CHANTEUSES E DANSEUSE, QUANDO ALLO STABILE ARRIVAVA IL“FIERA-FESTIVALS”

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LUCIO TUFANO

Le carrozze giungono davanti ai cancelli del teatro silenziosamente; vi scendono le signore ravvolte in morbide pellicce. Nessuna di esse ha l’aria di accorgersi del povero Rubbagaddì, infreddolito e timido lì nei pressi dell’ingresso. «Da molti mesi uno straccione, chiamato dai monelli Rubbagaddì, disturba i passanti con insistente domanda di un soldo di elemosina». La sera del concerto: il Teatro era trasformato in una serra di fiori vivaci e delicati. Quanto di più intellettuale, gentile ed elegante vanta Potenza era in quella sala, che mai fu più bella di quella sera.

La gran folla riscalda il teatro. Anzi con la tela che doveva essere distribuita ai poveri si è fatta una grossa tenda ornata di rampicanti e fiori e con essa si è chiuso il palcoscenico da dove avrebbe potuto venire un po’ di freddo. Così come i programmi stampati dalla tipografia Garramone e Marchesiello hanno previsto, il concerto è iniziato con una marcia eroica sonata ad otto manicon due pianoforti, dalle signorine Rebeck Maria, Bettina Gavioli, Cina Valenti e Gigina Addone. Il tenore Beniamino Mottola, venuto da Salerno, si esibisce in Gelo e mare e nella Forza del destino. Le signorine Maria Caivano ed Elvira Lichinchi con l’ingegnere Napoleone Thaon eseguono le Danze Spagnole e le sonate del Lysberg e De Berìnt. La signora Pagliano e la signorina Ida Marsala cantano il duetto d’amore del Petit Due del Lecocq e la nenia del Mefistofele. Bravi mandolinisti eseguono una elegia ed un Valse del Silvestre. Al maestro Raffaele Rebeck viene offerta una elegante bacchetta in ebano ed argento.

Il Teatro è gremito, il pubblico è frenetico, alcuni ufficiali che devono partire per l’Africa vogliono gentilmente coprire con una pioggia di freschissime camelie le signore e gli artisti.

Guerra leggera, vittoriette, marce topografiche, servizi logistici à la bonne de Dieu. Ma l’Africa esige un maggiore impegno politico e militare, più uomini e più armi.

Tremila fucili, diciotto cannoni, sul Rayo e sul Rebby Arienni. Ma la disfatta giunge disperata per la bella brigata che fa l’ultima carica. Nel vallone maledetto si pigia una zuppa umana. Suona la ritirata. Su, tra rovi e macigni, mani e ginocchia; scivolano, cadono, implorano… addio, mia bella, addio… l’armata… se n’è andata.

Dopo il concerto, il festival. Il Teatro è pronto con i chioschi, le lotterie, il caffè chantant. Le chanteuses venute da Napoli sono l’attrazione dei giovani, dei vecchi, degli scapoli e dei mariti, specie dei mariti. Malgrado l’orribile tempo che scatenava sulle vie neve, gelate e vento noiosissimo, vi fu grandissima affluenza di gente; gente che fece a gara per prendere i biglietti della pesca di beneficenza e che accorreva festante anche nei chioschi privati messi su artisticamente dai negozianti, Caggiano, Di Nuzzo, Acerenza, Satriani, Adinolfi e Silvestri.

I chioschi sono preparati con gusto e con originalità, qualcuno rappresenta un tukul abissino, altri un cottage, altri ancora una piccola reggia: il comitato dei chioschi è presieduto dal Signor Pinzolo (giudice istruttore) coadiuvato dagli instancabili ingegneri Fiorentino e Renza, l’ultimo dei quali si è recato a spese proprie a Napoli per scritturare le tre allegre canzonettiste e un comico. Nella platea una ressa di folla allegra ha profuso denari in pro della beneficenza. Quando si alzava la tela del piccolo palcoscenico improvvisato era un gridìo, un vocìo, un urlìo indemoniato; a cui si frammischiava il suono delle trombette, dei fischietti ricevuti, dagli allegri giovanotti, dai chioschi. Un pubblico turbolento e schiamazzante.

