di Gianfranco Blasi
Quella che vi proponiamo è una riflessione su un viaggio che per noi, per me e AnnaMaria, mia moglie, è anche un cammino. Un modo di esplorare storia e storie di donne e uomini, reggine e re, imperatori e santi fra castelli e santuari, borghi storici e monasteri. Percorsi di conoscenza, di spiritualità. Un modo di indagare il territorio, di riscoprirlo piacevolmente, facendo memoria del patrimonio di bellezza del nostro paese.
In uno dei suoi ultimi libri “Italia Carismatica” il professor Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’ Egidio, scrive che esiste un fenomeno riconducibile alla nostra età contemporanea che si muove sulle tracce della fede, della curiosità e della riscoperta di religiosità. In particolare, continua la sua riflessione Riccardi “è come se dal basso si sentisse il bisogno di ripercorrere storie di persone e luoghi, di costruzioni e di esempi di quel cristianesimo che è alle fondamenta della chiesa universale”. A pensarci bene si tratta di una riflessione non solo vera ma profondamente attuale. Una riflessione che si inserisce nella crisi odierna della religione cristiana, sopratutto nel suo rapporto con il mondo occidentale. Nell’Europa fondata sul cattolicesimo e le sue declinazioni, in Francia solo il tre per cento della popolazione si dichiara praticante. Nella cattolicissima Spagna non si supera ormai il quindici per cento.
Nella Germania, la chiesa è stata colpita dagli scandali, dalla corruzione e dai noti fenomeni di pedofilia. Lì, il cattolicesimo può solo pensare di riformarsi. Resta l’Italia. L’Italia dei papi e di un rapporto diretto fra Vaticano e società, parrocchie e quartieri. Un tempo, fra società, chiesa e politica. Eppure, solo il venti per cento degli italiani si dichiara praticante, mentre quattro italiani su cento frequentano i sacramenti e le messe. Parlare di declino davanti a questi numeri, è poco. Si tratta di un processo ormai neppure troppo lento di decomposizione strutturale di un modello. E’ molto probabile che la crisi manifesti un rigetto della Chiesa gerarchica, della sua insufficiente autorevolezza rispetto ai cambiamenti che stanno determinando nuovi linguaggi, nuove relazioni e ricomposizioni sociali. Si pensi al mancato ruolo delle donne. All’incapacità di rendere pieno il rinnovamento che il concilio Vaticano II aveva reso plastico. Le persone nostre contemporanee hanno bisogno di spazi di libertà molto diversi da quelli di cinquanta o cento anni fa. La critica sociale è esercitata in maniera spinta, influenzata dai social senza che vi sia bisogno di alcuna fidelizzazione o appartenenza. 
Per questo negli ultimi decenni stiamo assistendo ad una riscoperta di luoghi, simboli, esperienze, che consentono individualmente di approcciare al bacino spirituale, alle fonti della cristianità. C’è una certezza nel rapporto tra l’uomo e la religione, fra l’occidente e il cristianesimo che è la continuità storica di un pensiero che non si è mai interrotto in duemila anni. Che è lì visibile, soprattutto nei luoghi capaci da soli di dare delle risposte. Il santuario, la religione popolare, la pietà mariana, sono qualcosa di intimamente legato alla tradizione, ad una trasmissione concreta fra generazioni che dura nei secoli. Non c’è santuario senza storia, quella remota e quella recente. In questo senso, scrive Riccardi, “non c’è necessità di spiritualità. C’è una corrente di fede e di pietà che si tocca con mano.” Questo pensiero critico ci ha portato ad indagare le tracce, i percorsi e i sentieri del cristianesimo italiano. Lo facemmo in Umbria, qualche anno fa, circumnavigando il monte Subasio, fra la Porziuncola, la Basilica di san Francesco, L’Eremo delle Carceri, quello di santa Chiara, le città di Spello ed Assisi, la tomba di Fratel Carlo Carretto, che è stato un religioso italiano, della congregazione dei Piccoli Fratelli del Vangelo che proprio a Spello, nella seconda metà del secolo scorso ha fondato una comunità di preghiera, spiritualità esegetica e lavoro. Luoghi sacri dove tutto parla di San Francesco, ma non in modo immoto. La stessa tradizione e gli stessi luoghi, interrogati diversamente e visitati da uomini differenti, possono dare nuove risposte.
Quest’anno è toccato a Subiaco, ai monasteri di santa Scolastica e di san Benedetto. Ci sono stati altri periodi storici di declino e crisi del nostro mondo. Nella seconda metà del quattrocento dopo Cristo ve ne fu uno di particolare rilievo che accompagnò la caduta dell’impero romano d’occidente. La grandezza di Roma, assediata dai così detti “Barbari”, si è sgretolata dall’interno, sotto i colpi delle faide di potere, della corruzione, della mancanza di reattività sociale davanti al declino evidente. Una società opulenta che pretendeva diritti e si negava ai doveri. Persino il più grande esercito di quel mondo si era sfaldato e diviso fra comandi regionali in competizione fra loro.
