
LUCIO TUFANO
V’era in quegli anni – la cronaca potentina di fine ‘800 – una indole festaiola (malgrado la miseria), da parte dei maestri, gli artigiani (detti nobiltà del lavoro), con nodo di cravatta alla mazziniana e giacca di fustagno, coppola o basco, solevano andare per li ciddàri a fare la zuppa di pane e vino per rinforzare lo stomaco alla fatica , ed il giorno a divertirsi al tocco o alla morra pigliando na pelle o na mbriacara per dimenticare le miserie della vita, sedendo ai tavoli zoppi delle cantine semibuie tra il carminio dei bicchieri ed il giallo chiarore delle lucerne ad olio, o nelle limpide scampagnate a Sant’Antonio la Macchia o a Macchia Romana, con fiaschi e pagnotte ripiene di ciambotte di uova e peperoni fritti. Si scrutava il ventre di una città come aveva fatto Emile Zola per Parigi e Matilde Serao per Napoli, e Verga nel suo volume “I vinti”.
Nella vecchia città dei vicoli, dei sottani, dei ciddàri, delle bettole e delle cantine, il “padrone e sotto” aveva la fonetica di un comandamento biblico, con la pronuncia ripetuta dei numeri indicati dalle dita di nervose mani scaraventate al di sopra dei tavoli, un comandamento biblico che richiamava la sovranità di “Mi Sire”, una sorte di liturgia ordinaria e vernacolare, di gutturali spezzate nei numeri di sfida, ad urlo provocatorio, sfrenata idolatria del potere, il vino.
Questa la vecchia Potenza del 1890, senza fogne e senza economia, nella quale i prefetti erano espressione assai fulgida del potere di Roma e per i quali si prodigava tutta la classe dirigente e si allestivano splendidi banchetti al “Teatro Stabile” o, come per Alessandro Magno, un prefetto nuovo di zecca, alla “trattoria dei Fiori” – 1884. È nella “città dei timbri” del primo novecento e dall’Unità d’Italia, il padrone era il Prefetto, il sotto il burocrate; si passavano la mano con il timbro – simbolo fallico del potere – da cui venne il termine di fallocrazia, o burocrazia. Ma è anche una metafora che in sintesi riassume tutta la vicenda delle proprietà dei feudi, delle masserie, delle famiglie della borghesia agraria e delle piccole proprietà degli orti e del grano, “fino alla graduatoria delle signorie, dei principi, dei principati, dei comandi militari, degli organismi politici, alle epopee rivoluzionarie e delle tirannidi.
Tutto si spiega in questa semplice metafora che ha il privilegio quasi pedagogico di porre ad insegnamento l’esistenza già del gioco delle carte e delle dita, della scopa e della morra, la perfida gravitazione del destino umano.
Una trama imperniata di dualismo egheliano, complessa anche se aneddotica e romanzata con vincitori e vinti che nel corso della loro storia si scambiano ruoli e destini, tra padroni e sotto padroni. Una società (di provincia) quella in cui si svolge la variegata vicenda di Guido, Antonio, Enzo e Roberta, vista, osservata e seguita dal giovane scrittore con la lente (intelligente) del contrappasso, nella inesorabile fatica del vivere e nella permanente conflittualità dei protagonismi, di parti assegnate e poi dismesse a causa della sorte, degli eventi, degli incontri ravvicinati e degli egoismi, vizio permanente degli uomini. Qui si può già rilevare il messaggio etico e pedagogico nel riferimento ad un suo bravo professore di Liceo sull’antica ed eterna dialettica della Storia, i patrizi ed i plebei, gli ebrei ed il Faraone, i capi ed i servi, l’irruenza delle violente metamorfosi sociali, epocali, che alla fine cambiano i personaggi, ma mai le condizioni dei popoli.
I personaggi osservati e ben descritti nei gesti e nei comportamenti, nel temperamento di ciascuno nell’evidenziare accuratamente i loro vizi e pregi umani.
Il titolo del volume anche se di significato universale, esprime la vicenda che si svolge nella provincia del mondo, anche se originario di una comunità meridionale. Ricalca una cultura da letteratura contadina … sentita profondamente anche da ragazzini si giocava a “uno monta la luna, nove si monta e dieci si smonta.”
La buriana comunista e paracomunista contro tutti i padroni “pescecani”, ha gradualmente ed ossessivamente reso tutti sotto a sentirsi padroni (con il risultato del rivendicazionismo ossessivo e globale) al punto da creare la sindrome del comunismo istintuale, questo il risultato della rieducazione proletaria.
