La pandemia ha colpito duro, su tutti i fronti: dall’economia alla finanza, passando per il lavoro e il costo della vita, convivere con il Covid-19 è un supplizio dalle tristi e caleidoscopiche (seppur tendenti al nero) forme. Se però gli effetti sulla vita “spicciola” di tutti i giorni sono relativaamente scorgibili armandosi di una mera calcolatrice, il “ko” mentale di massa che l’emergenza sanitaria (e con essa tutte le stringenti misure applicate per contenerla) ha innescato, è sempre stato visualizzato più teoricamente che praticamente. Ma, nei giorni scorsi, un lungo e vasto studio pubblicato sulla rivista Nature, ha offerto uno spaccato relativamente concreto di cosa, effettivamente, la pandemia abbia scatenato nella mente di tante persone. E, all’interno d’esso, dati sconvolgenti: il report analitico, al centro del lavoro di ricerca condotto da un team dell’Università di Losanna (Svizzera), ha certificato il “boom” di richieste d’aiuto e di chiamate alle “helpline” e linee anti-suicidio durante i primi mesi della pandemia in ben 19 paesi del mondo, tra cui ben 14 europei (Italia compresa). In modo particolare, lo studio si è poggiato su ben 8 milioni di telefonate effettuate durante le prime sei settimane della primissima ondata di infezioni da Covid-19. E, in soli due mesi, i dati riportati dai ricercatori svizzeri hanno evidenziato un aumento vertiginoso delle chiamate rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente: +35%. «Tendenzialmente, l’aumento delle chiamate è da correlarsi ad un incremento della necessità delle persone di parlare con qualcuno della pandemia e non per un ipotetico aumento, non certificato da dati, di casi di violenza domestica o di suicidio» ha specificato Marius Brülhart, economista dell’Università di Losanna e co-autore dello studio. E, seppur i dati siano già preoccupanti (specialmente per quanto concerne ipotetiche “ferite” a carattere mentale di tanti e di cui non si conosce, effettivamente, la positiva o negativa guarigione), Brülhart ha altresì specificato che i dati potrebbero essere parziali poiché, come ha evidenziato lo studioso, in quelle settimane iniziali quasi tutte le linee d’aiuto contattate erano state sommerse da un volume di chiamate enorme a cui, purtroppo, non sono riuscite a far integralmente fronte a causa di staff limitati. Tra i dati emersi dallo studio, vi sono anche casi “particolari”: i ricercatori, ad esempio, hanno notato che in Francia e Germania, chiamate legate a veri o presunti tentativi di suicidio esplosero letteralmente durante i periodi in cui le misure restrittive anti-contagio si fecero più stringenti. Al contrario, le stesse diminuirono in modo deciso nel momento in cui i governi nazionali predisposero piani d’aiuto di stampo finanziario alle fasce di popolazione più esposte. E in Italia? Nonostante l’incertezza sull’emergenza pandemica sia ancora forte ma sicuramente meno “pesante” e “gravosa” di quasi due anni fa, anche grazie agli enormi passi in avanti fatti innescati da una capillare campagna vaccinale, in Italia la situazione non è propriamente delle più felici a livello strettamente mentale. E, a testimoniarlo, sono i dati diffusi a settembre dall’organizzazione di volontariato “Telefono amico”. Durante i primi sei mesi del 2021, sono state circa 3mila le persone che hanno chiesto aiuto all’organizzazione perché in procinto di suicidarsi oppure perché preoccupate per un possibile suicidio di un familiare o amico. Un numero enorme, quasi il triplo delle segnalazioni rispetto allo stesso periodo pre-pandemico. Ma, purtroppo, i dati preoccupanti non terminano qui: secondo “Telefono Amico”, vi sarebbe una tendenza al peggioramento con il protrarsi dell’emergenza sanitaria. Infatti, l’organizzazione ha analizzato i propri dati, confrontando il primo semestre del 2020 con i primi sei mesi di quest’anno. E, in questo caso, i numeri sono devastanti: +50% di segnalazioni legate al suicidio. In aggiunta, “Telefono Amico” ha sottolineato come il maggior numero di richieste proverrebbe da donne (il 51,2%) e, tristemente, da due specifici gruppi di giovani (il 21,3% compreso tra i 19 e i 25 anni d’età e il 19,6% tra i 26 e i 36 anni).
Covid e salute mentale: il “boom” di richieste d’aiuto durante il lockdown
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