Forse quando vediamo in tv due atleti che si danno il cinque (importazione americana dell’High Five), siamo portati a pensare che è stata fatta un’azione positiva, proficua, che ha portato ad un vantaggio alla squadra, i cui giocatori, in quel modo, si congratulano.
È certamente vero, tanto più che, dal linguaggio dello sport, l’high five è ormai esportato anche alla vita di tutti i giorni e sono sempre di più i ragazzini che lo usano anche per le strade, congratulandosi per la battuta fatta da un amico o per un gesto significativo che merita una sottolineatura.
Ma dietro quel gesto c’è molto di più. C’è un mondo importantissimo che si sostanzia attraverso quella forma, c’è il magnificarsi di una collaborazione e di un’intesa che, semplicemente, ha bisogno che sia rimarcata anche con una manifestazione a carattere estetico.
Quel battito di mani breve ed energico sta a significare: “bravo, grande gesto! Complimenti”!
“Complimenti” è la cosa più importante che possiamo dire, nella vita, nel lavoro e nello sport per valorizzare il lavoro o la relazione, e farla scivolare su binari positivi.
E dietro quel semplicissimo gesto c’è, soprattutto, una forma di incoraggiamento, che a mio avviso riveste il significato più importante. Perché congratularsi è facile quando viene svolta un’azione positiva, vincente. Ma incoraggiarsi quando qualcosa non ha funzionato per il verso giusto – e nello sport capita sovente di dover superare un momento negativo -, è lì che c’è bisogno di un gesto di reazione, di un incoraggiamento, che attraverso quel gesto sta dicendo: “non importa, questa non è andata come volevamo, ma stiamo pronti per fare meglio!”.
Lo sport di squadra si gioca molto spesso su piccoli frammenti motivazionali che smuovono ingranaggi in grado di farci vincere o perdere.
L’episodio di Pellè e di Ventura rientra in uno di questi ultimi. È d’uopo, nelle sostituzioni dei giocatori, scambiarsi un cenno di intesa. Quel cenno sta a significare una cosa semplice, ma anch’essa tremendamente importante: “grazie” .
Grazie per quello che hai fatto, grazie per lo sforzo che hai profuso per un obiettivo comune. Rifiutare quel ringraziamento ha un sapore amaro. Ed apre uno scenario a cui nessuno vuol guardare.
Perché quello scenario fa pensare che se uno fa tutta la trafila ed arriva non in serie C, non in B e nemmeno in serie A, ma in Nazionale senza un’adeguata formazione, senza aver capito tutto quello che c’è dietro una prestazione e dietro tutti i sacrifici fatti da gruppo per raggiungere un traguardo, allora vuol dire che il mondo dello sport è fuori strada.
Non si selezionano i campioni solo perchè hanno i piedi buoni (nel caso del calcio), nè è più ammissibile lasciare all’educazione personale e familiare il senso dell’estetica del rispetto (che non è, evidentemente solo estetica). Qui bisogna ripensare ad un nuovo modello sportivo che includa, al più presto, anche dei rinforzi educativi differenti da quelli che si danno per scontati.
Il caso di Pellè, episodio fortunatamente isolato in un mare di correttezza, semplicemente, non deve arrivare fino a quel livello.
Gli orientali insegnano che un’immagine vale più di mille parole. Che messaggio mandiamo ai milioni di praticanti sportivi sparsi per la l’Italia? Che ad un allenatore si può rifiutare il messaggio di ringraziamento per la prestazione che si è fatta?
Quello che tutti ricercano affannosamente, il famigerato “spirito di squadra”, passa per una lunga serie di minuscoli rinforzi che ci dicono che si sta lavorando assieme, soffrendo assieme, lottando assieme, per arrivare a raggiungere un risultato, assieme.
Non capire questo significa che dietro manca completamente tutto un background culturale e sportivo improntato alla cultura del sacrificio e del riconoscimento che il lavoro del gruppo vale mille volte di più della prestazione del singolo.
E i Pellè sparsi per l’Italia non devono essere messi in condizione di essere espulsi perché non sono stati messi nelle condizioni di non comprendere questi passaggi elementari. Semplicemente, essi devono essere formati prima, informati meglio, scolarizzati ad una cultura che non deve privilegiare la prestazione del singolo, ma l’etica complessiva del lavoro di un gruppo.
