Di certi posti dell’anima: Paoladoce, “Terra di racconti”

0

Dove l’anima tende a librarsi in volo!

Mario Santoro

Le vie di trasmissione della cultura, richiamando quelle del Signore, sono decisamente tante se non infinite soprattutto quando si fa sul serio e magari si discute di letteratura, prosa o poesia, e ci s’incammina tutti insieme in percorsi spirituali aperti, fluidi, lontani o vicini nello spazio e nel tempo.
E così lontanissimo il tempo delle letture dei salotti, riservati a pochi eletti capaci di leggere e di scrivere, abbandonato anche quello delle riservatezza, dei privilegi e del trionfo delle ‘Torri di avorio’, messi anche da parte quelli fintamente umili dei ‘sottoscala’ sinisgalliani’, la cultura, che non conosce limiti per sua natura, cerca tutti gli spazi possibili e immaginabili e si offre come dono a tutti gli uomini di buona volontà indipendentemente dalle latitudini e dalle longitudini. E accade anche che uno spazio all’aperto, un posto dell’anima, altrimenti anonimo, si faccia fine salotto letterario, per un gruppo piuttosto folto di persone, e che privilegi, per caso o per felice scelta, la minuscola frazione di Paoladoce, che diventa, per una o più sere, cuore del mondo. E dirò di più: prediliga, grazie all’intuizione brillante e geniale di Franco Sabia, come ideale location, per dirla con un termine brutto ma di moda, quella che un tempo era una comune, modesta aia dove venivano depositate le messi per la faticosa trebbiatura e per altre operazioni, nella mescolanza di sudore, di ansie e di trepidazioni con la sguardo spesso al cielo e la implicita preghiera che si mantenesse sereno. Già aia come sede temoranea della cultura! Circola sul telefonino Whats App un invito particolare da parte del ben noto Fanco Sabia, già direttore della biblioteca nazionale di Potenza, scrittore attento e puntuale, cultore di letteratura e altro. Parlerà di Ivan S. Turgenev, con riferimento specifico al libro “Memorie di un cacciatore”, e lo affiancherà Peppino Coviello, già preside di scuola media e dedito egli pure alla scrittura, con la presentazione della straordinaria figura di Danilo Dolci, con rimando a “Racconti siciliani”. Condurrà Isabella D’Andrea che leggerà brevi testi degli autori e ci sarà la lettura di poesia nella lingua aviglianese da parte di Michele De Bonis. Dunque uno spaccato culturale della Russia ottocentesca e un rimando alla Sicilia del secondo dopoguerra si incontrano a Paoladoce, minuscola frazione dell’aviglianese dal nome accattivante, significativo, sognante, per bellezza secondo soltanto a quello della frazione di Miracolo, collocata nel verde ai piedi del monte Carmine, tanto caro a Tommaso Claps e, meraviglia delle meraviglie l’incontro si terrà all’aperto. La curiosità è tanta, non disgiunta da un certo scetticismo, sia perché gli incontri culturali in genere sono per lo più disertati, snobbati, non considerati, sia perché la frazione è miuscola (qualche decina di anime, forse). Posta sulla strada che dalla statale porta al monte Carmine, si raggiunge facilmente e si caratterizza per uno spiazzo davanti alla chiesa di san Paolo e per una strada a forma di ferro di cavallo, intorno alla quale si aggreppiano le case belle e moderne. Lasciata l’auto, si cammina sul selciato nel silenzio più assoluto e si imbocca una sorta di tratturo ricoperto di tenera erba e poi ecco, all’improvviso, uno spiazzo rotondo protetto intorno da pedane, con tante sedie disposte volutamente non in fila quasi a contrassegnare una sorta di libertà tout-court e si rimane colpiti, sorpresi, increduli, affascinati dalla situazione. L’occhio spazia nella china sottostante fino alla valle dell’Isca, dove il Bradano si acquieta, e poi sale la collina pavesiana di Miracolo, si sofferma sulle luci brillanti della minuscola Chicone e della più lontana località detta Piano del Conte e va oltre fino alla imponente montagna sacra del Vulture, con alla base la popolosa Atella e la vicina Rionero. Ovviamente non si fa in tempo ad indugiare e si è come spinti a spostare lo sguardo, sempre sulla destra, dove appare la frazione di Stagliuozzo, ben nota par la ‘strazzata’ e, ancora più su, il nucleo abitativo di Sassano e quindi quello di Montalto e in fondo il magnifico bosco di Forenza e Acerenza. Paesaggio straordinario, non c’è che dire! E procedendo, sia pure rapidamente, appaiono San Giorgio, Possidente e Canarra. Ancora una volta però, ruotando questa volta a sinistra, ecco la imponente signorile frazione di Lagopesole col castello federiciano illuminato: uno splendore, un panorama mozzafiato con sullo sfondo la valle di Vitalba e la miriade di frazioni intorno. Un vero tripudio per l’anima che rischia il franamento! Una scelta estremamente felice e suggestiva da parte di Franco Sabia. Alle spalle la montagna sacra, con in alto la chiesa illuminata, domina