali) sono forme diffuse nella quasi totalità del territorio lucano.

Anche il dialetto di Palazzo San Gervasio (p.d.r. 8), protagonista di questo numero, per ‘dicembre’ ha fatto registrare la forma Natàlë [naꞌtalə], come mostra la carta 38, sez. II, vol. II dell’A.L.Ba. :

Dalle forme riportate appare chiara l’importanza che nel passato avevano in Basilicata sia l’agricoltura che la religione: il mese di maggio segna lo spostamento dai semenzai all’orto delle piante di ortaggi, anche quelli più esigenti in fatto di temperature; nel mese di giugno avviene la raccolta delle ciliegie; luglio è il mese della mietitura e agosto della battitura del grano.

Nelle forme dialettali registrate in alcuni punti di rilievo per designare il mese di ottobre i due aspetti importante del popolo lucano, la religione e l’agricoltura, si intrecciano tra loro: il 16 ottobre si festeggia San Gerardo Maiella, patrono della Basilicata; San Luca Evangelista si festeggia il 18 ottobre. Il suo simbolo è il bue. È noto che il bue e il toro, oltre a essere animali importanti per il lavoro agricolo di aratura e di trasporto, sono considerati simbolo di fecondità. Non sarà un caso che proprio questo sia anche il mese dell’inizio della transumanza.

Novembre è il mese di San Martino: l’11 novembre (giorno di San Martino) è simbolicamente associato alla maturazione del vino nuovo; dicembre è il mese del Natale.

I nomi connessi all’agricoltura sono maggiormente in perdita rispetto a quelli strettamente connessi all’ambito della religiosità forse a causa dell’avvento dell’industrializzazione.

Anche a Palazzo San Gervasio, infatti, l’unica forma conservata è Natàlë per dicembre. I nomi per designare gli altri mesi dell’anno sono:

šënnàrë [ʃəꞌnːarə] ‘gennaio’

frëbbàrë [frəꞌbːarə] ‘febbraio’

màrzë [ꞌmarʦə] ‘marzo’

abbrèilë [aꞌbːrɛilə] ‘aprile’

màggë [ꞌmadːʒə] ‘maggio’

giógnë [ꞌdːʒoɲːə] ‘giugno’

lóglië [ꞌloʎːə] ‘luglio’

a(g)óstë [aꞌɣostə] ‘agosto’

sëttèmbrë [səꞌtːɛmbrə] ‘settembre’

(g)óttòbbrë [ɣoꞌtːɔbrə] ‘ottobre’

nuvèmbrë [nuꞌvɛmbrə] ‘novembre’

POSTILLA ETNOLINGUISTICA_ la casa contadina

A Palazzo San Gervasio, come in tutta la regione, è sviluppata la civiltà contadina. L’antica casa contadina aveva una struttura molto semplice: sotto al tetto vi era un soffitto, chiamato làmië [ˈlamjə], il quale era in mattoni e aveva la struttura di una cupola. All’interno della casa si potevano distinguere due piani, un piano superiore, suprànë [suˈpranə], e un piano inferiore, suttànë [suˈt:anə]; per passare da un piano all’altro si utilizzava una botola, u cataràttëlë [kataˈrat:ələ]. Solitamente il piano inferiore era occupato dalla stalla o dalla cantina, (g)ròttë  [ˈɣrɔt:ə]. Il fatto che il termine utilizzato per designare la cantina sia proprio quest’ultimo non è casuale: in Basilicata esistono diversi lessemi utilizzati per designare la cantina, la scelta dell’uno o dell’altro è significativa del tratto che si vuole rendere rilevante. A Palazzo San Gervasio la cantina era scavata spesso nella roccia, questo permetteva ai cibi e al vino di mantenersi freschi. Nelle case inoltre poteva esserci anche un piccolo ripostiglio denominato iëségghië [jəˈseggjə]. Il pavimento della casa era costituito perlopiù da mattoni e prendeva il nome di mattunàtë [mat:uˈnatə], ma se la famiglia era particolarmente povera poteva essere anche costituito da solo pietre e allora prendeva il nome di chiangëttàtë [kjangəˈt:atə]; quest’ultimo tipo era anche il tipo di pavimentazione che si adoperava nelle stalle. La porta della casa veniva chiusa grazie a una grande serratura, chiamata mašcatourë [maʃkaˈtɔ(u)rə].

La casa non era costituita da tante stanze: solitamente vi era un unico ambiente nel quale si mangiava e si dormiva. La cucina era costituita dal camino, a ciumënérə [tʃuməˈnerə], all’interno del quale si accendeva il fuoco per scaldarsi e cucinare, e da un piccolo tavolino con sgabelli di legno o sedie (qualora ci fossero maggiori possibilità economiche). Gli arredi che si trovavano all’interno della casa erano pochi e molto semplici: si potevano trovare una càšš’a ddëvànë  [ˈkaʃ:_a d:əˈvanə] ‘cassapanca’, u bbuffé [b:uˈf:e] mobile che serviva per contenere utensili; qualcuno poteva possedere anche un mobile chiuso con un vetro che serviva per contenere tazzine e altre suppellettili, chiamato crëstallirë [krəstaˈl:irə]. Il più delle volte gli oggetti utilizzati in casa venivano riposti all’interno di uno spazio ricavato nel muro chiamato fënèstrë [fəˈnɛstrə]. Nella zona dove si dormiva vi era poi il letto, composto da assi di sostegno e da un materasso riempito di foglie. Accanto al letto vi potevano essere, dei comodini alti chiamati culënnèttë [kuləˈn:ɛt:ə]. Inoltre, nella “stanza da letto” si trovava anche la cassa che conteneva il corredo portato in dote dalla sposa, ovvero a càššë [ˈkaʃ:ə].

All’esterno della casa non mancava mai un forno in mattoni all’interno del quale si cuoceva il pane fatto in casa. In mancanza dei moderni termometri, per capire se il forno fosse caldo a sufficienza, si guardava il colore dei mattoni del cielo del forno (che per somiglianza strutturale con il soffitto della casa prendeva il nome di [ˈlamjə] làmië): se esso diventava bianco voleva dire che era stata raggiunta la temperatura adeguata per cuocere il pane.

FILE INTERATTIVO ADL_Palazzo San Gervasio

Curatori:

La lingua_ Francesco Villone

Uno sguardo all’A.L.Ba._ Giovanna Memoli

Postilla etnolinguistica_ Teresa Carbutti

File interattivo A.D.L. Palazzo San Gervasio_ Anna Maria Tesoro

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