PASSEGGIATE PEDAGOGICHE

Di Giovanna Caforio Massarelli
Le parole non sono contenitori vuoti, ma veicolano significati capaci di incidere sul vissuto e sull’agire dell’uomo, ora incantandolo ed innalzandolo, ora chiudendolo in un abisso senza fine.
Lo ha ben insegnato Gorgia di Lentini, sofista del V secolo a.C., considerato l’inventore della retorica, intesa come l’arte di costruire discorsi persuasivi. Nel celebre Encomio di Elena, infatti, l’uso sapiente e articolato della parola, riesce a ribaltare la dominante concezione negativa di Elena, considerata dal mondo greco la causa della lunga e sanguinosa guerra di Troia, fino a renderla vittima di eventi superiori. Gorgia evidenzia come la potenza della parola costituisca una forza incontrastabile, cui non si può far altro che sottomettersi, proprio come se si avesse a che fare con la potenza divina o con la violenza umana. La suggestione prodotta dalle parole condiziona e determina i moti dell’anima, inducendo ad agire in un modo invece che in un altro, ingannando e persuadendo, sottraendo la capacità di ragionare autonomamente, di essere responsabili delle proprie scelte, così come è capitato ad Elena che, pertanto, viene assolta dall’accusa di avere provocato la guerra.
Oggi, come ieri, esiste uno stretto legame tra parola e pedagogia. Se, infatti, gran parte del pensiero pedagogico di matrice positivistica ha dato rilievo e significato al fatto, all’agire umano, è fuori di ogni dubbio che lo stesso agito si sostanzia attraverso l’uso della parola intesa sia come strumento dell’azione dell’educatore, sia come mezzo attraverso cui l’educando si esprime costruendo, progettando e partecipando la propria identità. E’ questo il potere maieutico della parola, capace di costruire identità, di aprirsi al senso della vita, perché, come sottolinea Platone, soltanto nella parola dell’educatore, in ciò che si scrive veramente nell’anima intorno al giusto, al bello, al bene, c’è chiarezza, pienezza e serietà che nasce nell’anima e da essa si alimenta.
Oggi più che mai, l’uomo ha bisogno di parole che, facendosi strada nella complessità del vivere, nel frastuono assordante delle folle, nella solitudine dell’essere-nel-mondo, aprano altri orizzonti di senso e di significato e riportino ad unità una realtà che appare sempre più frammentata e disgregata. Da Socrate a Platone, arrivando fino a Freire, il dialogo educativo che si esplica nella dimensione relazionale, racchiude nella parola e nella educazione come dialogo, la forza trasformatrice, capace di costruire una umanità migliore, con tutte le implicazioni che ne derivano per i genitori, gli insegnanti, gli educatori in genere e per quanti possono essere i protagonisti del processo di umanizzazione che l’educazione è chiamata promuovere. Freire e Don Milani, insieme ad altri illustri rappresentanti del pensiero quali Capitini, Dolci, Hillich, esaltando il valore educativo della parola, si pongono l’obiettivo dell’emancipazione degli ultimi da un potere più o meno occulto, che sottomette i più deboli impedendone la piena fioritura come persone e ne affidano il compito all’educazione quale strumento capace di liberazione e trasformazione dell’esistente, perché rende gli educandi soggetti consapevoli, critici e responsabili.
E’ bene ricordarlo allorquando, presi dalla superficialità del vivere, tendiamo a sminuire significati e messaggi, a non considerarne la forza distruttiva, nascondendoci dietro la frase sono solo parole.
Non sono solo parole quelle di messaggi che, veicolati in vari contesti formali, non formali ed informali, in modo più o meno subdolo o più o meno esplicito, incitano alla violenza, alla dissolutezza delle scelte di vita, fino al disprezzo della stessa vita. Non sono solo parole quelle che offendono e sottolineano le differenze invece che esaltarle, che abbattono gli ideali invece che costruirli, che esaltano l’odio in luogo dell’amore. Non sono solo parole quelle che generano paura, indifferenza, rancore, quelle sovrabbondanti e rumorose che non riescono a scavare in profondità e creare lo spazio necessario all’ascolto, al dialogo, alla riflessione, alla ricerca della verità.
In un tempo stanco di parole, bombardato da una infinità di termini, ma sempre meno capace di comprendere e comunicare, occorre riscoprire il valore della parola, il suo essere portatrice di senso: è questa una delle sfide dell’educazione del XXI secolo.
Parafrasando Gorgia: ebbene, quale motivo ci vieta di pensare che a Elena non siano giunte in tal modo quella forza magica e ingannatrice quando non era più una bambina, e che perciò per lei fu come se fosse stata rapita con la violenza? Infatti la potenza del discorso da cui ebbe origine il modo di pensare di lei – ed ebbe tale origine per necessità – non è arrestabile, e ha un potere che si identifica con quello della necessità stessa. La parola che appunto convince, costringe la mente che ha convinta, tanto a lasciarsi sedurre da ciò che viene detto, quanto ad approvare ciò che viene fatto. Perciò chi persuade, dal momento che esercita una costrizione, si rende colpevole e la mente che, costretta dalla parola, si è lasciata persuadere, a torto si condanna.
da
gennaio 2019