Al Palazzo della Prefettura invece si tiene il ballo. Alla magica parola carità, un palazzo, sul quale pareva che regnasse un lutto eterno, ha riaperto le sue sale.

Lo scintillìo delle gemme, di cui erano adorne le signore, lo sfarzo, la ricchezza e l’eleganza degli abbigliamenti, le splendide bellezze paragonabili alla flora più delicata, smagliante e superba, il brio delle danze… profusione di luce, di profumo e di bellezza….

La sala è illuminata e solenne adorna di tralci di edera e di camelie freschissime. Sulle pareti, damascate in rosso, moltissime margherite compongono la frase: “ballo di beneficenza”.

Fuori fa freddo. Potenza, ricoperta di neve, alta, appollaiata sulla collina, naviga nel freddo vento di tramontana che s’avventa sui tetti delle case, soffia nei vicoli e nelle piazze, forza le finestre, squassa le gracili porte, fischia tra i cento comignoli neri. Il pulvino, levandosi dalla strada e dai tetti, afferra i frettolosi passanti in un turbine gelido e, importuno, sbuffa tra le fessure delle imposte delle case dove, attorno al fuoco la sera, le famiglie contadine sono riunite per le patate e le cipolle sotto la cenere e per il rosario.

Nel 1896 altre fiere-festivals, rinomate chanteuses e danseuses, duettisti, equilibristi, fachiri, orchestre. I chioschi si fittano ai negozianti, ai caffettieri, ai ristoranti. I biglietti sono in vendita sempre al caffè Simone; i ricavi vanno al brefotrofio e alla Croce Rossa per i feriti di Adua, di Agordat e di Cassala, di Amba Alagi.

Il Carnevale, dei baffi finti e dai tubi inverosimili passa per le vie a gruppi euforici. Turbe di ragazzi contadini girano per i vicoli e per le case, sostano alle porte con la dispettosa cantilena: Tuppè, tuppè, tuppè, viegn da Pistizz, av’zttpatrò e dagne la sauzizza, e sinù n m’ia vuoi rà ca ti pozza strafuà….

Un febbraio ricco di serate (l’Impresa Alfredo Rossi e Michele Marino da prova di competenza) che si concludono nel Teatro Stabile con il veglione, tra una coppa di champagne ed una sigaretta, scherzando, ridendo… tagliando i panni addosso al prossimo — gli sguardi arditi, le strette di mano troppo consentite, le parolette brevi, sfuggite quasi all’insaputa di chi le pronuncia, dei giovani le audacie troppo palesi, le decine di lire spese dinanzi a quei chioschi che attirano i pescatori, dei mariti, dimentichi della castità coniugale, le fulminee occhiate alle canzonettiste.

I negozianti dei chioschi hanno fatto buoni affari, gli impresari hanno venduto tutti i biglietti, don Simone viene acclamato dalla folla clamorosa degli studenti. Un colto autore musica una canzonetta potentina. Le mascherine allegre turbinano con i coriandoli nel pazzo vortice dei valzer e delle quadriglie. Nelle sale del Casino Lucano diabolicamente addobbate con un gusto squisito, ho assistito a certa musica così bene eseguita, a certi balli così voluttuosamente goduti, a certe saporitissime cenette. Più d’un giovane avrà cominciato ad intessere un idillio nella gentile e discreta intimità d’un angolo del salone da ballo o d’un palco del teatro, tra il comodo nonché clamoroso fischiettio, strombettìo, urlio delle maschere gioconde.

Si balla il valzer, la polka, la mazurka; gli abiti di garza in seta sono stati ripresi e riaggiustati con nuove nocche e nuovi merletti e magari si è data una ritoccatina ai vestiti di crespo.

Il Teatro Stabile, osservato speciale ( dai giornali dell’epoca)

L’Eco 16/17 luglio 1895  

Le porte dello Stabile si disserreranno per iniziare un corso di 15 recite che ci darà la compagnia Drammatica Luigi Duse e C. Il personale è abbastanza numeroso ed il repertorio abbastanza scelto.

