Uno dei concetti più abusati, dal 4 marzo in poi, nel dibattito politico, è quello della distanza ,anzi della cesura, tra piazza e “palazzo”, cioè una politica dei partiti tradizionali sostanzialmente autoreferenziale nella quale i pochi addetti, ai vari gradi di comando, si parlano tra loro, si messaggiano tra loro, si confrontano e scontrano tra loro, dimentichi e indifferenti rispetto a tutti gli altri cittadini che stanno per le vie ad affrontare i problemi di tutti i giorni . Questo è il concetto espresso e riproposto da tutti, in tutte le salse. Che però nessuno ha l’amabilità di esplicare con dovizia di particolari, con esempi calzanti o spiegazioni semplici, al punto che sta diventando un titolo messo ad un articolo non scritto.
Veniamo al punto. I Cinque stelle hanno puntato tutto sull’uno è uguale a uno, cioè tutti allo stesso piano e un ministro lo può fare uno o l’altro indifferentemente. Solo che si è visto poi che non erano gli undici milioni di potenziali seguaci a decidere, ma prima 20 mila iscritti alla piattaforma Rousseau e poi neanche quello, con la storia che Di Maio pensa per tutti, decide per tutti e se gli viene lo sghiribizzo di andare oggi per una strada, domani per un’altra, non deve interessare nessuno.
Dunque la apertura alla gente, alla comunità, non può significare consultare tutti ogni giorno, in una sorta di streaming permanente con tutta la gente , ma si coniuga con il verbo rappresentare: cioè una delega che significa mandare qualcuno ad esprimere il sentimento di tutti, il pensiero di tutti, le attese e le speranze di tutti.
Questo tipo di rappresentanza una volta funzionava benissimo. Non solo perché c’era ascolto della gente: Sindaci che tenevano aperte le stanze, parlamentari che ricevevano due giorni alla settimana , ma perché si cercava in quei colloqui di “sentire “ gli umori della piazza e di correggere il tiro per sintonizzarsi ad essa. Se c’era da individuare una persona, si cercava di capire quali effetti quella persona avrebbe avuto sull’opinione pubblica, se era capace, se era bravo, se poteva far fare bella figura al partito, e via dicendo. E capitava che qualche probiviro mettesse il niet ad una persona, considerata non idonea a rappresentare tutti, oppure ,più miseramente, uno che amava lavorare per se stesso. Oggi invece la cosa viene fatta in maniera spregiudicata, arrogant, come se fosse un diritto della dirigenza politica il non dare spiegazioni del perchè di una scelta, del perché di una decisione. E la gente, anche quella che crede nella rappresentanza, comincia a capire di essere esclusa da un meccanismo decisionale. Un manager della sanità che promuove un primario, dovrebbe spiegare alla gente, come informazione di servizio, perché è arrivato a quella scelta, chi erano gli altri e se la sua scelta regge al favore dell’opinione pubblica, che vuole merito, efficienza e capacità, o se invece risponde solo alla logica del padrone di turno della baracca. Quando la classe dirigente si scorda di far funzionare a pennello gli uffici e pretende che essi si muovano solo quando vi è una pratica di proprio interesse, allora esce dalla sintonia con l’opinione pubblica ,perchè contrasta con le code quotidiane che tutti gli altri debbono fare. Si potrebbero fare diecimila esempi, solo per arricchire un concetto semplice: che se alla politica manca il “senso comune”, la capacità di fare gesti, usare comportamenti, prendere decisioni , guardando ai riflessi che essi provocano sull’opinione pubblica, allora quella non è politica, nel senso nobile della parola, ma uso personale e strumentale del potere. In questo senso, la piazza sta ancora aspettando il nuovo. Rocco Rosa