La particolare struttura di funzionamento dei social network – Facebook su tutti, ma anche Twitter – e delle piattaforme digitali di discussione ha consentito un improvviso avvicinamento non solo orizzontale, fra persone fra loro molto lontane geograficamente (io ad esempio sono felicissima di aver ritrovato parenti, cugini, amici che credevo perduti per sempre, e di cui ora riesco a seguire la vita, gli stati d’animo, i fatti salienti) ma anche verticale. Non ci sono più filtri per il raggiungimento di persone note, personaggi dello spettacolo, sportivi famosi, e politici o rappresentanti delle istituzioni. Ma se è facile che accada che un cittadino possa interloquire con una istituzione o un rappresentante della pubblica amministrazione, non accade quasi mai che costoro rispondano, che il dialogo sia cioè bidirezionale. Come si costruisce, allora, un corretto dialogo digitale fra cittadini e istituzioni?
Un testo fondamentale per capire le dinamiche che sovrintendono alla costruzione di rapporti proficui in rete tra cittadini e decisori politici è Wikicrazia, pubblicato nella sua prima edizione nel 2010 dal mio amico e maestro Alberto Cottica. Senza pretendere di farne il riassunto, mi limito a ricordare che fra le molte indicazioni preziose che vengono date ce n’è ad esempio una relativa al tono con il quale dovrebbe svolgersi il dialogo: le istituzioni dovrebbero “parlare con voce umana“. Questo vuol dire eliminare qualunque forma di burocratese e di linguaggio stereotipato, e intavolare una discussione con i cittadini che sia una discussione fra pari.
Se i decisori politici decidono cioè di mobilitare l’intelligenza collettiva dei cittadini, per usare una espressione molto cara a Fabrizio Barca, la costruzione di una community avrà al suo interno, fra le poche ma chiare regole che sovrintendono al suo corretto funzionamento, quella della assenza di rendite di posizione. Fra i membri di una community digitale non ha alcuna importanza il ruolo ricoperto off line. L’autorevolezza si conquista sul campo, nel dialogo, nella costruzione di ponti e reti, nella sensatezza e fattibilità delle soluzioni proposte. E, perchè no, anche dal tono di voce utilizzato: non vale urlare, insultare, attaccare, essere aggressivi o volgari. Il rispetto reciproco assicura un dialogo proficuo con i cittadini, e alle istituzioni conviene: “accedono ad una straordinaria ricchezza informativa a costi trascurabili; costruiscono credibilità; reclutano partecipazione e collaborazione” (Alberto Cottica, Wikicrazia, pag. 148)
Una ultima annotazione: fra gli strumenti digitali possibili per aprire un dialogo fra istituzioni e cittadini, NON ci sono (secondo Cottica) i social network. Occorrono strumenti digitali ad hoc, nei quali la serietà e la credibilità della istituzione sia riconoscibile, perchè questo incide sulla serietà e la credibilità del dialogo che ne può scaturire. Tutti elementi che non è possibile rintracciare ad esempio su Facebook, luogo del qui ed ora, e spesso del gioco o, al contrario, dell’odio, fini a sé stessi: sentimenti che non sono utili alla mobilitazione della intelligenza collettiva. Se sto discutendo su un social network, sono al bar: bevo una birra, ho i calzoncini corti e dico quello che mi passa per la testa, tanto domani sarà dimenticato. Se sto dialogando su una piattaforma digitale istituzionale, ho messo la giacca e la cravatta, e sto bene attento a capire quanto mi viene detto e a spiegare le mie ragioni, pena l’essere escluso da una conversazione che mi interessa, visto che vi sto volontariamente partecipando, spendendo del tempo per farmi ascoltare da una istituzione su un tema che mi tocca da vicino.
