BARMUT IL NANO

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by GIAMPIERO D’ECCBARMUT IL NANOLESIIS

Ci sono periodi di travaglio interno, di inquietudine, periodi in cui si riflette di fatti, di accadimenti in cerca di soluzioni, di svolte. A me capita, in tali frangenti, di andare in giro per boschi tra le nostre montagne in cerca di momenti, di soluzioni.

La Pietra del Tasso è uno dei miei posti preferiti, superato il bivio per Sellata si svolta a destra verso Pietra del Tasso, all’abbeveratoio lascio la macchina e mi incammino verso quegli spuntoni di roccia, testimoni di antichi mari primordiali, affioranti da antiche argille triassiche.

Su quelle antiche rocce c’è un piccolo luogo, una balza calcarea protetta dal vento da un tasso, tanto grande quanto antico, in quel luogo capita che mi arrivino, mormorate dal vento, storie antiche, di quelle sussurrate di notte dagli uccelli notturni e raccontate di giorno sulla pietra scaldata dal sole da serpi e ramarri. Questa è una di quelle.

…..La balza rocciosa scendeva aspra e grigia, piena di contrafforti aguzzi come lame e punteggiata di macchie biancastre là dove la neve che turbinava nel vento gelido, era riuscita ad accumularsi sfruttando qualche piccola cengia rocciosa.

La notte turbinava di un biancore indistinto mosso da folate gelide taglienti come rasoi e l’ululato modulato del vento sovrastava ogni voce, ogni suono.

Fratello Ruperio avanzava a fatica, il saio bianco di neve e i piedi malamente protetti da poveri stracci avvolti intorno ai suoi poveri calzari, sulle spalle una coperta di lanaccia grezza riparava a malapena il frate. Eppure avanzava, nel gelo opprimente, mortifero, di quella notte d’inverno, avanzava con quella salda testardaggine degli uomini di fede ispirati, avanzava con le dita strette su una croce di legno di noce intagliato e con il pensiero rivolto al villaggio.

Tornava al convento dopo una missione veloce nella casa residenza dei frati di Benedetto, in quella che era una volta la città di Barium e che ora, regnante Sawdan era Baru, capitale dell’emirato emanazione diretta di al Mutawakkil, Califfo di Bagdad: erano tempi oscuri, tempi di incertezza, tempi in cui la vita e il destino di un uomo erano, spesso, legati ai capricci dei potenti.

Uscendo da Barium li aveva visti, file e file di prigionieri schiavi, in catene, pronti ad essere imbarcati per essere deportati al di là del mare, nella terra dell’Islam, a lavorare fino alla morte, file e file di uomini e donne senza volto, tutti uguali nella rassegnazione disperata di chi si è arreso ad un destino ineluttabile.

L’accampamento dei guerrieri saraceni era sterminato, in fermento, segno inequivocabile che si preparava una nuova incursione; casualmente, una conversazione intercettata nei pressi di una fontana, gli aveva rivelato il luogo della incursione in preparazione: un piccolo villaggio su un aspra montagna non lontana da Potentia in un luogo che verrà poi chiamato Briola. Bomar, il comandante di quel branco famelico, cercava un nuovo avamposto da cui minacciare le civite vicine nel nome del grande Profeta.

Conosceva quel luogo Ruperio, lo conosceva da quando con l’elemosiniere era andato in giro per villaggi e contrade e si era spinto, una primavera, fino a quelle poche case aggrappate ad un ciglio roccioso.

Ricordava i faggi altissimi e l’acqua limpida che saltellava sulle rocce rilasciando un suono argentino, quegli sguardi bassi ma sinceri di uomini laboriosi e quei sorrisi impertinenti di piccoli monelli che giocavano a rincorrersi tra le rocce in riva al ruscello. Ricordava quella chiesetta di pietra e di legno, in cui brillava qualche isolata fiammella davanti ad un Cristo intagliato da mani rudi sul legno e ricordava quelle donne dal seno pieno con bimbi voraci attaccati, dal viso color melagrana e dagli occhi verdi come l’erba dei prati.

Saliva Ruperio e il gelo gli stringeva il cuore, saliva con l’ansia di non arrivare, saliva nel turbinare della neve e nel frastuono del vento. Quando superò l’ultima roccia lo vide.

Quel bagliore rosso di fuoco riverberava nel mulinare del bianco e l’odore del fumo, acre di carne bruciata e di sangue arso, gli bruciava la gola.

Brancolavano lentamente come poveri orsi feriti, rossi dal sangue di mille ferite sui corpi mutilati dei loro bambini lanciando grida di orrore e di dolore mentre guerrieri feroci si divertivano a stuzzicarli con picche e con frecce uccidendoli uno ad uno; su una balza rocciosa, spoglia come un Golgota, su cumuli di paglia e legname già pronti per il fuoco, donne e bambine oggetto dei desideri di mostri vestiti da uomini.

