La magna carta: statolatria e popolarchia

0

LUCIO TUFANO

 

            Mussolini vedeva lo Stato come una monade inscindibile, con un tutto unico nel quale convergevano e trovavano tutela individui e gruppi, classi e categorie, fascisti e non. Nella utilità dello Stato le classi sociali si amalgamavano in una sola realtà economica e morale con tutte le loro esigenze riconosciute e sostenute  nel sistema corporativo: “Lo Stato Fascista reca assoluta e completa l’impronta dello spirito di Mussolini, ed è anche, come il Fascismo lo concepisce e realizza, lo spirito del popolo per cui il corpo è il popolo, giacché l’ente Stato rappresenta il concretarsi della volontà di vita, di ordine, di potenza del popolo stesso”.

            “Lo Stato è il popolo e il popolo è lo Stato”, questo andava declamando il Duce. Lo ripetevano i gerarchi, proprio come per l’antica Roma, la espressione “Senatus Populusque Romanus” comprendeva tutta la forza spirituale e materiale della romanità (civis romanus sum).

            Era dunque questa la coscienza che faceva considerare il bene individuale come bene della nazione e la libertà come autolimitazione, disciplina e dovere, per cui tutto era in funzione del bene della Patria.

            Nel realizzarsi totalitario di tali aspetti morali si doveva consolidare lo Stato e si doveva potenziare la sua autorità nei confronti degli individui che venivano investiti e coagulati.

            Da tutto questo scaturiva il servizio militante dei gerarchi, dei funzionari, dei camerati, il controllo di disciplina sugli individui attraverso il partito, le associazioni e i sindacati per garantire nell’ordine e nella morale dei sudditi la funzionalità e l’esercizio del proprio dovere.

            Era anche per questo che per il Duce quello Stato controllava tutte le forze politiche, era garante della sicurezza, era non soltanto presente, ma anche passato e soprattutto futuro e che, trascendendo il breve corso della esistenza umana, rappresentava la coscienza immanente della nazione. Uno Stato che doveva educare i cittadini alla virtù  civile, li doveva responsabilizzare della loro missione, doveva armonizzare i loro interessi nella giustizia e, per la sua consapevolezza, e per la sua volontà, doveva configurarsi come Stato etico.

            Da tali principi scaturiva l’essenza dell’ordinamento corporativo come origine e come storia: “il declino del senso dello Stato per il prevalere delle tendenze dissociatrici e centrifughe dei cittadini o dei gruppi, porta la nazione al tramonto”.

            Da queste teorie etiche e filosofiche di uno Stato totalitario, il Fascismo di Mussolini, nei cui gangli, corridoi e meandri,  nelle profonde aule con scrivanie, bandiere e capi, nei complessi e nei deliri, nelle diverse sindromi, esilaranti o mortificatorie, esprimeva tutta la sua voluttà di potere come esercizio eroico-esibitorio o afflizione e morte civile. I medesimi ingredienti,  quelli della congiura, della denigrazione, del linciaggio, dell’acredine, l’analogo ringhio di provincia da parte di chi commentava in tossine i fatti della politica, la medesima obiettiva difficoltà di coniugare i nani con i giganti.

            Più che il “Covo degli Arditi” di Potenza, con il mucchio di pietre poste a mo’ di monumento, più che il fascio di spighe a rappresentare la battaglia tra manipoli e ristoppie per l’epopea delle copiose mietiture, più che il cespuglio di gagliardetti e di labari, più che il gruppo di moschetti messi in verticale ed appoggiati tra di loro come riposo o tregua dalle esercitazioni della guerra, più che le piramidi di berretti, fez e cappelli con visiera con stemmi ed  aquile, in fogge e gradi diversi, a rappresentare un guardaroba di regime e di stagioni, più che un gruppo di fibre, come fascio nervoso o muscolare, più che il fascio di verghe di olmo o di betulla, in cui era inserita di lato o nel centro una scure, a simbolo della ideologia, del partito e del regime, operò il fascio delle carte.

            E’ quel fascio che oggi, a distanza di più di mezzo secolo, ci è utile per comprendere fino in fondo quale fu la portata, la vastità e la profondità del fenomeno.

 

 

Condividi

Sull' Autore

LUCIO TUFANO: BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE “Per il centenario di Potenza capoluogo (1806-2006)” – Edizioni Spartaco 2008. S. Maria C. V. (Ce). Lucio Tufano, “Dal regale teatro di campagna”. Edit. Baratto Libri. Roma 1987. Lucio Tufano, “Le dissolute ragnatele del sapore”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “Carnevale, Carnevalone e Carnevalicchio”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “I segnalatori. I poteri della paura”. AA. VV., Calice Editore; “La forza della tradizione”, art. da “La Nuova Basilicata” del 27.5.199; “A spasso per il tempo”, art. da “La Nuova Basilicata” del 29.5.1999; “Speciale sfilata dei Turchi (a cura di), art. da “Città domani” del 27.5.1990; “Potenza come un bazar” art. da “La Nuova Basilicata” del 26.5.2000; “Ai turchi serve marketing” art. da “La Nuova Basilicata” del 1.6.2000; “Gli spots ricchi e quelli poveri della civiltà artigiana”, art. da “Controsenso” del 10 giugno 2008; “I brevettari”, art. da Il Quotidiano di Basilicata; “Sarachedda e l’epopea degli stracci”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 20.2.1996; “La ribalta dei vicoli e dei sottani”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Lucio Tufano, "Il Kanapone" – Calice editore, Rionero in Vulture. Lucio Tufano "Lo Sconfittoriale" – Calice editore, Rionero in Vulture.

Lascia un Commento