intervista a cura di Rocco Rosa
Il dr.Michele Cannizzaro non è persona che ama i riflettori. Da quando ha lasciato la guida dell’Ospedale San Carlo, al termine di una stagione molto proficua per il nosocomio potentino, non ha mai parlato del settore che lo ha visto protagonista, né si è lasciato andare a dichiarazioni pubbliche. Adesso è però entrato in campo , con l’energia che lo contraddistingue e con un fiume di argomentazioni che è difficile sintetizzare. Il motivo? Niente di personale e niente di privato, ma una seria preoccupazione per un sistema sanitario regionale che si sta sfasciando e che corre dritto verso un destino di commissariamento .
Eppure il Presidente Bardi parla solo di un deficit di 15 milioni appena?
Non sono le cifre esatte, ma se anche fossero queste, il problema non è se e come ripianarla, perché i soldi una tantum si possono trovare. Il problema è che il sistema perde colpi e arretra ogni anno, in termini di efficienza, in termini di risposta agli utenti e in termini di fuga verso altre regioni.E questo significa deficit in costante aumento. L’emigrazione sanitaria non è stata mai così massiccia, e si corre fuori anche per cose che possono essere tranquillamente risolte in regione. Le liste sanitarie sono un dramma per la gran parte delle famiglie al punto che c’è una netta divisione tra chi può concedersi una visita o un esame privato e chi invece , non potendolo, mette a rischio la propria salute.
A che cosa è dovuta questa deriva?
Ad una serie di fattori, alcuni provenienti da lontano, altri ,propri di questa fase di gestione L’accusa che si fa a quelli di oggi è che dimostrano ogni giorno di non tenere sotto controllo il sistema. C’è una sorta di rifiuto a confrontarsi con quelli che il settore lo conoscono giacchè ne sono gli attori e lo vivono quotidianamente. Una sorta di autoisolamento che denota una inadeguatezza di fondo a confrontarsi sui problemi.
Sta parlando della sanità privata.
No, il mio ragionamento è a tutto campo e riguarda il modo di organizzare la sanità pubblica, di farla uscire dal pantano in cui è precipitata. Per quanto riguarda i privati, c’è solo da dire che lo sforzo che gli stessi hanno fatto per aiutare a diminuire le liste di attesa, si è risolto in un voltafaccia clamoroso del Dipartimento e della Giunta regionale rispetto alle cose assentite e decise. Si torna al fabbisogno di 11 anni fa, con in più la faccia tosta di parlare di intesa raggiunta. Si può essere più cinici di così! Una vera e propria presa per i fondelli
E dunque i punti critici del sistema dove li vede?
In un difetto di organizzazione o meglio in una incapacità di darsi una organizzazione che sia al tempo stesso funzionale, efficiente e indirizzata verso il contenimento dei costi. Entrano in ballo questioni fondamentali: la persistenza di 17 ospedali in un territorio che è un quartiere di Napoli, l’incapacità di renderli produttivi evitando una duplicazione di reparti, l’incapacità di ergersi al di sopra del campanilismo, come dimostrano i cedimenti di ieri alle varie comunità locali. E poi , diciamolo pure, la cattiva gestione delle risorse mediche e sanitarie in genere.
In che senso parla di cattiva gestione?
Non c’è assolutamente controllo sulla operatività dei reparti : un ricorso smisurato a prestazioni intramoenia ed extra moenia, un mancata dismissione di servizi diagnostici che , conti alla mano, costano meno se fatti all’esterno., E poi la fuga di medici bravi e l’incapacità di far trionfare il merito nelle assunzioni.
Veramente questo non è solo un vizio di oggi?
Si , certamente, ma la direzione di marcia non è cambiata. Basti vedere l’ostinazione con cui si sono mantenuti direttori palesemente non all’altezza. E ,a proposito di dirigenza, non Le sembra che sia venuto il momento di ridurre a due i sogegtti gestionali, e cioè una asl unica regionale e un ente ospedaliero unico regionale.?
Già, ma poi dicono che Potenza vuole riprendere in mano tutto….
Se si lavora seriamente ad una riorganizzazione la soluzione che sia ad un tempo equilibrata ed efficiente si trova. Il problema è che la politica non può essere declinata solo come ricerca del consenso, ma deve trovare le soluzioni che più contribuiscono all’interesse generale. E in questo la destra ha dimostrato continuità col passato, al di là delle declamazioni di principio. Per farle un esempio , Il servizio 118 non ha posto problemi di territorio o rivendicazioni campanilistiche, e la sua organizzazione è stata strutturata bene. Piuttosto adesso è ora di supportarlo diversamente, con tutte le autoambulanze medicalmente assistite, con i servizi immediati di diagnostica all’interno delle autoambulanze, con la telemedicina che può consentire una diagnosi immediata, liberando i pronti soccorsi dal sovraffollamento e i reparti da ricoveri impropri. Insomma c’è un grande lavoro da fare a 360 gradi.
Ma chi può farlo, se finora si è mosso poco o niente?
Due le condizioni, serietà e unità: Qui non si tratta di dividersi tra maggioranze e opposizione ma di lavorare ad un serio progetto di riorganizzzazione che sia anche la premessa del nuovo piano sanitario. Ci vorrebbe una task force di cinque sei persone che conoscono il settore in maniera approfondita e da veri esperti. Quattro mesi di lavoro per produrre una proposta e poi portarla al vaglio dei decisori. Lavorare sul concreto e non mettere giù il solito libro dei sogni pensato da chi non conosce il territorio. Il solo modo per salvare la sanità lucana è affrontare i porblemi che si conoscono e rispetto ai quali molti si girano dall’altra parte.