La farsa, Maritiamo la suocera, I Provinciali a Parigi (Luigi e Vittorina Duse, i coniugi della compagnia), I nostri buoni villici, Il Ratto delle Sabine, I disonesti del Rovetta, la farsa Frou frou, Casa paterna del commediografo tedesco Sudermann, L’Onorevole di Campodorsego di Libero Pilotto, Patria del Sardou.  

L’Eco 31 agosto/1 settembre 1895  

Il nostro teatro comunale pare proprio destinato a stare chiuso tredici mesi all’anno, anzi io sarei di avviso di fabbricarne addirittura le porte e di mostrarlo ai forestieri come un monumento patrio, facsimile alla moda del conte Ugolino. Di chi la colpa? forse del pubblico? ma neppure per sogno mi guarderei bene dal sospettarlo solamente.

Secondo i migliori critici del nostro paese, lo Stabile è un teatro impossibile: freddo d’inverno e caldo d’estate.  

 La Vedetta 1 febbraio 1896

Basta fissare uno sguardo sull’orinatoio di Piazza Prefettura, quello posto nel portone grande d’ingresso del Casino Lucano, rimpetto alla porticina d’uscita del Teatro Stabile, per accorgersi che, con la lastra di ferro fatta mettere dal Municipio, non solo non lo si è riparato dalla vista del pubblico, ma si sono creati gravi inconvenienti. Tutti sanno che l’orinatoio è a tre divisioni. Ora, non appena le due estreme sono occupate, la media, per mancanza di spazio, nel passaggio, diventa inaccessibile. Quando un povero diavolo si trova proprio nel posto di mezzo, e i due estremi vengono successivamente occupati, egli deve rimanere immobile fra i profumi ed aspettare il comodo altrui.

  L’Eco 8/10 febbraio 1896  

II teatro è illuminato a luce elettrica. Quattro grandi lampade ad arco illuminano stupendamente la platea ed il palcoscenico. Ogni chiosco ha le sue magnifiche lampadine, l’androne è anche illuminato da una lampada ad arco, ed un altro simile pure da 1200 candele si trova sulla porta d’ingresso. L’impianto venne fatto in men che si dica, esclusivamente dal bravo ing. Ernesto Pinto, della ditta E. De Natale e Pinto & C.

L’idea 11 dicembre 1896 

Per la musica ci chiedono perché il concetto dell’81 fanteria debba suonare sempre in piazza Prefettura. In queste giornate piovose i soldati sono obbligati a stare coi piedi nell’umido. Qualora il comandante Rolando insista a far suonare lì la banda, sarebbe così difficile fare un tavolato per mettervi i leggii?

 

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Sull' Autore

LUCIO TUFANO: BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE “Per il centenario di Potenza capoluogo (1806-2006)” – Edizioni Spartaco 2008. S. Maria C. V. (Ce). Lucio Tufano, “Dal regale teatro di campagna”. Edit. Baratto Libri. Roma 1987. Lucio Tufano, “Le dissolute ragnatele del sapore”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “Carnevale, Carnevalone e Carnevalicchio”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “I segnalatori. I poteri della paura”. AA. VV., Calice Editore; “La forza della tradizione”, art. da “La Nuova Basilicata” del 27.5.199; “A spasso per il tempo”, art. da “La Nuova Basilicata” del 29.5.1999; “Speciale sfilata dei Turchi (a cura di), art. da “Città domani” del 27.5.1990; “Potenza come un bazar” art. da “La Nuova Basilicata” del 26.5.2000; “Ai turchi serve marketing” art. da “La Nuova Basilicata” del 1.6.2000; “Gli spots ricchi e quelli poveri della civiltà artigiana”, art. da “Controsenso” del 10 giugno 2008; “I brevettari”, art. da Il Quotidiano di Basilicata; “Sarachedda e l’epopea degli stracci”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 20.2.1996; “La ribalta dei vicoli e dei sottani”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Lucio Tufano, "Il Kanapone" – Calice editore, Rionero in Vulture. Lucio Tufano "Lo Sconfittoriale" – Calice editore, Rionero in Vulture.

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