editoriale
Margherita E. Torrio
Il 25 aprile. Festa della Liberazione. La data della liberazione di Milano diventò simbolo della fine della occupazione nazista e dal regime fascista, e, quindi, della liberazione dell'Italia. Il 22 aprile 1946 fu fissata la data d'istituzione della ricorrenza e della memoria. Protagonisti di quella svolta furono le formazioni partigiane che anticiparono le truppe alleate, sbarcate nel 1943-44 nel Centro-Sud. La resistenza al nazi-fascismo aveva, però, origini più datate, non avendo, gli anti fascisti della primissima ora, mai rinunciato a fare informazione alternativa e a promuovere cultura e anelito di libertà così che una rete di comunicazione e solidarietà era già stata avviata ed era presente in tutta Italia. In Basilicata socialisti, comunisti, repubblicani, liberali, cattolici che avevano continuato a tessere contatti e relazioni, se pure clandestine, mentre gli anglo-americani risalivano la penisola e sbarcavano ad Anzio, si impegnarono a comporre forme e strutture di partiti. Da quel 22 aprile 1946, ci ritroviamo, ormai più nipoti e pronipoti che resistenti e partigiani, con associazioni, partiti, sindacati, a ricordare la caduta del fascismo, il superamento dello stato monarchico che con il fascismo aveva precipitato il Paese e i suoi giovani in un regime oppressivo e nella guerra. Interessante la storia dell’associazionismo che ha legato gli ex partigiani e resistenti in sodalizi funzionali a tenere viva la memoria. Memoria che, invece, spesso è stata trascurata, deformata, spesso acriticamente. L’ANPI, IL Circolo Giustizia e Libertà, l’ANEI, Associazione nazionale reduci dalla prigionia e dall’internamento, la FIAP, Federazione delle associazioni partigiane, l’ANPPIA, l’Associazione dei perseguitati politici, L’ANPC, Partigiani cristiani, il CIRCOLO GIOVANNI BOSIO, IRSIFAR, l’Istituto romano per la storia del fascismo, L’ANED, l’Associazione degli ex deportati politici nei campi nazisti. Interessante, e sarebbe un obiettivo da perseguire, il tentativo, partito a Torino, di rimettere insieme tutto l’associazionismo per una maggiore incisività a livello nazionale, fuori dalle logiche di contrapposizione o egemonia, superando la diaspora che si determinò all’inizio della Guerra Fredda, all’indomani del 1948, in particolare. Subentrarono allora, approfittando della fase ancora fragile della Repubblica e della Costituzione appena nata, e del frastornamento avvenuto con la espulsione dei partiti di sinistra dal Governo, il tentativo di indebolire l’una e l’altra, di avanzare i primi dubbi contro la Costituzione, da quel momento in poi continuando ad assediare il Paese con tentativi di colpi di Stato, manomissioni, attentati. Nel frattempo, il metodo introdotto da Almirante di “filtrare il passato attraverso il presente”, favorì il lento incunearsi nel sistema di soggetti contrari alla Costit zione e alle forme di Stato e di Governo. D’altra parte, dopo la svolta di Salerno, comunque la democrazia imparava a realizzarsi attraverso un garantismo generale, permettendo anche ai più avversi di essere partecipi in ogni ambito dello Stato, politico, economico, sociale. Paradossalmente, oggi, le espressioni di rivalsa, corredate da cipiglio severo, nonché arrogante, e gran voce, dei tanti del Governo attuale, per altro già in altri governi ampiamente presenti, hanno veramente poco senso. Oggi, le giuste rivendicazioni dentro lo stesso sistema democratico contro inadempienze, cadute e inadeguatezze intervenute anche nelle istituzioni, hanno favorito, invece, una accelerazione dei tentativi di deforma dello Stato. Alterando i sistemi elettorali, disarticolando le strutture dei partiti, si è ottenuto un disquilibrio, senza raggiungere adeguamento e maggiore saldezza delle istituzioni, anzi piuttosto risposte antitetiche a quanto era richiesto. Ferendo la sensibilità di