LUCANITA’ –quinta puntata
GERARDO ACIERNO

Il professor Cesare Masino per quarant’anni ha insegnato filosofia in un liceo scientifico di Salerno. Non ha moglie né figli né altri di famiglia e da quando s’è pensionato è tornato a vivere a Torretta.
Lo chiamano ‘don Cesare’ perché, qui, il “don” di borbonica memoria oltre che al sacerdote si continua a dare ai due medici, al farmacista, ai tre professori in circolazione.
Eppure quando il prof. si aggira per vicoli e strade c’è chi, vedendolo in lontananza, scappa via. Dicono che i suoi discorsi sono strani e soprattutto che le sue sono narrazioni infinite e loro non hanno tempo da perdere. Addirittura c’è chi lo tratta male e lo rimprovera, accusandolo di essere diventato, in vecchiaia, un perdigiorno, uno scansafatiche dedito soltanto al racconto di argomentazioni comunque poco utili alla comunità, nella quale sembra un espatriato in patria in quanto vive con gli altri ma non vive come gli altri.
Solo un paio di giovani sfaccendati gli va appresso. Il loro comune girovagare tra i banchi del mercato e il Municipio, dal sagrato della Chiesa Madre al Parco, tra il bancone di una cantina e il tavolo dell’osteria della ‘Fontana Vecchia’, sembra una trasgressione, perché spesso deviano, divergono e non temono di fermarsi qui e là per isolarsi a pensare oppure a dibattere, o a colloquiare come certi filosofi dell’antica Grecia.
L’altra sera, nella ‘Rosso 17’, vineria di una certa importanza dove si gusta un meraviglioso Sciffrà rosso rubino, si dibatteva sul perché i governanti della Regione avessero optato per la concessione di nuove trivellazioni alle Compagnie del petrolio.
A don Cesare è venuta voglia di filosofare sull’argomento e l’ha fatto con somma maestria, dopodiché s’è messo a comiziare. I suoi due fedeli discepoli lo hanno ascoltato commossi e alla fine lo hanno pure applaudito e poiché ha parlato sotto lo stemma del Comune dipinto sulla parete, raffigurato da una Corona, una Torre e un Leone, hanno definito l’improvvisato suo sproloquio“Il discorso della Corona”, manco fosse stato il sovrano d’Inghilterra.
Eccolo il comizio di don Cesare:
“ Amici, compagni,
è la memoria, quella dell’infanzia, più struggente delle altre, che viene da lontano, quasi a tradimento, a riportare il gorgo d’acqua che affiorava dalla roccia e che, rumoroso e dolce, disturbava il silenzio della minuscola spianata dove c’era una chiesetta tirata su dai monaci francescani un po’di secoli prima.
Qui mi portava mia madre, due volte l’anno, l’otto di maggio e il ventinove di settembre. Le giornate di San Michele. Il santo che domina e schiaccia la testa al diabolico serpente. Venivamo in gruppo. I ragazzi di bottega, discepoli di mio padre, mastro ‘sartorë’, e le giovani donne dell’Azione Cattolica di cui mamma era la Delegata. Una gita. Una scampagnata. E quello sbuffo d’acqua ci accoglieva, asciugava il sudore sulle tempie e raffreddava i calori giovanili, ancora incerti, indecisi, insicuri.
Una luce di taglio si disperdeva tra le ombre della faggeta; il veloce canto del ruscello partorito dalla fessura della roccia ci conduceva a una fontana di pietra, all’acqua gelida nella quale si tuffavano spicchi di sole, i canti dei ragazzi e delle ragazze innamorate e le mie infantili felicità.
È qui che volete trivellare?
Osservo i campi distesi sul piano e quelli arrotolati sulle curve di basse colline, e altri aggrappati a coste di roccia friabile: mi riportano alla mente la gente che qui s’è spaccata la schiena, che da qui è emigrata, che per queste terre si è ammalata di gozzo e di malaria, ha bestemmiato per la disperazione.
Ogni tanto la memoria ci concede briciole di carità e non conserva quelle voci sconfitte, quell’impotenza, quelle umiliazioni. Fortuna che alla terra non si va più così, con il capo chino di fronte al padrone, al prete, alle stagioni andate male. E’ cambiato quel mondo. Ha imparato a forgiare, inventare, curare, costruire, migliorare, dare forma. Ne ho certezza durante le mie passeggiate su per i sentieri che portano alle gallerie della vecchia tratta ferroviaria. Vista dall’alto, la valle è incantevole e con essa il lago e l’Oasi naturale, i maneggi tenuti in ordine, le vigne schierate, i solchi dritti e profondi scavati da mezzi guidati da uomini liberi, non più governati dalle paure di padroni o di santi cattivi e vendicativi.
È qui che volete trivellare?
Avete mai gustato il silenzio chiassoso del bosco? Ogni tanto mi capita di risentirlo. Chiudo gli occhi e, per prodigio, ritorno nel castagneto di Morese, nella pineta del Vivaio, tra gli alti fusti di Fossacupa, alla Buffeta, a chiana Morena. E ancora sento lo zoccolo del mulo, il campanaccio della mucca, il fischio del pastore, il sibilo dell’accetta ferire la quercia, la tiritera del cuculo contare gli anni alla zitella, lo sbuffo del cinghiale intimorire il cacciatore, lo scrocchio delle foglie secche sotto il passo della cercatrice di fragole a dettare compagnia alle prime luci del giorno. E mi assale il dubbio. E se il bosco diventasse guscio vuoto, quello che prima c’era e che ancora c’è, perbacco, sparisse all’improvviso e diventasse una cattedrale senza altare, senza quadri, senza affreschi, senza vetrate, senza preti, senza fedeli, senza preghiere?
E’ qui che volete trivellare?
È su queste ricchezze, su questi sudori che sanno di serenità, di speranza che volete spargere i vostri fumi velenosi, le vostre acque fradicie? E’ così che volete diventino i nostri boschi trivellati dal vostro acciaio, appiattiti dai vostri colpi di maglio, dalle vostre presse, squartati dai vostri sversatoi di liquami? Il silenzio dei vostri boschi sa di fumo e di gas, quello dei nostri ancora si adagia nel caldo dei sogni.
Volete -bontà vostra- trivellare anche questi?”