Quando l’ultimo uomo morì i mostri non furono paghi, legarono le donne violate al loro giaciglio umido di sangue e di sperma, poi, lo incendiarono e, ridendo, le guardarono bruciare limitandosi a prenderle a volo, quando fuggendo per cercare di scampare al supplizio sfuggivano al fuoco, per ributtarle nel rogo di paglia, di legna, di carne, di sangue. Bruciarono tutte, poi, i mori si acquietarono. Ma non tutti.

Un nano orrendo, con una strana tunica rossa, brancolava sui corpi bruciati staccando pezzi carne arrostita e cibandosene con perfidia, il suo nome veniva scandito dai soldati ebbri di strage, fra risa e incitamenti: Barmùt.

Ruperio era ghiaccio, con la bocca atteggiata ad un grido muto, un filo di bava ghiacciata sul mento e gli occhi sbarrati su quel panorama di orrore, cadde in ginocchio e il buio dell’incoscienza interruppe quella notte di orrore.

Quanta malvagità può vedere un uomo senza morirne? Quanto veleno può bere dal calice dell’odio senza rimanerne intossicato per sempre? Quando i fratelli lo trovarono in terra, gelido, lo pensarono morto. Come si può assistere a un tale scempio e continuare a vivere?

Eppure…..eppure viveva.

Il calore sulle guance era inconfondibile e l’odore che gli giungeva al naso era di minestra, dietro la nuca il tocco di una mano che lo sosteneva, nella bocca il sapore di brodo, eppure era come morto, non si muoveva, non vedeva, gli giungeva qualche suono indistinto. Era morto oppure impazzito.

-Allora? – Chiese l’elemosiniere all’infermiere, -Vivrà?-

-Respira e reagisce, non so se sarà sano, ma vivrà fratello, vivrà-.

Si svegliò Ruperio il mattino dopo con ancora lo sguardo sgomento, l’abate gli sorrise porgendogli il crocefisso da baciare e lui lo scacciò, usci sul sagrato gridando e, nel centro della piazza spezzò il crocefisso con la bava alla bocca, poi vide i soldati passare e, davanti a loro quel cavaliere, dallo sguardo di fuoco e dalla lunga cicatrice biancastra che gli devastava il naso;  il frate pazzo si unì a loro.

Era stato mandato dal padre Lotario, Ludovico, a far guerra ai saraceni, andava per le spicce e non faceva differenza tra uomini sani e preti pazzi, specie se pazzi di odio e furore, lo prese con sé e lo portò alla battaglia contro i saraceni.

Seguirono giorni di sangue e di morte, Ruperio riprese la spada e combatté i suoi fantasmi di sangue col sangue fino all’assedio della città di Baru, con gli occhi sempre ai roghi e al nano cannibale.

Le mura bianche della Città con gli stendardi moreschi al vento e il blu del mare alle spalle sembrava non potessero cadere mai, ma cadde, d’inganno da una porta segreta, e poi fu strage di mori.

Al porto, quasi alla fine della battaglia, lo trovò nascosto in un barile di pesce salato, Barmùt, il nano orrendo, dai denti neri di sangue.

Davanti al mare scuoiò vivo il nano Barmùt, lentamente, assaporandone ogni lamento, poi si sedette sulla roccia bianca davanti al mare, cavò di tasca i frammenti del crocefisso che aveva spezzato sul sagrato del monastero, lo ricompose, si tagliò le vene dei polsi con l’ultimo frammento e si lasciò morire.

Asciugò in fretta quel sangue al vento freddo dei Balcani e, polvere nella Tramontana, volò fino a quelle faggete e a quelle rocce bianche, fino a una cengia rocciosa con poca terra ed un seme di tasso e di lì, fino a me.

Sono storie antiche, storie portate dal vento, sussurrate di notte dagli uccelli notturni e raccontate di giorno sulla pietra scaldata dal sole da serpi e ramarri…

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Sull' Autore

Quotidiano Online Iscrizione al Tribunale di Potenza N. 7/2011 dir.resp.: Rocco Rosa Online dal 22 Gennaio 2016 Con alcuni miei amici, tutti rigorosamente distanti dall'agone politico, ho deciso di far rivivere il giornale on line " talenti lucani", una iniziativa che a me sta a molto a cuore perchè ha tre scopi : rafforzare il peso dell'opinione pubblica, dare una vetrina ai giovani lucani che non riescono a veicolare la propria creatività e , terzo,fare un laboratorio di giornalismo on line.

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