BY GIAMPIERO D’ECCLESIIS
Silenzio, il buio è quasi accogliente, ti protegge e ti accoglie al sicuro mentre l’emozione sale lentamente aspettando un segnale.
-Pronti? Gioco!-
Inizia così una sessione di prove generali di “Varietà Eduardo”, lo spettacolo che il Laboratorio di Ricerca Scenica La Klass Eduardo di Gommalacca teatro sta preparandosi a mandare in scena.
Nel Teatro Stabile il pubblico non c’è, ma la sua presenza la cogli quasi in maniera palpabile tra quelle poltroncine vuote, non hai ancora il picco di adrenalina, sei ancora concentrato sulla parte, le battute, le intonazioni, ma il battito è già accelerato e l’emozione la senti.
E’ il secondo anno di Laboratorio teatrale per me, quest’anno ho dovuto iniziare in ritardo tra acciacchi fisici e problemi personali, ma l’avventura è stata emozionante comunque.
Mimmo Conte e Carlotta Vitale sono i miei maestri e Augusto, Giuseppe, Luigi, Antonietta, Arianna, Daniela, Loredana, Lucia, Marinetta, i miei compagni, ancora una volta una bella navigazione, ma non è di questo che vi voglio parlare.
Vi dicevo il Teatro vuoto.
Il palcoscenico è come una grande bocca aperta che ti aspetta alla fine della platea, nella quale entri di tua volontà, con il pavimento leggermente inclinato verso il pubblico, con quelle tavole di legno nero scrostate, quell’odore di polvere e di tessuti, una grande bocca aperta che ti aspetta per masticarti e risputarti in platea.
E’ un moloch affamato che devi dominare se non vuoi che ti ritenga indegno di stare in piedi dove tanti prima di te, e ben più degni, hanno camminato e ti rispedisca a sedere, scornato, fuori dal palcoscenico.
E’ un’emozione strana recitare in teatro, o forse lo è per me che posso ben essere definito un attore per caso, un curioso, trascinato in giro dalla sua voglia di sperimentare, di fare, di capire.
Posso solo dirvi che quando arrivi lì le certezze si sciolgono, quelle battute che hai ripetuto e provato e riprovato tante volte assumono un senso diverso. E non solo. Il vero cambiamento avviene dentro di te. E’ un demone che ti possiede o meglio che prova a possederti perché la lotta con il tuo imbarazzo, la tua poca abitudine ad immergerti veramente in un altra persona, è senza esclusioni di colpi.
Il tuo io combatte furioso una lotta contro il demone, ti grida -Farai fiasco! Sarai ridicolo!-, ti sussurra nella mente maligno -non ce la farai, non ce la farai, non ce la farai- grida e combatte imperioso fino a quando la parola magica echeggia nel vuoto -Gioco!- e tu sai che in quel momento non ti puoi fermare, e che se anche quella che fai è solo una prova generale vale come se fosse una prima e devi andare.
Devi varcare quel confine sicuro, buio, silenzioso, della tenda che ti separa dalla scena, devi salire la scaletta oltre la trincea e abbassare il tuo fucile e correre con la baionetta in avanti pronto a fare a pezzi il tuo io per permettere al demone di possederti e agire il teatro.
Ieri sera per me è stato questo, una feroce battaglia con il mio io, nella prima prova lui vince, bastardo mi ferma la memoria, boccheggio in cerca di una parola che maledetta e ripetuta mille volte non arriva, poi finalmente emerge a fatica ma è solo un esercizio di memoria e niente altro.
Cerco di non pensarci, vuoto nella mente, buio in sala, non fuggo fuori a fumare una sigaretta ma resto dentro a vagare tra poltroncine polverose e palchi, nel buio dei camerini, scrutando i volti dei miei compagni, su molti dei quali vedo i segni della mia stessa guerra interiore.
Il tempo trascorre, luci, istruzioni, posizioni, passa e attendo immobile, sospeso, il momento dello scatto.
Siamo stanchi, sono le 20:30 ed è già dalle 15 che siamo in teatro, alla fine Carlotta e Mimmo chiamano la prova generale, andiamo giù in camerino per cambiarci.
Mi vesto, e prima di uscire dal camerino mi guardo allo specchio, mi riconosco a fatica, la lotta interiore è al suo apice, il demone, forte anche del cambiamento esteriore, ruggisce, vuole il controllo, mentre il mio io cerca una strenua difesa.
Si comincia.
Seguo l’avviarsi dello spettacolo e mentre scorro la scaletta e avverto l’avvicinarsi del mio momento, ad un tratto, dentro di me si è fatta una calma piatta, mi godo il momento, le tende spesse di broccato mi proteggono dalla luce, mi giunge dal palco l’ultima battuta di Augusto che scandisce la mia uscita.
E in quell’attimo infinitesimale che passa tra la percezione dell’ultima sillaba pronunciata e l’impulso al movimento che mi porterà in scena, qualcosa esplode nella mia testa con la potenza di un ordigno termonucleare, che annichilisce tutto ed esco fuori.
è da distante, come se mi guardassi dall’esterno, non vedo più me stesso in scena ma un altro uomo, un uomo che ha da dire delle cose, che parla che si agita, e quell’altro sono io.
La scena corre veloce e va, l’uomo parla, racconta e poi rientra dietro le tende, eccomi sono di nuovo io, mi guardo attorno un po’ intontito domandandomi come sia andata, ma c’è poco tempo mi devo cambiare, altra scena, altra attesa di ultime battute, e sono di nuovo fuori e ancora lo sento forte che prende il comando, non mi lascia scelta, va lui al governo della mia mente, il demone è forte, ha preso il controllo e non lo molla, non molla fino all’ultimo istante.
Mi abbandona solo all’ultimo inchino dopo aver cercato una reazione che non arriva perché questa che abbiamo fatto è una prova, mi guardo intorno e cerco gli occhi dei miei compagni, in molti riconosco una comune sensazione di ritorno alla realtà.
Non so se sono riuscito a darvi un’idea della potenza emotiva che è in grado di mettere in campo l’atto di recitare, ma posso garantirvi che, almeno per me, è davvero incredibile.
Domenica si va in scena, in scena per davvero, in scena con il pubblico seduto, sarò, saremo pronti a farci di nuovo possedere dal demone? Io credo di si.
Saranno tre giorni di teatro, dal venerdì alla domenica, si metteranno in scena storie, autori, personaggi, ci saranno altre emozioni, alla fine delle storie, per me, il teatro è questo, un meraviglioso gioco che ci consente di vivere vite diverse.
E’ ben per questo che, ancora una volta, ma questa volta non più tanto sommessamente, dico a chi dovrebbe avere orecchie per intendere, restituite il Teatro Stabile alla sua funzione, c’è assai più di quello che si vede dietro ogni opera portata in scena, avere la Chiesa e non dirvi la messa è un peccato imperdonabile.
Ci vediamo tra le poltroncine dello Stabile Domenica sera, se fate i bravi, magari, vi presenterò il mio demone ma attenzione, potrebbe piacervi.
