
DI LEONARDO PISANI
Lo avevamo già intervistato, partendo dal suo ultimo saggio “La guerra per il Mezzogiorno. Italiani, borbonici e briganti 1860-1870” sulle dinamiche e le varie componenti del Grande Brigantaggio arrivando al tematiche del meridionalismo. Parliamo del professor Carmine Pinto, originario di Padula e ordinario di Storia Contemporanea all’Università di Salerno, a gennaio è stato nominato dal ministro Dario Franceschini direttore dell’Istituto per la Storia del Risorgimento, che ricordiamo ha sede a Roma nel complesso del Vittoriano, e amministra il Museo centrale del Risorgimento ed ha come scopo la promozione degli studi sulla Storia d’Italia dall’Unità e Indipendenza sino al termine della Prima Guerra Mondiale. Un centro di cultura possiede un rilevante patrimonio di cimeli, disegni, sculture e rari documenti legati alla genesi dei fatti storici che portarono all’Unità d’Italia. Abbiamo colto l’occasione di un’intervista sul futuro del Museo e la divulgazione storica, tra tradizione ed innovazione.
Un giovane accademico alla guida dell’Istituto per la Storia del Risorgimento, uno dei più prestigiosi centri di ricerca storici italiani. Qualcosa sta cambiando nel Belpaese?
L’Italia è da sempre un paese ricco di istituzioni e personalità di alto livello culturale e intellettuale. Nella volontà di arricchire queste strutture di nuove esperienze e nuovi gruppi di ricerca, come quelli presenti nell’attuale Comitato di direzione dell’Istituto per la storia del Risorgimento appena insediate, si muovono nella direzione di rafforzare questa stimoli. Il nuovo comitato lavorerà per rilanciare l’Istituto sul piano organizzativo e su quello operativo, valorizzando le importanti ed innovative ricerche sull’Ottocento italiano e globale che negli ultimi decenni hanno lanciato sfide nella storia politica, culturale e sociale. In ogni caso, la storia dell’Istituto, i suoi archivi, il patrimonio di cimeli, le collezioni editoriali ne fanno un luogo cruciale per la conoscenza della storia del processo di costruzione nazionale.
Il Risorgimento è passato da una esaltazione, a tratti farcito anche di retorica stucchevole e anti storica, pensiamo i quadri con Vittorio Emanuele II, Garibaldi e Mazzini – morto sotto falso nome da condannato a morte in contumacia dai Savoia – a una dissacrazione antistorica negli ultimi tempi . Come mai?
Il passato è sempre stato un campo di battaglia. Ogni generazione rielabora il passato sulla base delle proprie condizioni sociali, politiche, intellettuali. E così la storiografia, protagonista di una revisione e un confronto permanente attraverso nuove domande, nuove fonti, nuove ricerche. In questo contesto, la storia della formazione dello stato-nazione in Italia e delle sue complesse vicende ha marcato ogni stagione della storiografia italiana (ed europea). Il fenomeno a cui lei si riferisce è limitato agli ultimi anni ed a determinati contesti. In realtà, il Risorgimento è stato fortemente presente in tutte le culture politiche italiane. A partire dai fondatori del meridionalismo, da Nitti a Salvemini, da Fortunato a Rossi Doria, tutti si riconoscevano nella comune matrice unitaria, pur sviluppando visioni articolate e spesso contrastanti sui problemi dell’agenda politica e delle sue premesse storiche. E così in quasi tutta la storia dell’Italia contemporanea, le presenze di letture e valutazioni diverse ed articolate si sono sempre inserite in queste comuni radici. Basta pensare al sistema politico della costituente, che collegò con un filo conduttorela Repubblica al Risorgimento, consolidando così l’identità nazionale proprio nel momento più complicato di fuoriuscita dalla sconfitta in guerra e dal regime fascista. La fine della Repubblica dei partiti mise in crisi le culture politiche dei partiti di massa: Dc, Pci, Psi, forze laiche avevano sempre inserito il Mezzogiorno all’interno del loro progetto nazionale come elemento legittimante della propria azione politica. Con la loro fine, si svilupparono fenomeni identitari, basati sul risentimento verso altri territori o gruppi sociali, che spesso cercavano nel passato di legittimare le ragioni del presente, finendo per rielaborarlo secondo questi obiettivi. Invece il Risorgimento è un momento storico di tale ampiezza e complessità, per il suo ruolo nella storia politica, culturale, intellettuale e artistica, che si può comprendere ed analizzare solo se collocato nella sua epoca.

Il premier Draghi nel suo discorso per la fiducia, ha dato rilievo alla cultura umanistica, da un po’ di tempo bistrattata. Ora le chiedo, che ruolo possono svolgere le scienze storiche nella formazione della nuova classe dirigente?
A lungo nella storia italiana ed europea il profilo culturale era un elemento che distingueva e sanciva la qualità dei gruppi dirigenti politici. Moro e Fanfani erano accademici di primo livello e allo stesso tempo i “cavalli di razza” della Dc. Il comunista Togliatti, che non era un accademico, si era laureato con il maestro del liberalismo Einaudi. Nenni e Di Vittorio non erano certo laureati, ma capaci di interventi, scritti, articoli di impressionante profondità. Non era il titolo di studio, ma lo spessore intellettuale e culturale a sancirne il profilo. La cultura umanistica è stata un elemento centrale delle migliori classi dirigenti italiani. In una fase così importante e delicata di rilancio e fuoriuscita dalla crisi del paese, tutte le forze in campo dovranno sicuramente fare i conti anche con la necessità di elevare qualità, spessore, struttura intellettuale della loro proposta politica.

Il Covid ha tenuto chiuso i musei e i luoghi di cultura, ora c’è una lenta riapertura. Cosa farà professor Pinto, per il rilancio dell’Istituto e del Museo centrale del Risorgimento al Vittoriano. Sia per le visite, sia per le iniziative nelle scuole, Università ed altro?
L’Istituto si occupa della promozione scientifica e culturale del Museo. La gestione è adesso parte di un importante e complesso progetto di lancio di un grande polo museale espositivo del Vittoriano Palazzo Venezia diretto da Edith Gabrielli. La collaborazione tra queste istituzioni sarà sicuramente importante per un Museo e un luogo centrale per la storia e l’identità italiana, ora proiettato verso i linguaggi e gli strumenti del XXI secolo.
Rai Storia, Rai Scuola anche Rai 3 dedicano molto spazio alla divulgazione storica. Sono anche molto seguite. Lei che ne pensa? Utili o poco efficaci? Sono un buon metodo per avvicinare alla storia oppure non particolarmente utile?
Sono senza alcun dubbio strumenti e mezzi efficacissimi e di grande successo per la conoscenza e la divulgazione storica. Così come le nuove tecnologie digitali. Sono utili anche perché siamo di fronte ad un grande ritorno della storia. Il successo di fiction, romanzi storici, fumetti, l’attenzione verso la saggistica e la ricerca mostrano un interesse massiccio destinato probabilmente a crescere nel tempo. Anche la ricerca si sta misurando con queste sfide, mostrando il volto più importante di questa nuova fase della cultura italiana.