Tre cose sono uscite con chiarezza finora da questa esperienza del coronavirus: la prima è di rivedere la catena di comando, chiarendo la supremazia del Governo rispetto ad emergenze sanitarie; la seconda è l’importanza della ricerca nella sanità pubblica, che va rimessa al centro della politica sanitaria fermando la corsa alla privatizzazione delle cure e dando sostegno reale ai centri di eccellenza pubblici; la terza è la riscoperta dell’importanza dei medici di famiglia che, in silenzio e con efficacia, hanno contribuito a sdrammatizzare la situazione e ad evitare il caos. Voglio soffermarmi su quest’ultimo problema, ritenendo che il livello decisionale regionale possa , volendo, metterci mano, riprendendo magari quel dialogo con la categoria che nel passato aveva portato a buoni risultati. Quando si parlava della necessità di fortificare la prima linea della sanità pubblica , che è quella costituita dai medici di famiglia e dai medici di continuità assistenziale, non avevamo messo in conto che l’esperienza del coronavirus avrebbe clamorosamente confermato questa necessità. Se non c’è stato l’assalto ai pronto soccorsi è perchè questo fronte ha comunque retto, limitando i danni di ordini contraddittori e di ordinanze frettolose attraverso il personale rapporto con l’utenza . Questa prima linea , pur acciaccata da una politica sanitaria che , quasi dovunque, non l’ha mai valorizzata seriamente (se si eccettua il timido tentativo fatto dal Ministro in carica, di dotarla di strumenti di accertamenti che vanno oltre lo stetoscopio e il misuratore di pressione) ha dimostrato in questa vicenda che non solo è un punto di riferimento ineludibile, un baluardo valido , non solo è un selezionatore di merito della malattia e della sua gravità, ma è la vera connessione tra il sistema sanitario pubblico e i cittadini . Quando sarà passata la buriana , il Governo da una parte e i Governatori regionali dall’altra, proprio alla luce dell’esperienza fatta, dovranno ripensare il ruolo e la funzione di questa categoria e a come trarre da essa il meglio in termini di professionalità e di operatività sul campo, possibilmente sgravandola dal peso delle scartoffie e da un rituale anacronistico nella ricettazione. L’idea sulla quale lavorare è di a) agevolare con una legislazione adeguata la creazione di team tra medici di famiglia e di continuità assistenziale in modo da migliorarne la risposta b) semplificare la ricettazione rispetto agli utenti portatori di malattie croniche c) affiancare ai team dei centri servizi nei quali far confluire le attrezzature diagnostiche di prima necessità in modo da aiutare subito i medici di famiglia a inquadrare il paziente e a decidere se è il caso di indirizzarlo verso l’ospedale , d) varare un ampio programma di formazione congiunta tra medici di famiglia e medici ospedalieri per migliorare , nella collaborazione, la risposta di entrambi e) potenziare gli organici di prima linea e rendere appetibile il loro ruolo, anche prevedendo la introduzione di collaborazioni amministrative da assegnare ai team, tipo la creazione di un Cup specifico, per graduare le visite ed evitare l’assembramento nelle sale d’attesa. Il futuro insomma si può affrontare , potenziando la sanità pubblica nella fase di prima risposta, ed evitando il pericolo, che è stato reso platealmente evidente, di una corsa verso l’ospedale. Se poi penso che in tre o quattro anni, queste categorie non hanno neanche avuto il privilegio di essere ascoltati qui in regione sulle loro necessità, allora c’è da dire che lo strabismo dei decisori pubblici verso la sanità ospedalizzata è stato un marchiano ed evidente errore. Rocco Rosa
VIRUS, FORTUNA CHE LA PRIMA LINEA STA REGGENDO
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