LA SETTIMA ARTE SUPERERÀ IL COVID PENSANDO AL MEDITERRANEO

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Leonardo Pisani

Leonardo Pisani

“Il Pensiero meridiano è quel pensiero che si inizia a sentir dentro laddove inizia il mare, quando la riva interrompe gli integrismi della terra”. (Il Pensiero Meridiano di Franco Cassano, Laterza)

Le realtà produttive che si aprono al Mediterraneo, le nuove strategie di finanziamento e l’interessante occasione rappresentata dai laboratori internazionali dedicati al Mare Nostrum. Il cinema nonostante il covid e le sale chiuse deve andare avanti, deve progettare il futuro per vivere a anche far vivere maestranze, autori, registi e quel cinema indipendente. Ricordando il grande intellettuale  e meridionalista, che purtroppo recentemente ci ha lasciato, e andando verso quei solchi lanciati da Cassano e il suo “pensiero meridiano” di settima arte e sviluppo socioculturale se ne discusso nel IDS – Italian DOC Screenings 2020/2021 organizzati dall’Associazione dei Documentaristi Italiani (doc.it) in collaborazione con il Mibact Direzione Generale Cinema, l’Apulia Film Commission, la Sardegna Film Commission, la Film Commission Torino Piemonte e Rai Documentari, si è tenuto il webinar dal titolo “FocusMed: Eyes Wide Open to the Opportunities, le realtà produttive che si aprono al Mediterraneo, le nuove strategie di finanziamento e l’interessante occasione rappresentata dai laboratori internazionali dedicati al Mare Nostrum” a cui è stato invitato a partecipare il regista e produttore cinematografico potentino Antonello Faretta che ha rimarcato: “

 

 Ho  ringraziato  per l’invito e per porre l’attenzione su di un tema così importante come il Mediterraneo, oggi più ieri meritevole di approfondimenti e riflessioni anche cinematografiche. Ho voluto nel mio intervento senza ricordare a proposito il grande intellettuale pugliese, fautore del cosiddetto Pensiero Meridiano, il Prof. Franco Cassano recentemente scomparso (proprio lo scorso febbraio 2021).  Nella “sua” Bari i suoi concittadini lo hanno ricordato affiggendo manifesti sui muri per le strade della città con questa sua frase: “il pensiero meridiano è quel pensiero che si inizia a sentir dentro laddove inizia il mare, quando la riva interrompe gli integrismi della terra” . Poi Faretta ha sottolineato: “Quando parliamo di Mediterraneo parliamo principalmente di Sud. “Occorre restituire al Sud – cito ancora Cassano – l’antica dignità di soggetto del pensiero, interrompere una lunga sequenza in cui esso è stato pensato solo da altri. Il pensiero meridiano è, innanzitutto, riformulazione dell’immagine che il Sud ha di sé: non più periferia degradata dell’impero’ ma nuovo centro di un’identità ricca e molteplice, autenticamente mediterranea”.

Provando a partire da questa massima, per declinarla cinematograficamente, vorrei condividere con voi alcune riflessioni sul “paradigma Mediterraneo” anche nella rappresentazione cinematografica.

Franco Cassano

Fare film a Sud, nel Mediterraneo, oggi rappresenta una vera e propria urgenza, più che in altri posti del mondo! Una necessità, prima ancora che mossa dalle esigenze di budget, mossa dalle esigenze di racconto di Paesi caratterizzati da contraddizioni e instabilità politiche ed economiche, Italia compresa.

Rappresentare il Mediterraneo, rappresentare il Sud oggi significa innanzitutto questo: confrontarsi con gli urti e le urgenze della storia!

E il confronto più vero e profondo avviene quando guardiamo al Sud e al Mediterraneo con Sguardo etico e compenetrante – come direbbe Carlo Levi – alla luce anche degli ulteriori sconvolgimenti causati dalla pandemia.

Antonello Faretta

Le urgenze di racconto cinematografico nel Mediterraneo sovente sono urgenze politiche e di informazione espresse anche con film-saggi utili a costruire dal particolare un racconto universale e sovente facendolo con mezzi non propriamente accordabili al film-business ma piuttosto alla artigianalità. Lo “Sguardo urgente”, il cineasta mediterraneo, sposa nel suo bisogno di racconto forme produttive non convenzionali e non facilmente inquadrabili e catalogabili dall’industria cinematografica. Tali forme indipendenti di produzione declinano un vero e proprio paradigma nella produzione cinematografica non-fiction: quella del filmmaker nell’accezione anglosassone, figura autarchica di autore/produttore, libera, indipendente e affrancata dalle strette regole dello show business. Tale libertà genera sempre innovazione, tanto di linguaggio quanto di modelli produttivi/economici.

Mi viene in mente, tra gli altri, un autore italiano come Michelangelo Frammartino la cui pratica cinematografica ed espressione è frutto di laborio immersivo in situ e, al contempo, en plein air tra le culture espressione dei territori. Il corto circuito autore/territorio declina, come in questo caso, un modello principalmente di ricerca sul campo piuttosto che di business che potrebbe esser definito come parte del “paesaggio generativo”. E questo paesaggio generativo ho l’impressione che sia la cifra della ripresa culturale della produzione cinematografica a fine pandemia. In questo modello cinematografico, come nel caso di Frammartino, possono essere diversi e altri gli attori che rientrano nel finanziamento di un film, ad esempio: Università, centri di ricerca, musei, gallerie d’arte e non da ultimo l’Unesco che con la sua Rete delle Città Creative indica temi e possibilità cinematografiche in quelle città e quei luoghi meritevoli di sviluppo e salvaguardia attraverso le leve e i mezzi del cinema. Si pensi infine anche al percorso delle Capitali Europee della Cultura, al percorso di una città mediterranea come Matera, in Basilicata, Capitale Europea della Cultura 2019 con un processo di sviluppo culturale – sostanziatosi anche attraverso il cinema – iniziato con la tutela del suo paesaggio, del suo patrimonio e delle sue culture con la nomina a patrimonio mondiale dell’umanità nel 1993 dall’Unesco. Tutto è cominciato da lì, dal riconoscimento di un patrimonio, di un bene comune da tutelare. Questi luoghi (non “location”), tali città-laboratorio rappresentano dei veri e propri presidi culturali anche attraverso il cinema e modelli nuovi cinematografici frutto di metodi sperimentali laboratori aliì”. “Il Mediterraneo dunque – a conclusione di queste mie semplici ma che considero necessarie considerazioni e a dieci anni dai sogni infranti della primavera araba che lascia intatta la rabbia e l’urgenza di racconto – rappresenta un modello di innovazione anche nel cinema e, rispetto alla vecchia Europa, un fattore paradossalmente di libertà, identità, emancipazione e vitalità… anche nel mettere assieme minuscoli budget in maniera non convenzionale pur di dare voce al bisogno di racconto del perpetuo stillicidio di comunità vulnerabili, oppresse, afflitte da guerre, tirannie e bavagli prima ancora del recente e necessario uso collettivo delle mascherine cautelative da Covid-19”.

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