Peppino Caporaso e la sua “Corleto Perticara”

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LUCIO TUFANO

Ho ripreso nelle mani il libro di Giuseppe Caporaso su Corleto Perticara. Un modo per ricordare non solo una grande persona che non c’è più, ma anche un caro amico.  Corleto, per lui, era il centro del Mondo. Per me , rileggendolo  è fotografia scattata con amore. Ed è un tassello. Il tassello di un mosaico interessante e suggestivo, come può esserlo quello di una regione, la Lucania. È anche il ventricolo di un territorio, cuore che pulsa e racchiude le vite di molti, dei genitori, dei parenti, degli amici e dei paesani, in specie delle persone care, il destino delle pietre, delle case, degli edifici e delle vie, delle feste e delle usanze … È insomma la storia di una comunità che Giuseppe Caporaso racconta dalle origini fino ad oggi, non tralasciando proprio nulla di tutto quello che costituisce la linfa che alimenta la sua narrazione.  «Basta tornare un poco indietro perché un libro – ha scritto Jean Paul Sartre in Temps Modernes – diventi un fatto sociale che s’interroga come una istituzione o si fa entrare come una cosa nelle statistiche; basta tornare un po’ indietro perché si confonda con l’arredamento di una epoca, con i suoi abiti, i suoi cappelli, i suoi mezzi di trasporto, la sua alimentazione. Ecco che la storia di Corleto Perticara scorre lungo le pagine di un libro “antiquario”, dove figurano usanze e costumi, attrezzi ed oggetti, modi di vivere e linguaggio, tradizioni e ricordi. Pagine vergate dalla nostalgia e dall’amore che solo la sensibilità e l’attaccamento al proprio paese, alla propria casa, alla gente sono in grado di produrre. Una sensibilità e un attaccamento particolari, da non intendersi come una velleità esibitoria o come un impegno letterario: lo sottolinea lo stesso autore quando non si esime dal fornire notizie sul territorio e sull’abitato, anche se si tratta di raccontare la storia delle origini. Caporaso è alla ricerca di nuove trame, ma quelle del suo libro sono già sufficienti perché anche egli sia uno più legato alle storie che ci vengono raccontate, a quelle che sognavamo, o immaginiamo o vorremmo poter narrare – rielaborate nel corso della vita e che noi raccontiamo in un lungo monologo. Fra l’altro sappiamo come si serbi perfino nei computers la memoria della propria infanzia e della propria giovinezza, del paese natio, perciò occorre che essa si presenti come la cronaca di una stagione attuale. Così vengono descritti in rassegna aneddoti, personaggi, strutture, regimi ed epoche, laddove sono custoditi gli affetti, i sentimenti, le ragioni del proprio esistere, laddove gli strati geologici, la terra, le piante, gli ambienti costituiscono i giacimenti essenziali.  Un volume è da definirsi “serbatoio di memoria” secondo Aristotele che, nella sua filosofia, compiva l’ulteriore differenza tra “memoria”, bagaglio di ricordi, e “reminiscenza”, capacità di evocare.  Se alla fine dell’ottocento si recuperò la memoria delle famiglie, grazie alla macchina fotografica, se i popoli senza scrittura distinsero “in memoria oggettiva” che trasferiva semplicemente i loro rapporti e “memoria ideologica”, quella che comprendeva storia e mito, tradizioni e vicende, ci dobbiamo compiacere di quanto l’autore ha salvato della storia della sua comunità. Pare che con l’avvento dei computers, alcuni ricordi, quelli più intimi, rimangano nel cassetto, ma vi è quell’ampia parte della memoria umana che non si può informatizzare ed è quella dei sentimenti cui si riconosce la facoltà di ribellarsi e di operare un recupero e una scelta abbandonando la “musa della dimenticanza” per tornare ad adorare Mnemosine. Vi è un interrogativo, infine, che l’autore pone riguardo alle persone e alle vicende che quelle hanno dovuto subire. Chi regge e tutela, chi governa le catastrofi, chi fa dell’umano destino solo una storia, spesso misera o disperata che gli storici hanno tuttavia il dovere di registrare? Dio o il suo dispetto? Quella Volontà Assoluta, quella di Schopenhauer che predispone, dispone ed ingoia? Per quanto gli compete, Peppino Caporaso, e per quanto gli è stato possibile, fa emergere la dignità del suo paese e delle generazioni che nei decenni vi hanno abitato, di quelle che da quel luogo sono emigrate per andare in altri paesi, di quelle che sono state decimate dalle guerre e dalla violenza, la dignità di un intero popolo.

 

 

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Sull' Autore

LUCIO TUFANO: BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE “Per il centenario di Potenza capoluogo (1806-2006)” – Edizioni Spartaco 2008. S. Maria C. V. (Ce). Lucio Tufano, “Dal regale teatro di campagna”. Edit. Baratto Libri. Roma 1987. Lucio Tufano, “Le dissolute ragnatele del sapore”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “Carnevale, Carnevalone e Carnevalicchio”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “I segnalatori. I poteri della paura”. AA. VV., Calice Editore; “La forza della tradizione”, art. da “La Nuova Basilicata” del 27.5.199; “A spasso per il tempo”, art. da “La Nuova Basilicata” del 29.5.1999; “Speciale sfilata dei Turchi (a cura di), art. da “Città domani” del 27.5.1990; “Potenza come un bazar” art. da “La Nuova Basilicata” del 26.5.2000; “Ai turchi serve marketing” art. da “La Nuova Basilicata” del 1.6.2000; “Gli spots ricchi e quelli poveri della civiltà artigiana”, art. da “Controsenso” del 10 giugno 2008; “I brevettari”, art. da Il Quotidiano di Basilicata; “Sarachedda e l’epopea degli stracci”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 20.2.1996; “La ribalta dei vicoli e dei sottani”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Lucio Tufano, "Il Kanapone" – Calice editore, Rionero in Vulture. Lucio Tufano "Lo Sconfittoriale" – Calice editore, Rionero in Vulture.

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