
LUCIO TUFANO
Le ristrettezze della vita comportavano agli striminziti una maggiore possibilità di fantasticare un mondo dell’abbondanza e della sazietà. Le stramberie, il farneticare, il compiere imprese eroiche e ardue, solo magari per poter gustare un po’ di carne con maccheroni al sugo, facevano di questa umanità provata la parte più esposta alla violenza della cattiva sorte e dell’egoismo dei più forti.
Per questa gente la vita non era che una girandola dell’onirico e del rischio, della benevola follia di “pacci e piccirielle Dio l’aiuta“.
La festa era l’unico sollievo, un diversivo e una condizione di allegrezza semplice, alimentata dal fermento socializzante della partecipazione popolare. I giorni del Carnevale comportavano una sorta di illusione del cambiamento, per i mansueti e gli umili, e per gli impertinenti e i rivoltosi, un clima di mimetismo anarcoide, di confusione indulgente ed il rimescolamento delle identità e delle differenze di classe.
Vi si organizzavano beneficenze, elargizioni, banchetti per i poveri, teatralità e convegni di mestieri, dai saltimbanchi ai mangiafuoco, alle donne cannone, ai prestigiatori, ai funamboli, ai burattini, ai venditori di statuine e di “Barbanera“. Si mobilitavano le congreghe di carità, le Opere Pie, gli ospedali e i dormitori pubblici. Persino le locande e le taverne promozionavano l’ospitalità più a buon mercato.
La Chiesa svolgeva con tutte le sue propaggini organizzate, un ruolo capillare ed esteso di assistenza ai più miserabili e agli storpi, ai malati, agli incurabili.
Non è affatto esagerato riportare quanto scrive Camporesi ne “La Maschera di Bertoldo“, riferendosi ad altre regioni ben più ricche e a due o tre secoli fa: “l’uomo nasceva sotto i segni mutevoli del bizzarro, dell’umorale, del capriccioso e si muoveva come un fantoccio fantastico nella gran gabbia dei matti che formava il mondo, pronto a salpare in sogno per la remota isola dell’abbondanza sulla quale si ergeva una montagna di maccheroni … secondo la geografia immaginaria che l’utopia popolare degli affamati tracciava sulle carte, sulle rotte del mondo”.
Fin quando ha regnato la condizione di sottosviluppo e di disagio economico, la nostra umanità ha soggiaciuto a tali forme di disperata illusoria esigenza della “questua globale“, a seconda dei bisogni da soddisfare. Dalla lettura delle cronache antiche, di quelle del secolo scorso, di buona parte del ‘900, fino agli anni del dopoguerra, anche da noi, una tale psicosi del “bisogno“, non solo di quello primario, ma anche di tutti gli altri, si desume abbia costituito una sindrome dell’emergenza annonaria di massa.
Un grande teatro composto da personaggi di campagna e personaggi di città e da personaggi che avevano nell’abito e nei comportamenti tutti i dati utili per appartenere all’una ed all’altra. Né è faticoso riesumare considerazioni utili per rilevare quell’ironia sorniona dei benestanti rispetto alla disperazione dei miserabili che pur a volte era comicità o sarcasmo, ironia, meno serena e più nevrotica, ma ironia, sarcasmo e buffoneria caratterizzavano l’urlo sghignazzante e lo sberleffo dell’insostenibile condizione. Gli artigiani (barbieri, sarti, falegnami …), gli impiegati e specie i commercianti, consci delle scadenze e dell’inerzia del loro patrimonio, erano piuttosto moderati rispetto all’estremismo della rabbia grottesca, del ghigno, del fischio e dello sfottò, di quella follia vagabonda tra piazza e vicoli, fatta di balletti, di brevi recite, di mimiche, di saluti fascisti e militari.
Nell’equazione “miseria-ricchezza” vi sono delle parti parallele e quasi analoghe. Più nera è la povertà e più impertinente ed inguaribile è la follia di qualche soggetto che, acquisisce una tale vocazione alla libertà, da esibirsi attivamente ed instancabilmente.
Tutto dipende dalla fantasia e dalla vivacità del personaggio, capace di inventare stratagemmi, battute e passaggi di quella finzione ludificatoria come prototipo della maschera più popolare. Ma anche un’esilarante comicità, un’euforia del non possedere nulla, dell’essere nessuno proprio come i tre potenti: “ù rè, u papa e chi nù tene niente“.
