UN PREFETTO PIU’ PREFETTO DI TUTTI

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LUCIO TUFANO

L’odore dei lillà e delle acacie, i carabinieri in alta uniforme a presidio del palazzo illuminato, la sparuta ma elitaria fila di lucide Fiat e poi quelle luci, quei finestroni aperti, soprattutto quei lampadari dalle mille gocce: tutto stimola il desiderio di essere, di diventare.

In Prefettura si festeggia il Natale di Roma. La cena si è appena consumata e gli invitati si sciolgono tra gli insidiosi cespugli della villa, alla soffusa luce dei lampadari a tre. Quelli che contano si affrettano a compiacersi della divertita parlantina del nuovo Prefetto.

Il potere del Littorio ha scoperto nell’ex federale di Gorizia il tipo ideale per farsi rappresentare in provincia: alto, sicuro di sé, impetuoso ed autoritario, cortese con le signore, il rifinito prodotto della più esaltata gerarchia del Fascismo. In lui si riassumono tutti gli ingredienti dell’ azione che il Fascismo richiede nei suoi seguaci: fedeltà alla dottrina, fiducia nella ragione della violenza, certezza nella funzione di capo.

Delfino di Starace, è arrivato con la fama del castigamatti, una fama avallata dal modo sbrigativo col quale ha liquidato le ambizioni (a diventare prefetto) del fascista locale, avvocato Catalani, e quella del decorato Caradonna, capo dei fascisti di Foggia e protagonista, a suo tempo, della marcia su Roma.

Con l’arrogante sicurezza di riassumere in sé tutti i poteri che in altre provincie si distribuiscono tra partito e governo, prefetto di nomina politica, avoca a sé il potere di partito semplicemente inviando il federale Rautis, fino ad allora numero uno della gerarchia politica, alla guerra d’Etiopia e sostituendolo con il più malleabile Nicola Carriero, di Avigliano.

Il rag. Avenanti gestisce gli anni del consenso con un concetto personale di rettitudine e giustizia seguendo alla lettera il catechismo del Fascismo.

Il Fascismo d’altronde si è consolidato e ha lasciato alle spalle i tempi dell’anarchia. La violenza ha abbandonalo essa stessa la sua foga teppistica per assumere le vesti più raffinate della suggestione autoritaria, della propaganda di regime, dell’ossessivo controllo della polizia e della articolata gerarchia.

La provincia meridionale, specie quella dell’interno, è passata senza traumi al Fascismo quasi per una sorta di predisposizione che risale ad una mentalità, ad una cultura decadentista, ad una certa ansia di protagonismo, ad una forte, accorata, nostalgia per il mito dell’ordine e della nazione.

In questo Sud il Fascismo trova un terreno fertile su cui affondare le proprie radici. Lo trova nelle masse stordite, incolte, masse che non sono mai state protagoniste, lo trova nei benestanti morigerati, nei perbenisti, nel ceto medio, abituati ad ignorare fatti e vicende della politica, propensi a disprezzarli, a tollerarli o a subirli più che a capirne i moventi, le cause, le finalità per contestarli: lo trova nel sottoproletariato urbano, abituato ad accogliere la politica come attesa di beneficio, come lusinga eccezionale, come speranza di un nuovo che si ritiene migliore del vecchio.

Si ha così un moto vasto e naturale di adesione ai nuovi miti o per un bisogno inconfessato di ruoli da recitare, o per curiosità, o per fatalistica rassegnata accettazione di tutto quello che altri si sono assunti il compito di fare.

E a tutti o quasi è assegnato un copricapo, un grado, un distintivo, una grinta, un frasario, un modo insomma per distinguersi, tipico della patologia piccolo borghese alla ricerca di orpelli sui quali innalzare, almeno di mezza tacca, la propria mediocrità. Distintivi all’occhiello, tessere di partito timbrate, infuriare di timbri, di ruoli e di comandi.

Parate, adunate, sfilale, cortei, plausi, canzoni, fanno da scenario alla rappresentazione del consenso organizzato. Una specie di plebiscito permanente attivato e controllato in ogni comune dai podestà e dai segretari politici, le due figure dell’organizzazione periferica fascista intorno alle quali gira tutto il meccanismo decisionale del regime.