Benedetto, fratello gemello di Scolastica, nacque in quegli anni complicati nella città umbra di Norcia. Probabilmente nel 480. Il padre, Eutropio, figlio di Giustiniano Probo della gens Anicia, era console e capitano generale dei Romani in quel territorio umbro. La madre, anch’essa di origini aristocratiche, morì quando i due bimbi vennero alla luce. A dodici anni Benedetto e la sorella furono mandati a Roma per approfondire gli studi. Non passarono che pochi mesi. Benedetto chiese al padre di poter tornare ricevendone un rifiuto. Il giovane era rimasto sconvolto dalla vita dissoluto della grande città decadente.
Come racconta Gregorio Magno nel secondo libro dei dialoghi: “Ritrasse il piede che aveva appena posto sulla soglia del mondo per non precipitare anche lui totalmente nell’immane precipizio. Disprezzò quindi gli studi letterari, abbandonò la casa e i beni paterni e volle far parte della vita monastica. All’età di diciassette anni insieme alla sua nutrice Cirilla, si ritirò nella valle dell’Aniene, prima a Eufide, attuale Affile, poi si recò a Subiaco nei pressi di un’antica villa neroniana, dove le acque del fiume Aniene alimentano tre laghetti.”
Benedetto a Subiaco, nel Lazio più interno, fra montagne ricche di boschi e di acque. Secondo la tradizione, per tre anni vive da solo in una grotta, incuneandosi nelle viscere di una montagna rocciosa, che diventerà la sua chiesa, il suo convento e poi un grande monastero. Deciderà dopo questa lunga meditazione, trascorsi giorni di intensa preghiera, che non è della solitudine che ha bisogno. Bensì di vita comune, relazioni. Di mettere insieme uomini, preghiera, lavoro e meditazione, di costruire un modello monacale che stia dentro il mondo. Non fuori da esso. “Ora et labora”. Ma anche obbedienza, silenzio e umiltà. Questi concetti furono in diverse occasioni contestati. Persino dai suoi stessi monaci. Per due volte tentarono di avvelenarlo. Sentivano la Regola stretta. Soffrivano la personalità dell’abate. Benedetto sarà raggiunto da sua sorella gemella, Scolastica. Insieme, se pure in conventi edificati a poche centinaia di metri, vivranno. Una volta alla settimana staranno insieme. Si confronteranno. Si uniranno nella meditazione e nell’ascolto reciproco. Uniti fino alla fine dei loro giorni terreni. Questo lato femminile di Benedetto ha il sapore della profezia e la leggerezza sentimentale di un amore fraterno universale. Il lato femminile dell’umanità che non sta dietro ma di fronte, che non viene dopo, ma che avanza e sta accanto.
La Regola benedettina sarà impregnata di umanità, ispirata a San Paolo. Molte membra un solo corpo. L’insieme vive e si esprime proprio perché è fatto di diversità e di unità. La ricerca di Benedetto è nell’armonia del vivere. Coglie il senso di profondo declino del suo tempo. Capisce che il cristianesimo ha bisogno di nuovi costruttori. Il lavoro con la sua inestimabile dignità. La preghiera come tesoro dinamico di rigenerazione. Bisogna sentire la presenza di Dio. Respirarla. La scrittura e la copiatura dei testi per fare memoria e spostare nella storia, in avanti, il giacimento di conoscenza della Chiesa. La bellezza come elemento valoriale. Basti pensare alla pittura, ai canti gregoriani che verranno. La semplicità e la povertà per se stessi, ma anche la grandezza e l’altezza delle architetture conventuali. Perché è Dio l’epicentro. E’ in Lui che bisogna trovare rifugio. Eccolo Montecassino, dopo Subiaco. Ed eccoli, uno ad uno tutti i suoi monasteri che nei secoli hanno montato le architravi del cattolicesimo.
Benedetto ha scritto una Regola pratica di vita, proponendola all’uomo del suo tempo, confuso e smarrito, privo di saldi riferimenti spirituali, culturali e sociali. Ha fatto, perciò, appello all’unica insopprimibile certezza che un uomo di tal genere poteva sperimentare, cioè il proprio desiderio di pienezza di vita, di libertà e felicità, impreziosendo una verità antropologica fondamentale: l’essere creato per amore, a immagine e somiglianza di Dio, è chiamato a rispondere a tale vocazione ricercando il volto di Colui che lo invita all’intimità della comunione divina. Come ha detto e scritto Giovanni Paolo II: “San Benedetto non propone una certa visione teologica astratta, ma partendo dalla verità delle cose, come è solito fare, inculca fortemente negli animi un modo di pensare e di agire, per il quale la teologia è trasferita nel vivere quotidiano.”