tantissimi, milioni di cittadini, elettori; lasciando ai margini quanti ancora avevano maggiormente bisogno di essere resi partecipi e cittadini consapevoli si è lasciato che gli uni, gli altri si allontanassero sempre più dalla politica e dal voto. Grave errore che ha aperto la strada del governo del Paese proprio a chi maggiormente stava manomettendo lo Stato e la sua forma d governo. Se ne alimentarono, alla fine del secolo scorso, la Lega Nord di Bossi ed il suo populismo, per arginarli si procedette, gravissimo errore, alla modifica del Titolo V della Costituzione, facilitando, così la richiesta di autonomia differenziata. Alla modifica del Titolo V, seguirono i tentativi del governo Berlusconi nel 2005 di riforma costituzionale poi la deforma del governo Renzi, che prevedeva l’indebolimento del Parlamento e del ruolo del Presidente della Repubblica. Se queste deforme furono fermate non si riuscì a bocciare, con il referendum, il taglio del numero dei parlamentari. Ora i quattro articoli della riforma costituzionale approvata dal Consiglio dei ministri del governo Meloni e passata al Senato intendono cancellare una storia di settantacinque anni perché assolutamente lontana e antitetica alla loro ideologia. Con l’autonomia differenziata e il premierato si vogliono insieme cancellare l’ Unità d’Italia raggiunta lentamente e con fatica, attraverso anche le guerre e la lotta al fascismo e la Costituzione antifascista. Elezione diretta del presidente del Consiglio, limitazione o cancellazione del ruolo di garante della Costituzione e di figura super partes del Presidente della Repubblica, definitiva emarginazione del Parlamento. Ma prima che si realizzino queste deforme, già inquietano i segnali che vengono da più parti e in più ambiti, la insofferenza nei confronti di ogni contestazione, la guerra alla magistratura, la guerra alla libertà di informazione sia televisiva che cartacea, l’attacco a intellettuali come Canfora, le limitazioni imposte agli scioperi, alle manifestazioni studentesche. Da Milano, scendendo per tutte le regioni e città italiane, la ricorrenza di questo 25 aprile apra una riflessione ampia, importante. Le scelte del Governo e le deforme costituzionali avviate, sembrano contraddire il De Felice del 1975, che escludeva si potessero più verificare, soprattutto in Italia, fascismi quali quelli del ventennio. Impossibili nelle nuove condizioni verificatesi, di benessere, non necessario per eventuali bisogni di razionalità e funzionalità garantibili da regimi dittatoriali, per mancanza di contrapposizione di classe, perché non più esistente una ideologia nazionalista. Nella evoluzione dei sistemi economici delle società occidentali, della nostra, in particolare, tutte gli impedimenti previsti da De Felice si sono invece esattamente verificati e si stanno ulteriormente sviluppando. Non ne esce nemmeno il sistema Basilicata. Tornare a esercitare il diritto di voto libero, fermare l’autonomia differenziata, fermare il premierato, rimettere al centro le garanzie previste dalla Costituzione, riportare al centro il valore del lavoro, la qualità di un’occupazione stabile e non precaria, il rilancio degli investimenti pubblici e privati per riconvertire e rinnovare il nostro sistema produttivo; puntare alla piena e buona occupazione a partire dal Mezzogiorno, soprattutto alla salute e alla sicurezza sul lavoro, che diventino vincolanti per fare impresa; cancellare le leggi che negli anni hanno reso il lavoro precario e frammentato; superare il subappalto a cascata, insistere sulla necessità di garanzia delle attività di vigilanza e prevenzione, una giusta riforma fiscale devono essere i temi e motivo di resistenza di questo 25 aprile. Anche a Potenza, malgrado tutto sembri andare velocemente nel senso opposto, anzi a causa di questo tutto.
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