Un meccanismo personalizzato che si muove sugli umori, le simpatie, le dicerie, i bisbigli, i sospetti, le delazioni; un ossessivo indagare sull’individuo e sui comportamenti al fine di favorirlo o di castigarlo.

Alleata d’obbligo in questo processo di controllo è sempre la burocrazia cui il Fascismo ha conservato i poteri in cambio di una messa a punto dei suoi strumenti di efficienza e di servizio. Il conformismo, l’obbedienza e il compiacimento degli impiegati.

Il Prefetto Avenanti si colloca, come pochi, decisamente al vertice di questo sistema autoritario, imprimendo una sua particolare energia nella interpretazione e nella applicazione delle direttive.

Il culto dell’ordine lo porta a ravvisare nel disordinato passeggio di via Pretoria una prima irregolarità da correggere immediatamente. Ordina così di applicare ai pedoni il senso di marcia, destra per chi scende, sinistra per chi sale.

Per attestare la sua autorità è l’unico a spaccare via Pretoria, fiancheggiato dal Podestà e dal Federale e seguito da un codazzo di quadri attenti a far scattare il braccio in doverosa risposta ai timidi saluti degli anonimi e a non perdere la posizione di gerarchico rincalza rispetto all’andatura del grado superiore.

Alle 5 del mattino si scaraventa fuori della Prefettura improvvisamente colpito dal sospetto che non tutti i netturbini stiano lavorando. Anche i panni stesi nei vicoli gli danno fastidio, richiamandogli alla mente il disordinato ventre di Napoli.

L’idea della confusione e del tirare a campare del popolino è totalmente estranea alla sua educazione, per cui anche un fatto banale, come una bancarella appena fuori posto o un mulo che passa per via Pretoria, gli danno l’occasione per una dissertazione sull’igiene del mondo, con citazioni varie da Nietzsche a Gentile.

Alla guisa del brillante ministro degli esteri, Galeazzo Ciano, sa essere l’uomo delle signore, non tralasciando di mettere a buon uso il fascino personale e quello dell’autorità.

Il rag. Avenanti gira in Alfetta a volte indossando la sahariana bianca, a volte indossando la diagonale nera con orbace in grigioverde. Quest’ultima divisa è d’obbligo quando si propone di intervenire come autorità di partito. Spesso comunque lo si vede in borghese, cappello a falde abbassate, ed è questo, per chi ne conosce le abitudini, il segno pieno della funzione.

Nel 1939 l’Italia firmerà il patto di acciaio con la Germania Nazista. Avenanti onora il patto anche nelle piccole cose. Non tollera che in una famiglia borghese possa esservi una cameriera bavarese, ora alleata e non più domestica.

In poco tempo gode di una terribile fama, ma a modo suo è l’interprete più fedele dei comandamenti di Starace. Al di là di quella mania per lo stile, per le uniformi, per le parate, per la retorica, il suo caporalismo da caserma è in funzione di una convinta intransigenza e di un ostinato rispetto della prassi.

Autoritario, violento, paternalista e cavalleresco, qualcosa di mezzo fra la carogna e il benevolo tutore. I direttori si fanno il segno della croce quando sono convocati in Prefettura, gli impiegati si fanno prendere dal panico appena sentono parlare di prossima ispezione nel loro ufficio, al punto che è invalsa l’abitudine di sintetizzare in un “arriva!” il segnale d’allarme.

Un misto di severità e di magnanimità, di capacità e retorica, di idealità e di fanatismo, preda di sacro furore quando esegue alla lettera le direttive del Duce, esce di scena nella maniera più congeniale ad uno che nel Fascismo, può realizzarsi e si è realizzato: parte volontario per la campagna di Russia.

Il potere prefettizio di Potenza toccò punte elevatissime nella nostra storia della amministrazione e della gestione degli interessi collettivi della intera provincia. Ne fece le spese persino il piccolo Comune di Pignola che, per il taglio di un bosco, con provvedimento immediato, così come si volevano definire allora gli atti di imperio adottati dalle autorità, fu aggregato a quello di Potenza[2].

Il podestà di Pignola, ing. Giuseppe Tucci e il segretario politico Ciasca, fecero invano remissione delle loro presunte colpe al federale di Potenza e al capo della Provincia, il duro Prefetto Avenanti.

Si era intorno al 1936 e la cosa apparve di assai secondaria importanza rispetto alla conquista dell’Etiopia.

