UNITA’ d’ITALIA:160 anni dal 17 marzo 1861

di ANTONIO LOTIERZO
Dino Messina, in sincronia con le celebrazioni dei 160 anni dell’Italia unita, pubblica un volume che costituisce uno strumento imprescindibile di aggiornamento di quelle questioni su cui riflette la storiografia etico-politica, dotata di vitalità dopo decenni di storiografia strutturale tipo ‘Annales’ e saggi socioreligiosi. D.Messina, giornalista del ‘Corriere’ e storico dal 1997 su tematiche postfasciste, d’inchiesta sulla Costituzione e sulle foibe e gli esodati istriani, qui si allinea al filone dei giornalisti storici che, da Indro Montanelli a Paolo Mieli, costituiscono una ricchezza italiana, anche per la qualità informativa della scrittura e un alone di affettività, che si snoda dalla Viggiano del padre, il rievocato avvocato Dionisio, che trasferì la famiglia a Milano, alle vicende lucane, da Sapri-Padula alla Valdagri del brigante A. Masini ed al Vulture di C. Crocco fino a giungere alle proposte di G. Fortunato e F. S. Nitti. L’esposizione della nostra ‘società divisa’ inizia con la discussione del libro di Carmine Pinto (‘La guerra per il Mezzogiorno’, Bari,2019) che legge il Sud come attraversato da una guerra civile di sessanta anni (1799-1860) in cui si fronteggiarono gli assolutisti Borbone, che come i Romanov non mostrarono alcuna intenzione di governare con una Costituzione liberale e i moderati e democratici che desideravano allineare i regni alla Gran Bretagna e Francia. E’ su questa frattura civile che poté innestarsi sia la conquista regia piemontese e cavouriana e sia l’impresa garibaldina (ricordo che G. Galasso ribadiva sempre che non solo la scelta anticostituzionale aveva nociuto ai Borbone ma il dato di fatto che il Piemonte era il solo stato a rimanere fedele allo Statuto Albertino dopo il 1848 –forse era già nelle pagine di G. Racioppi – aveva determinato la nostra forma di unificazione politica, premessa dello sviluppo capitalistico del paese). Mentre 3000 volontari dalla Basilicata si unirono a Garibaldi, la prima rivolta si ebbe già il 16 agosto in Corleto P. e poi il 18 a Potenza, con la proclamazione del governo Mignogna e Albini, il cui primo atto fu l’abolizione della tassa sul macinato e la promessa della distribuzione delle terre demaniali, propositi ritirati per le proteste dei ‘galantuomini’ (possidenti polarizzati contro e assieme ai cafoni, alla cui antropologia dedicò un articolo Michele G. Pasquarelli). Messina illumina le relazioni con la camorra e la mafia (Liborio Romano, per tutti); ricostruisce il dramma delle insorgenze antiunitarie e i dieci anni di lotta (Legge Pica del 1863) contro il brigantaggio che si accompagnarono alla costruzione amministrativa dello Stato centralizzato, al ruolo dei prefetti, al sistema educativo, alle forme della tassazione, che venne risolto con l’estensione all’Italia delle leggi piemontesi, che certo si applicavano ad aree disomogenee ed ancora senza il ‘take off’ industriale.

DINO MESSINA
Quando passa a trattare il ‘gioco europeo’ che si recitò nel teatro italiano, Messina si serve dei due saggi di Eugenio Di Rienzo che esaminano la politica delle potenze europee dal 1830 al1870, per cui il crollo borbonico dipese sia dalla mancata modernizzazione del Regno e sia dalla congiuntura internazionale, per l’ azione continua di logoramento esercitata dall’Inghilterra e dalla Francia, che, loro sì, dal 1850 intendevano trasformarlo in una colonia economica o al più in un avamposto della propria strategia nel Mediterraneo. Al Congresso di Parigi, dove Cavour venne ascoltato, non fu ammesso Ferdinando II (e W. Gladstone, fin dal 1851, ne aveva definito il regime ‘la negazione di Dio eretta a sistema di governo’, giudizio confermato nel 1856 da Clarendon anche per lo Stato pontificio, una ‘ sventura dell’intero continente’). Grave l’isolamento dei Borbone, che restò fermo e sprezzante nel suo assolutismo, aumentando la propria squallida repressione di polizia che ancora di più incendiava le menti europee dei liberali. Ma ferme ed attendiste erano anche le due potenze europee, per cui l’attiva iniziativa democratica si rese fondamentale per evitare un lungo stallo e conseguire l’unità. Ed un’Italia unita rappresentava, per gli Inglesi, una garanzia di bilanciamento contro un’egemonia francese nel Mediterraneo.