Nelle dialettiche costanti che articolano l’esistenza degli umani, le metafore del dualismo egheliano non prescindono dal vita-morte/odio-amore/bene-male/guerra-pace/rivoluzione/reazione. Ma quella che nel suo vivace modo di scrutare, reperire la nostra storia più remota e più recente, quella che da significato alla permanente vicenda dell’uomo nel suo ambiente e nella società in cui gli viene assegnato di vivere, ha scoperto ed elevato a fonte di pedagogia della Storia, il nostro giovane archeologo, è il padrone e sotto. Una equazione eterna, che non è solo di collocazione fisiologica, di ruoli assegnati, bensì di psicologia, sociale, politica, filosofica analisi.
Da quando si è inventato il numero e si sono dati i gradi di misura alla quantità, più che il giudizio alla qualità, la quantità dell’avere e del possedere ha prevalso, la roba da far entrare nei granai (di Mastro don Gesualdo del grande libro di Verga: “I vinti”), il grano si distribuiva, i silos ai padroni, i chicchi agli altri. Chi erano i padroni e chi i sotto? È la vicenda abbondante delle masserie di Scafarelli e quelle siciliane di Donnafugata del gattopardo, di Tomaso di Lampedusa.
Chi erano gli amministratori? Erano i sotto!
Chi è Dino Rosa?
È un giovane archeologo, che ha portato alla luce un reperto, una espressione-metafora ricavata da quel gergo elementare di gutturali in deliquio per il vino nel gergo rozzo, in preda alla frenesia di guadagnare il dominio del tavolo.
Dino ha fatto ben capire quali erano le condizioni della vicenda politica in Basilicata ed a Potenza con E. Colombo ed il sotto Sanza.
- – Due caporali reduci dal ’15-’18, un maestro leader ed un allievo, entrambi socialisti a modo loro. Pareva che quello italiano fosse il padrone per essere andato al potere nel 1922, mas l’altro finì per tenerlo in pugno e fargli fare tutto quello che lui voleva.
- – Chi contendeva la predicazione del Verbo? Cristo grande persuasore, grande parlatore, richiamava le folle, figlio del falegname di Nazareth, ed i sacerdoti del Sinedrio? L’odio per il leader, Caifa, il sotto, organizza la distruzione del Cristo, anche lì io ci vedo il padrone ed il sotto.
- Dio padrone e Satana, sotto.
New York anni ’20: il quartiere ebraico ospita una piccola banda di ragazzi italiani, li capeggiano Max e Noodles, padrone e sotto. Robert De Niro è il capo. La strada è il loro regno in cui hanno le loro avventure, scippi, furtarelli, amori. È l’epoca buia del Proibizionismo, hanno una cassa comune in perfetto accordo. Noodles corteggia una bella ragazza, amata anche da Max, e questo è il sotto.
È ancora prena la femmina prena? Quale era il ricatto che in maniera permanete accendeva sugli interlocutori sia padroni che sotto?
No! La femmina sa ormai quando deve diventare gravida, quando deve accendere la sua ipoteca di moglie!
Ecco il ricatto che oggi tende e disarma i maschi: “le molestie sessuali”!
E il caso di ricordare Ulisse che non cedette alle molestie di Circe, la maga che gli avrebbe fornito zappoli, e boccolari per trasformarlo in un maiale, mentre i suoi compagni caddero nella trappola.
Fu Calipso invece che lo trattenne a lungo, al punto di fargli dimenticare Penelope, che per tutto quel tempo bagnò di lacrime (e di altro?) le sue tele, per frenare i Froci, il cui numero non mi è mai stato chiaro. La femmina prena era l’incidente, non parteggia col padrone, né con il sotto, ma col ricatto del lamento, tende a sottrarre lo scettro, il bicchiere, il potere ad entrambi.
Oggi pare che non sia più prena come un tempo, ma è lì, come moglie separata, nuova Erinni; è lì che esige la sua dose di potere, è lì che sceglie il sotto, solo quando lo vede padrone.
Una città che non ha memoria, non la vuole avere, riscatto ed oltre, una città dove come scrive il mio amico M. Panella, vige l’esilio o l’isolamento per l’intellettuale locale, e vige invece l’esterofilia più sfrenata, ove la sindrome della “invidia condominiale”, mette tutti sotto tutele o emarginazione.
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