Presso i contadini>il rito del carnevale rapprese~a un’occasione da celebrare con una frugale “crapula”, dando una buona sistemata alla dispensa. La carne, cucinata in tutti i modi, specie quella del maiale che era stata curata con sale e fumo di camino, le salsicce con ricchi pezzi di lardo, i maccheroni e le grosse polpette al sugo, gli arrosti alla brace, i pentoloni di verdure cotte, rape, cavolfiori, “cavoletti“, le trippe col piccante, costituivano la mobilitazione delle papille gustative e della strenua alleanza di stomaco e pancia, rispetto al consueto pasto giornaliero, da consumare la sera, intorno ad un rozzo e modesto desco con la famiglia. Maschere improvvise, popolari, facce intrise di nerofumo, tarantelle da organetto, “zumbi” e pernacchie, bevute al fiasco e risate, grida allegre e espressioni di sfottò, ciprie e coriandoli buttati in faccia alla gente, strisce e “lingue di Menelik“, ritagli di cartone colorato posti sulle facce a mò di copricapo, vecchi indumenti, pezze e occhiali, baffi finti … componevano l’assordante frastuono di via Pretoria.
Chi era bracciale restava tale: anche se non accadde mai che il martedì dell’ultima festa godereccia, portando per le strade di Potenza il “fantoccio” del Carnevale processato e bruciato in piazza, qualcuno avesse pensato o tentato di effigiarlo con le vesti di altrettanti padroni.
Forse è anche per questo – scrive Rutigliano – che da Potenza non è mai emersa una “maschera”, non è mai risultato un “costume carnevalesco” com’è accaduto in altre regioni.
Ebbene sì, non è mai venuta fuori una sagoma utile, capace di impressionare il carattere nostrano, la bizzarrìa del folklore e la risata, ma solo per ragioni di conformismo e di pigrizia. Infatti bastava pescare in quelle formidabili pattuglie delle cantine dei vicoli. Comparse, quelle del sottomondo urbano, una volta sottoproletari delle contrade, ambigue maschere tra campagna e vicoli, senza volto e senza “fuoco”, oggetti e strumenti del sottosviluppo, della disoccupazione cronica e perenne, della ingiustizia sociale pianificata e assurta a sistema per iniqua distribuzione di risorse. Questi officiavano i miseri culti del Carnevale povero, il “pezzente”, come simbolo e come alimento (salame fatto con i residui di carne), giullari per modo di dire, buffi o sguaiati, spezzoni del tragicomico popolare che si sporgevano all’aperto dai loro scuri abituri per bocconi d’aria, di cibo o di foglie, qualche pane o “caccavo” di calda minestra.
Questo popolo dal genere locale, dalle gutturali crepate, dalle labiali a sonetto nasale, pronto all’imprecazione e all’ingiuria, dalle imprevedibili sortite, ribelle a qualsiasi soggezione pretesca o autorevole, all’estenuante ricerca di zeppole e vino, di cotiche e bollito di vaccina o di maiale, sprofondava in una promiscua ebbrezza di sterili quinte senza distinzione tra l’attore e lo spettatore, ma in preda alla catarsi onirica della pietanza come delirio di sopravvivenza e redenzione.
Brachettedda, Panariedd, Cicuorie, Calandriedd, Peppelecca, Paccatedda, Lu Muzz ed altri, pattuglie numerose, le cui origini e storie hanno radici profonde nella fiaba contadina dei pagliai e delle aie.
Pavulucce managrossa, che non riusciva mai a coprire la grossa mano quando per il freddo rimaneva esposta alle intemperie, fuori del cappotto, una mano inutile perché inerte e della quale Pavulucce si vergognava, facendo fare tutto all’altra mano.i
Mezza Pruvincia, un nome ereditato dalle carte catastali e dalle diseredate contrade delle zone depresse, forse in omaggio all’accorpamento voluto da Murat.
Zoca Zoca, goffo contadino sempre fornito di capi di salsiccia che riponeva nelle tasche delle brache tra maccature, bottoni e spezzoni di spago. Tanti, tanti altri, soggetti noti all’anagrafe non ufficiale.
Si svolgevano invece le danze dei signori negli ambienti militari, presso la Caserma del reggimento con un intrecciarsi, un confondersi di leggiadre silhouttes femminili, svelte e disinvolte, nel corso delle epoche patriottiche del 1911 e del 1918, con le guerre di Libia e con quella mondiale dove i balli venivano segnati nel carnet delle signore e i colonnelli dirigevano le quadriglie.
Nel Carnevale del 1910, – come risulta da una cronaca del Popolo di Lucania del 10 febbraio 1952 – preceduto dalla fanfara, apparve sotto la neve, lungo le strade, un pittoresco corteo di carrozze scoperte, con l’auriga in cilindro e guanti bianchi. Su di esse troneggiavano personaggi mostruosi creati dalla fantasia e dall’estro di due “mastri” d’arte, i fratelli Alfredo ed Ernesto Perugi, che con cartapesta, stoppa e colori avevano costruito una quindicina di mascheroni per il terrore dei piccoli e le risate dei grandi.