E così accade che il lavoro, tutto il lavoro, anche se umile e poco apprezzato, tuttavia arricchito di una certa qual dignità, viene intrapreso e diventa parte vitale dell’unità intesa da San Paolo, proprio come puntualizzato da Paolo VI: “di quella ricerca somma ed esclusiva di Dio nella solitudine e nel silenzio, nel lavoro umile e povero, per dare alla vita il significato di una orazione continuata, di un “sacrificium laudis”, insieme celebrato, insieme consumato, nel respiro di una gaudiosa e fraterna carità”. Subiaco ci ha portato a queste riflessioni. A capire quanto abbia ragione Andrea Riccardi ad andare aldilà delle parrocchie vuote. Ci sono luoghi sacri dove è possibile riempire gli occhi e le bisacce, come abbiamo fatto metaforicamente presso i laghetti del Santo.
Peraltro, la presenza di uomini e donne di diverse etnie e nazionalità ci ha ricondotti ad un’ultima suggestione. La vera contrapposizione che caratterizza il mondo di oggi non è quella tra diverse culture religiose, ma quella tra la radicale emancipazione dell’uomo da Dio, dalle radici della vita da una parte, e le grandi culture religiose dall’altra. Se si arriverà ad uno scontro delle culture, non sarà per lo scontro delle grandi religioni – da sempre in lotta le une contro le altre ma che, alla fine, hanno anche sempre saputo vivere le une con le altre –, ma sarà per lo scontro tra questa radicale emancipazione dell’uomo e le grandi culture storiche.
Così, anche il rifiuto del riferimento a Dio, non è espressione di una tolleranza che vuole proteggere le religioni diverse dalla nostra e la dignità degli atei e degli agnostici, ma piuttosto espressione di una coscienza che vorrebbe vedere Dio cancellato definitivamente dalla vita pubblica dell’umanità e accantonato nell’ambito soggettivo di residue culture del passato. Quasi si trattasse di fatti marginali della storia.
Benedetto XVI, non a caso il sedicesimo papa a chiamarsi Benedetto, ci ha insegnato che il relativismo, che costituisce il punto di partenza di tutto questo, diventa così un dogmatismo che si crede in possesso della definitiva conoscenza della ragione, ed in diritto di considerare tutto il resto soltanto come uno stadio dell’umanità in fondo superato. Che può essere adeguatamente relativizzato. In realtà, scrive Benedetto XVI, “ciò significa che abbiamo bisogno di radici per sopravvivere e che non dobbiamo perdere Dio di vista, se vogliamo che la dignità umana non sparisca.”
Abbiamo bisogno di uomini che tengano lo sguardo dritto verso Dio, imparando da lì la vera umanità. Soltanto attraverso uomini che sono toccati da Dio, Dio può far ritorno presso gli uomini.
Abbiamo bisogno di uomini come Benedetto da Norcia il quale, in un tempo di dissipazione e di decadenza, si sprofondò nella solitudine più estrema, riuscendo, dopo tutte le purificazioni che dovette subire, a risalire alla luce. Fondò a Montecassino, dopo Subiaco, una nuova Opera. Ancora un grande convento. Nacque su un monte alto, dalle basi solide, si sovrappose ad antiche rovine e macerie.
Così Benedetto insieme a sua sorella Scolastica, come Abramo, diventarono padre e madre di molti popoli.
Le raccomandazioni ai suoi monaci poste alla fine della sua Regola, sono indicazioni che mostrano anche a noi la via che conduce in alto, fuori dalle crisi e dalle macerie. Ci piace riproporle attraverso il cardinale Gianfranco Ravasi, che in un suo agilissimo scritto, cita le parole iniziali pronunciate da Roland Barthes a gennaio 1977 in occasione della prima lezione al Collège de France, dove San Benedetto era al centro della riflessione seminariale: “Vi è un’età in cui si insegna ciò che si sa; ma poi ne viene un’altra in cui si insegna ciò che non si sa: questo si chiama cercare. Ora è forse l’età di un’altra esperienza: quella di disimparare, di lasciar lavorare meno i nostri convincimenti. Proviamo a lasciare lì, a sedimentare le cognizioni, le culture, le credenze che abbiamo attraversato. Quest’esperienza ha, credo, un nome illustre e demodé, che io oserò impiegare senza complessi, proprio nell’ambivalenza della sua etimologia. Sapientia: nessun potere, un po’ di sapere, un po’ di saggezza, e quanto più sapore possibile. “
In una parola, Benedetto da Norcia.