Avenanti indossava raramente il suo attillato pastrano nero e lucido, lungo fino a metà gamba, con doppia fila di bottoni di oro che non si fermavano alla cintola, il dorato aquilotto sul fez piumato, i gambali con gli speroni e i guanti; ma lo faceva nelle occasioni importanti, quando doveva specialmente ricordare ai gregari, agli impiegati ed ai camerati tutti, che egli era anche console generale della Milizia. Del resto qualunque fosse il genere del suo abbigliamento, il suo coraggio, la sua temerarietà, la sua straordinaria energia, il suo fanatismo, chiaramente si intuiva quale tipo di identità, assoluta ed impegnata, vi fosse tra il suo personaggio ed il Fascismo.

In lui la forma era una altisonante decorazione della sostanza, e i “fogli d’ordine” di Starace ebbero sempre pedissequa applicazione nella realtà locale, specie per quanto poteva riguardare il nuovo stile di vita, il nuovo costume fascista e i nuovi doveri del cittadino come quello della iscrizione al Partito che fu definita “a tessera del pane” a significare la impossibilità di procacciarsi il lavoro da parte di chiunque non fosse in possesso.

E per le riunioni del sabato, il “voi” al posto del “lei”, le dimostrazioni in Prefettura, le esercitazioni ginniche, il passo romano, le relazioni di promozione e realizzazione economica al Consiglio Provinciale delle Corporazioni, le zioni demografiche e i premi per la nascita dei “figli della lupa” presso le fa numerose. Ma Avenanti lasciò una profonda impronta in una città che naturalmente lo accettò cosi come appariva, grazie ad una sua masochistica capacità di subire, senza evidenti sintomi di insofferenza o di intolleranza, tutti gli uomini del Duce.

I pochi meriti del prefetto di polizia Giuseppe Avenanti forse furono posti in ombra, da questa mania di essere factotum, energumeno, amministratore di giustizia, protagonista di ogni situazione da reprimere e da modificare, dal suo fervente culto della fraseologia fascista e dalla sua frenetica e ossessiva velleità di voler perseguitare lutti coloro che, impiegati, operai, borghesi fossero dediti alla mormorazione male che si acuì durante il triste periodo della guerra, per coloro che ascoltavano, di sera, radio Londra.

IN COPERTINA IL PREFETTO AVENANTE CON IL COMANDANTE DEI VIGILI URBANI DI POTENZA ED IL PRESIDENTE DELLA PROVINCIA AVV. ANTONIO LANCIERI 8 FOTO DAL LIBRO DI F.GALASSO ” POTENZA NEI RICORDI E NELLE IMMAGINI”

[1] “Bombette, Borsalini, Coppole e Papaline”, dal programma di accesso RAI di Potenza (Tufano e Rosa, 1974/75).

[2] Notizia riferitami dall’ingegnere Giuseppe Tucci.

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Sull' Autore

LUCIO TUFANO: BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE “Per il centenario di Potenza capoluogo (1806-2006)” – Edizioni Spartaco 2008. S. Maria C. V. (Ce). Lucio Tufano, “Dal regale teatro di campagna”. Edit. Baratto Libri. Roma 1987. Lucio Tufano, “Le dissolute ragnatele del sapore”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “Carnevale, Carnevalone e Carnevalicchio”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “I segnalatori. I poteri della paura”. AA. VV., Calice Editore; “La forza della tradizione”, art. da “La Nuova Basilicata” del 27.5.199; “A spasso per il tempo”, art. da “La Nuova Basilicata” del 29.5.1999; “Speciale sfilata dei Turchi (a cura di), art. da “Città domani” del 27.5.1990; “Potenza come un bazar” art. da “La Nuova Basilicata” del 26.5.2000; “Ai turchi serve marketing” art. da “La Nuova Basilicata” del 1.6.2000; “Gli spots ricchi e quelli poveri della civiltà artigiana”, art. da “Controsenso” del 10 giugno 2008; “I brevettari”, art. da Il Quotidiano di Basilicata; “Sarachedda e l’epopea degli stracci”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 20.2.1996; “La ribalta dei vicoli e dei sottani”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Lucio Tufano, "Il Kanapone" – Calice editore, Rionero in Vulture. Lucio Tufano "Lo Sconfittoriale" – Calice editore, Rionero in Vulture.

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