Pervenute al “Mercato”, la non ancora lastricata piazza Mario Pagano, le carrozze si disposero in cerchio e alla folla curiosa e attonita venne offerto uno spettacolo imprevisto e assai attraente.
Su una logora stuoia Luigino Trillo, un Ercole al quale difettava solo una statura adeguata, a torso nudo affrontò un gigante, Mario Vannucci, in un’entusiasmante gara di ginnastica e di scherma.
Incappati dalle pesanti e scomode armature, presero ad esibirsi in lunga serie di elegantissimi servizi di atletica leggera, salti acrobatici, capriole, lazzi e sberleffi. Chi erano? Gerardo e Sirio Spera, Vincenzo Ricciuti e Vincenzo Riviello, le due più temute lame di tutta l aregione, elegante spadaccino l’uno, imbattibile sciabolatore l’altro, Davide Fornario, Ignazio D’Ecclesis, Ugo ed Emilio Massimilla, Alfonso ed Umberto Buoncristiano, Gennarino Grippo, Peppino Gambardella, Mario Papa, i fratelli Grignetti, Mimì Bavusi, Alfredo Viviani, Italo ed Umberto Postiglione, Angiolino Viggiani, Amedeo Renza col «pu-ti-pu» e Michele Stolfi, in abito di broccato, che cesellava e sospirava «si sta voce te sceta int’a nuttata», riscuotendo deliranti trionfi di fischi e pernacchie; ma gli ultimi «numeri» rappresentarono il non plus ultra della comicità e del buon gusto e Michele ed Alfredo Marone ed Alfredo Ricasoli giocarono nelle perti di «macchiette» come dei consumatissimi attori.
Ma i «signorini» rimasero impalati dietro le vetrate del Caffè Pergola a godersi la pantomima con una cert’aria di commiserazione che faceva dispetto; essi, i «vitaiuoli», che compravano le romanziste e le divettes a Napoli, per portasele a villeggiare da Arpino, che gestiva allora il Lucano, ristorante e caffè-chantant del palazzo Viggiani, pressappoco dov’era la Banca d’Italia; Angiolino Tufaroli, zì Manuele Andretta, Vincenzo Doti, Sabatino ed Eduardo Angrisani, Eugenio Renza, Eduardo Amorosino, Giulio De Rosa, Emmanuele Ciranna, don Ciccio Martorano, Alberto e Paolo Emilio De Stefano, don Michele Magaldi, Pasquale Crisci, Carluccio Montemurro. Ed altri, i coetanei, puri rappresentanti della gioventù dorata erano pur nell’angolo, immusoniti e distratti: Vittorio Cutinelli Alfredo e Alberto Lichinchi, Peppino Abruzzese, Mimì D’Elia, Alberto Amorosino, alias «Ribes», Alfredo e Alberto Diamante, Gigino Leggieri, Luigino Montemurro, Ciccino Capussella, Peppino Martorano, tutti incollettati e incravattati fino all’inverosimile, chè di ginnastica sapevano solo il salto delle «tonze» nei vicoli senza «basole». Ma quando due pagliaccetti affrontarono il gruppo degli ospiti di don Michele Pergola, soldoni, nichelli, lire e doppie lire piovvero in generosa misura;e quando gli atleti mascherati ripassarono innanzi il caffè Riposto e il caffè Simone, fu abbandonata l’aria sostenuta e tutti si spellavano le mani perché la romanzista Stolfi elargisse un suo lungo sorriso.
Così nell’inverno del millenovecentodieci si racimolavano i soldi per il Ricreatorio popolare. Altri tempi!
AI di là dei balli borghesi al circolo Lucano, della scorpacciata di “maccheroni a ferretto” della gente più povera, delle sparute frotte di pacchianelle tormentate dal “pulvino” di neve, di vento e di freddo gelido, delle rappresentazioni al Teatro Stabile con i piccoli mascherati da cavalieri, paggetti, guerrieri, soldati romani, pierrot ed arlecchini, delle serate di festival con riffa, con i palchi del piano-platea pieni di merce, requisiti dai commercianti della città, gli agrari e i massari, i contadini benestanti, celebravano un carnevale diverso.
Il mito possibile della cuccagna sembrava a volte realizzarsi, e l’abbondanza del mangiare e del bere, la libertà nel vestirsi e nel gesticolare, il conforto di cibi grassi, non solo di carni ma anche di baccalà, calamari e acciughe, riempiva le giornate di neve e di freddo nei tepori del fuoco e delle lunghe, gustose sorsate di vino rosso e moscato frizzante.
Fuori nei vicoli sibilava il vento gelido di febbraio, despota delle piazze e delle strade, che scuoteva le imposte delle finestre, tappava l’acqua delle fontane, appendeva stalattiti di ghiaccio ai cornicioni delle case.
In questo era il ghigno beffardo di Carnevale: fame, coriandoli e neve.
