Noi, che la tragedia dell’emigrazione l’abbiamo vissuta

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federico valicenti

Cosa ci ha insegnato la vicenda della nave “Diciotti “? ma soprattutto a chi è rivolto questo insegnamento? Di sicuro a chi era sulla nave!

Certamente a quei ragazzi fuggiti da chissà dove e chissà da cosa, ha lasciato una profonda amarezza.  Si saranno sentiti come quegli anatroccoli brutti e neri che vengono raccontati nelle favole per far addormentare i bambini piccoli e bianchi. Gli anziani del villaggio, nei loro narrazioni sotto le stelle avranno raccontato che dove sarebbero andati c’erano prati e grandi boschi, laghi e montagne, che si sarebbero sentiti uomini liberi, esseri umani di poter vivere la loro vita, senza nessuno che gli imponesse cosa dire o fare. Magari la madre avrà detto, come al piccolo anatroccolo: pensate che solo tutto questo sia il mondo? il mondo si stende molto lontano, oltre l’Africa, esistono paesi dove si vive bene, c’è acqua, luce e soprattutto libertà. Scappando dalla fame e dalle guerre mai avrebbero pensato di diventare un fardello, un problema per la terra tanta desiderata che avrebbe dovuto accoglierli come figli propri o almeno come temporanei ospiti. Un proverbio africano dice quando gli elefanti litigano è l’erba ad essere schiacciata. Avranno avuto sentore di questo? Non voglio entrare nel merito delle decisioni politiche nè tantomeno parteggiare per questo o quello, ma di sicuro vorrei per un attimo mettermi i vestiti, si fa per dire, di questi ragazzi tenuti fermi per 5 giorni su una nave con la stessa bandiera che vedono sventolare sul porto dove sono attraccati e non possono scendere ad omaggiarla. Avrei voluto vedere i loro sguardi smarriti chiedere il perché, cosa c’entrano loro con tutto questo baillame , se sono loro la causa o l’effetto di questo corpo a corpo, diplomatico intendo. Loro che fuggono da uno stato che li vuole servi arrivano nelle democrazie libere occidentali e si sentono prigionieri, loro malgrado, di situazioni che di certo non hanno creato, ne desideravano crearle. Sicuramente avrebbero voluto vivere con i loro fratelli, i loro nonni, i loro genitori. Cosi come gli emigranti di tutto il mondo. Occhi smarriti che rimandano dopo decine, centinaia, di anni le stesse immagini di altri popoli che sono fuggiti da situazioni di povertà, di guerra, pieni di lacrime per quello che hanno lasciato e la grande incognita di quello che troveranno. Magari pensavano durante il tragitto che avrebbero dovuto imparare una nuova lingua, che avrebbero dovuto mangiare prodotti nuovi, che non conoscono, che avrebbero dovuto ascoltare parole e abitudini diverse, cercando di fare tutto in una vita, seppure breve. L’angoscia, la paura, la superi soltanto con l’altra paura, quella di non poter vivere a casa tua, spinto da chi ti vuol bene ad andare via, lasciando affetti e cercando di costruirne dei nuovi. Le emigrazioni non prendono, portano, aprono le porte della cultura, arredano le case con gusti diversi, aboliscono, magari senza volerlo, l’omologazione, abbattono l’omogeneizzazione per sentirsi più diversi e più liberi di esserlo. 

Federico Valicenti    cibosofo

 

 

Storia di Giuseppe, da Calvello a N.Y.

New York. Nel giugno 1873, il New York Times rivela la storia di Giuseppe, Joseph, bambino italiano originario di Calvello in Basilicata, portato a nove anni a imbarcarsi al porto di Napoli insieme ad altri otto bambini.

Arrivato a New York viene alloggiato in Crosby Str. n. 45, uno dei più famigerati covi di bambini: già la mattina dopo l’arrivo vengono mandati per strada a chiedere l’elemosina.

La sera Joseph rientra con pochi spiccioli. Il padrone lo picchia duramente davanti agli altri mandandolo a dormire su un pagliericcio in cantina.

Dopo settimane di angherie il bambino trova il coraggio di scappare. Sono i primi di giugno, l’aria s’è fatta tiepida. Joseph si nasconde in Central Park mangiando ciò che trova nei cestini dei rifiuti, fino a quando un guardiano lo scopre e la sua storia viene alla luce.

Un cronista che aveva intervistato tre piccoli straccioni italiani che elemosinavano accompagnati da una scimmiotta alla catena, scrisse: “Si lavano una volta al mese e per tutto quel periodo non si cambiano mai d’abito. Alla fine del mese le loro camicie vengono bruciate e ricevono un cambio. Dormono su pagliericci sistemati sul pavimento. Si svegliano al mattino presto e vanno a letto a notte fonda. A colazione mangiano pane e maccheroni”.

Queste storie atroci si ripetono identiche a ogni ondata migratoria. Nel mare di sofferenze e privazioni i bambini sono i più esposti ma il loro sfruttamento rende. Neppure le leggi prevedono queste emergenze. 

(da La Repubblica, 12 ottobre 2004).

 

 

 

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Quotidiano Online Iscrizione al Tribunale di Potenza N. 7/2011 dir.resp.: Rocco Rosa Online dal 22 Gennaio 2016 Con alcuni miei amici, tutti rigorosamente distanti dall'agone politico, ho deciso di far rivivere il giornale on line " talenti lucani", una iniziativa che a me sta a molto a cuore perchè ha tre scopi : rafforzare il peso dell'opinione pubblica, dare una vetrina ai giovani lucani che non riescono a veicolare la propria creatività e , terzo,fare un laboratorio di giornalismo on line.

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