e alimenta il rimando ai tanti pellegrinaggi, alla fede buona e genuina dei contadini, alla devozione assoluta mentre la vegetazione lussureggiante, con le ombre della notte è tale da suscitare fantasie di streghe cattive, di maghi buoni, di esseri informi, sornioni, di divinità pagane e mitiche. Per un attimo si ha quasi la sensazione di essere in un mondo magico e lontano, arcano e fantastico, circondati da spiriti vaganti, per fortuna non dalle Alseidi crudeli e violente, non dalle Aleniadi, votate al precipizio e nemmeno dalla Carminie amanti del mezzogiorno e pronte al maleficio ma piuttosto dalle Amadriadi avvinghiate ai tronchi, dalle dolci Apemelidi o meglio ancora dalle Driadi sempre scoperte negli abbondanti seni tentatori. E tornano alla mente, in un aggancio naturale e straordinario, nomi fascinosi di certi monti della Grecia antica abitati da divinità. E’ necessario sedere per assorbire le emozioni e solo allora ci si accorge, con sorpresa e vivo piacere, che le sedie sono quasi tutte occupate. Lo spiazzo intorno dà il senso della leggerezza e rimanda curiosamente a certe aie dell’infanzia e della fanciullezza, quando, al chiaro di luna ci si sedeva in cerchio e si ripuliva il mais liberandolo dei tutoli e lasciandolo cadere, con allegro rumore, nei secchi di rame mentre qualcuno, innamorato perdutamente, levava, con la sua voce un po’ tremolante, un canto d’amore malinconico ed appassionato. Pare quasi risentire nella mente le voci antiche, un po’ roche degli uomini, rotti a tutte le fatiche per la sopravvivenza, e quelle squillanti delle donne, votate a fare figli e abituate ai sacrifici e agli stenti. Non a caso la voce baritonale di Peppino Coviello, un po’ rotta dall’emozione ripete, ora all’uno ora all’altro degli astanti, con convinzione e con orgoglio: “Questa è la nostra terra, la nostra provenienza, la nostra identità… è terra di faticatori”. Intanto si accende il faro, si prova il microfono e quindi la conduttrice, con chiarezza di voce, proprietà di linguaggio, padronanza che non ostenta, introduce i lavori e richiama alla mente dei presenti sia lo scrittore russo Turgenev e sia l’italiano Dolci, spiega i motivi dell’accoppiamento, stabilisce linee di possibile vicinanza, sceglie comunanze di intenti, opera minimi raffronti, rimarca appena un poco le due situazioni storico-politico- economiche, sottolineando la notevole distanza spazio-temporale e cede la parola a Franco, pregandolo, da diligente custode del tempo, di essere breve. E Franco, che la sa lunga in fatto di conversazioni, si rivolge all’uditorio in maniera amabile, mantiene il discorso, con profilo moderato nel tono, quasi un colloquiare piano e, con pochi precisi richiami, dà conto della condizione particolarmente grave dei ‘servi della gleba’, della vita di sofferenza degli stessi e mette in evidenza il contrasto stridente con la società nobiliare. Dichiara, con sincero e apprezzabile candore, il piacere della scoperta dell’ autore che non conosceva, lo colloca opportunamente nel tempo, ne sottolinea l’impegno verso le classi inferiori al punto da essere considerata la sua produzione letteraria un vero e proprio atto di accusa contro la nobiltà terriera e da esser condannato al carcere ed al confino, come colpevole di favorire il grande movimento di liberazione che porterà nel 1861 all’abolizione della servitù della gleba da parte dello zar Alessandro II. Dal volume “Memorie di un cacciatore” viene fuori un quadro preciso della situazione difficile della Russia, attraverso una modalità di scrittura lineare e uno stile pulito e chiaro, in uno con autori importanti come il tormentato Gogol e l’angosciato Dostoevskij. Conosciuto ed apprezzato, prima di altri, in occidente nei suoi numerosi viaggi in Europa, seppe decisamente dar voce a chi non poteva. Segue una lettura che impreziosisce le parole del relatore e poi si passa al poeta Danilo Dolci con l’intervento di Peppino Coviello che, dopo aver brevemente ricordato l’autore dell’opera poetica ‘Il dio delle zecche’ si sofferma Sui “Racconti siciliani” e mette in bella evidenza l’impegno profuso dall’uomo del nord nella lontana Sicilia richiamando con determinazione l’attenzione del potere politico e soprattutto sollecitando l’opinione pubblica alla presa di coscienza delle condizioni economico sociali. Cosciente dell’importanza che ogni singolo cittadino maturi la consapevolezza del bisogno di esprimersi in libertà, faccia sentire la sua voce senza nascondersi, impari a perorare la sua causa, si dia da fare per valorizzare la propria vita, seppe alimentare il senso della partecipazione alle varie manifestazioni di sciopero, mai ricorrendo alla violenza, quasi sulla scia dell’insegnamento del grandissimo Mahatma Gandhi e partecipò attivamente all’occupazione delle terre. Tutta la sua attività può essere sintetizzata nei versi:

