RICOSTRUIRE COME PRIMA

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ida leonedi IDA LEONE

La scena è questa. C’è una vecchia, lo scialle di lana fatto a mano che le copre la testa e le spalle. Sta seduta su uno sgabello di fortuna, e davanti ha un mucchio di pietre, ben più alto di lei. Dietro le pietre, si intravede quel che resta di una abitazione, di cui le pietre evidentemente facevano parte. Alcuni quadri sono ancora appesi alle pareti, leggere tende di cotone, miracolosamente rimaste attaccate al bastone, ed il bastone al muro, svolazzano nel sole. La vecchia non parla. Guarda le pietre. Una incauta giovane giornalista le mette un microfono sotto al naso e le chiede come mai non vada via, al campo, al sicuro nelle roulotte della Protezione Civile, insieme agli altri. Lei non la guarda neppure, la giornalista, e risponde, la voce ferma: “No. Questa è casa mia. E io da qua non me ne vado”.

La capisco fin troppo bene, io che sono stanziale come una quercia, non mi muovo volentieri e la parte più bella di un viaggio per me è tornare a casa e poterlo raccontare. Anche io non mi muoverei da quelle pietre, ognuna ha un nome e una storia da raccontare, se le abbandonasse perderebbero l’anima. Non si muova, signora.

Quando ci fu il terremoto nel 1980 io ero una ragazzina, ma ricordo benissimo il lungo dibattito sulla ricostruzione di via Pretoria, il cuore del centro storico della nostra città, nella quale alcune costruzioni erano crollate, e quasi tutte erano inagibili, perchè fatte di pietra antica, come quelle di Amatrice: qualcuno proponeva di abbattere tutto e rifare tutto nuovo, tutto moderno e luccicante. Per fortuna, vinse l’altro partito, quello che decise di ricostruire le case tal quale, una per una, con sistemi antisismici, ma facendo in modo che avessero esattamente lo stesso aspetto – e la stessa storia, la stessa anima – che avevano prima della scossa del 23 novembre. Ci fu restituito un centro storico integro, uguale a prima, solo più sicuro. E questo contribuì moltissimo a rimettere insieme la comunità cittadina, a far ritrovare lo spirito di coesione di una città, che in una via Pretoria tutta nuova si sarebbe certamente e definitivamente smarrita.

Il rapporto fra hardware e software di una città, fra le sue case ed i suoi abitanti, è stato il cuore del Manifesto della community per la candidatura di Matera a Capitale Europea della Cultura per il 2019. Un concetto universale, che vale per tutte le città del mondo, compresa Potenza, e Amatrice.

Una città non è le sue strade, i suoi palazzi, la sua infrastruttura fisica. […] Una città è tutte queste cose, più il sapere locale che consente di mantenere, adattare, evolvere, migliorare la sua infrastruttura. Di questi due elementi, quello fondante è il sapere locale. Se esso è intatto, una città distrutta da un cataclisma può essere ricostruita e mantenere la propria identità; se il sapere locale scompare, il tempo e l’incuria abbatteranno i palazzi, interromperanno le vie di comunicazione, disperderanno la popolazione. La città – qualunque città – è software.

E il sapere locale si alimenta dell’anima dei posti, che si alimenta della storia di quelle pietre. Io spero quindi che non si ripeta la straniante disastrosa esperienza de L’Aquila, nella quale nel centro storico a distanza di ANNI le pietre giacciono ancora a terra, e gli abitanti vivono in una agghiacciante “new town” senza storia, dispersiva, demoralizzante per qualunque sapere locale, annichilente. Spero che ad Amatrice, Accumoli, Pescara del Tronto si ascoltino le comunità e si ricostruisca tal quale, i palazzi le case il borgo antico, si raccolgano una per una le pietre e le si rimettano, in sicurezza, una sull’altra. Come del resto hanno fatto in Friuli, dove si sono fatti guidare dal principio che “non deve essere moderno, per essere sicuro”, e le pietre sono state letteralmente riallineate una per una esattamente come stavano prima. E’ stato fatto, si può fare ancora.

Provateci per la vecchia con lo scialle, e per tutti i terremotati del mondo.

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Sull' Autore

Esperta di Fondo Sociale Europeo e delle politiche della formazione e del lavoro. Mi interesso anche di fenomeni di innovazione sociale e civic hacking: open data, wikicrazia, economia della condivisione, creazione ed animazione di community di cittadini. Sono membro del gruppo di lavoro che ha portato Matera a Capitale europea della cultura per il 2019. Sono orgogliosamente cittadina di Potenza e della Basilicata, e lavoro e scrivo per migliorare il pezzetto di mondo intorno a me.

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