Da subito (come sostenne G. De Sivo fin dal 1866) si creò la leggenda d’un’età d’oro sotto i Borbone, si elogiavano le bonifiche, la rete stradale, i poli industriali, la cantieristica e la marina. Ma E. Di Rienzo definisce questa aurea leggenda come ingenua, perché ignorava gli aspetti negativi: la scarsità del credito; la pochezza della rete ferroviaria; l’arretratezza delle navi. Pertanto i rapporti di forza europei impedirono ogni sogno di restaurazione del partito legittimista europeo (che trovava fautore anche Napoleone III). Nulla dirò sugli elaborati e documentati capitoli su camorra e mafia; nulla sull’incendio di Pontelandolfo e Casalduni; nulla sulle fake news di Fenestelle; nulla sull’intervista ai neoborbonici ed a Pino Aprile, capitoli che arricchiscono di verità il lettore e che rendono ghiotto il saggio. Riassumerò le pagine dedicate al brigantaggio, interpretato, dopo F. Molfese, nella versione di C. Pinto (2019) come un conflitto civile, sociale e politico che si acuisce nel 1799, nel 1821, nel 1849 allorché i Borbone rispondono alle richieste di rinnovamento e di Costituzione con una feroce repressione verso settori decisivi e con l’alleanza con il brigantaggio in funzione antiliberale. Contro 25000 briganti (che agivano con guerriglia e per bande,Masini, Crocco, Nanco, Schiavone) vennero schierati 400000 guardie nazionali (guidati da generali esperti, fra cui qui si discute E. Cialdini). Manutengoli furono i possidenti (che cambiarono fronte, come gli Aquilecchia e i Fortunato); una cinquantina di sacerdoti. Passando all’economia, con Piero Bevilacqua, si rimarca che dall’unificazione uscì beneficata l’agricoltura pregiata del Sud (vite, ulivo, agrumi) mentre le industrie soffrì per carenza di ceto imprenditoriale, per il mercato interno ristretto e per la sfavorevole condizione geografica, anche se fu in parte la tariffa liberoscambista del 1861 e poi il protezionismo dal 1887, a colpire il Sud, incapace di competere con la concorrenza internazionale. Emanuele Felice, nel libro Perché il Sud è rimasto indietro, commenta dati economici e demolisce il mito dell’Eldorado borbonico: sono pagine da meditare. Arretratezza delle infrastrutture; esiguità della rete ferroviaria e stradale; poste poco usate; rete bancaria debole; analfabetismo; redditi bassi (5 euro di oggi al giorno, anche se la società era frugale). L’Unità giovò al Sud, anche se rimase l’aridità del suolo, la miseria morale, le differenze regionali, l’iniqua distribuzione della ricchezza e il latifondo, i cui proprietari adottarono una “modernizzazione passiva” (accettare quei pochi cambiamenti necessari per non sparire). Con queste analisi, Messina giunge a discutere la ‘questione meridionale’, seguendo le tesi di Guido Pescosolido (2014;2019). La questione meridionale nasce al momento dell’Unità. Il Sud fornì un contributo determinante alla costruzione di un sistema nazionale. Lo scarto più forte non era fra Nord e Sud ma fra l’Italia e le nazioni europee in cui l’industrializzazione era già avanzata. Tuttavia al Sud il Pil pro capite è aumentato di 9 volte; al Nord di 15 volte, indice di una ricchezza più ampia. Il Nord ci ha guadagnato molto dall’Unità, ma il Sud non avrebbe avuto alcuna prospettiva di sviluppo restando nelle sue condizioni (gli Italiani erano nel 1861 25 milioni ed avevano una aspettativa di vita di 32 anni; ora siamo 60 milioni e la prospettiva è di 80 anni). Anche sulla tesi del debito pubblico vi è stata discussione; alla fine Pescosolido riconosce che il maggiore era del Piemonte ma subito dopo veniva il debito del Regno borbonico, che risultava la metà, tuttavia, si sottlinea che non tutti i debiti sono uguali, infatti quello piemontese era finalizzato alla creazione delle infrastrutture, precondizione per l’industrializzazione, mentre quello Borbonico era dovuto alle spese militari, compresi i pagamenti verso l’Austria gendarme. E’ vero che i Savoia si impossessarono dei beni privati di Francesco II, ma era un ‘tesoro’ di cui i regnicoli, che vivevano in estrema povertà, non si accorsero mai. Non da ultimo, quando il Nord prese il volo, il Sud assolse al ruolo di mercato aggiunto per i prodotti industriali e pertanto fummo Italiani da subito, in quanto il mercato meridionale contribuì allo sviluppo dell’industria del Nord, che poté così ampliarsi al Nord. Con F.S.Nitti l’intervento statale e le politiche di industrializzazione si resero necessarie e, con le leggi speciali, iniziò a colmare il divario, che si aggravò sia con le emigrazioni e sia con gli effetti delle due guerre mondiali che aumentarono le differenze fra Nord e Sud; aree che si riavvicinarono molto fra 1957 e 1973 e che da allora si riallargarono, anche per il declino dell’Italia rispetto ai Paesi europei. Da allora viviamo ‘al di sopra’ dei nostri mezzi, con un debito pauroso creato da un welfare inefficiente e per finanziare consumi superflui. In questo frangente sono state proposte le mitologie leghiste, le invenzioni neoborboniche, le stesse pulsioni dei movimenti, che deviano la responsabilità dalle inefficienti classi dirigenti locali verso un sistema paese, distorcendo i fatti storici. La nuova sfida, conclude Messina, comporterà il rinnovamento dell’identità italiana all’interno di un’Europa rafforzata, per esistere fra i giganti della globalizzazione.