C’è pure chi educa, senza nascondere
l’assurdo ch’è nel mondo
aperto ad ogni sviluppo ma cercando
di essere franco all’altro come a sè,
sognando gli altri come ora non sono:
ciascuno cresce solo sognato.

Due grandi uomini, vissuti in secoli diversi e in luoghi geografici lontani, degni di essere ricordati, come in questo momento con l’aia, tempio della cultura, a fare anche da trait d’ union. Quasi un picolo miracolo. E pare di sentire, il maligno di turno -ce n’è sempre qualcuno- mormorare, con mal celata invidia, che un fiore e una rondine non fanno primavera e che l’iniziativa è destinata a morire sul nascere. Si tratta, insomma, del classico ‘fruscio della scopa nuova’. E poi… e poi… Nulla di più sbagliato. Intanto perché le iniziative di Franco, meditate a lungo, ripensate con attenzione hanno avuto inizio già qualche anno fa e poi perché l’elenco degli impegni risulta ben fornito nella varietà delle scelte tematiche dal “Critone” di Platone per la lettura del duo Andrea e Vincenzo Possidente, il primo nelle vesti di Critone e il secondo di Socrate, al mondo delle fiabe, all’osservazione del firmamento, alla buona musica. E chissà cos’altro ancora, l’infaticabie Franco Sabia, vorrà proporre, incurante della assenza delle istituzioni.

Condividi

Sull' Autore

Quotidiano Online Iscrizione al Tribunale di Potenza N. 7/2011 dir.resp.: Rocco Rosa Online dal 22 Gennaio 2016 Con alcuni miei amici, tutti rigorosamente distanti dall'agone politico, ho deciso di far rivivere il giornale on line " talenti lucani", una iniziativa che a me sta a molto a cuore perchè ha tre scopi : rafforzare il peso dell'opinione pubblica, dare una vetrina ai giovani lucani che non riescono a veicolare la propria creatività e , terzo,fare un laboratorio di giornalismo on line.

Lascia un Commento